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La Marina di Como: anche se da un quindicennio abitava nel
Veneto, con il suo amatissimo Fabio, per noi che l’abbiamo conosciuta
fin dai suoi primi passi nel movimento anarchico (a metà degli
anni ‘70) è sempre rimasta la Marina di Como. E così ci piace
ricordarla ora che una forma di leucemia tra le più devastanti,
manifestatasi a fine dicembre, l’ha strappata alla vita, dopo
terribili sofferenze, qualche speranza, tanta voglia di continuare
a vivere.
Lasciamo da parte l’esternazione del nostro dolore, il “vuoto
che nessuna potrà riempire”. Lasciamo stare le lacrime. Sono
cose normali, certo, di cui niente ci sarebbe da vergognarsi.
E con Marina, con la Marina di questi ultimi terribili intensi
mesi, un po’ amaramente, si scherzava anche di questo.
Voglio ricordarla come tutti noi la ricordiamo: allegra, calda,
comunicativa, indaffarata. Da tanti anni era un po’ dappertutto:
militante anarchica, al contempo di stampo “tradizionale” e
molto attenta (per istinto prima che per scelta strategica)
al nuovo, è stata per anni tra i promotori del Meeting anticlericale
che fino allo scorso anno si è tenuto ogni anno, per oltre un
decennio, a Fano; era attiva nella redazione del trimestrale
anarchico del Triveneto Germinal, così come collaborava
volentieri con altri fogli anarchici; si era molto occupata
della situazione (soprattutto delle donne) nella ex-Yugoslavia
e sull’argomento aveva scritto, con Salvo Vaccaro, un libro;
era responsabile del settore “mostre” del Centro studi libertari
di Milano; aveva vissuto intensamente, nei primi anni ‘90, l’esperienza
delle “donne in nero” veneziane; è stata tra le animatrici della
Rete delle donne anarchiche; aveva tenuto comizi e conferenze
- soprattutto in tema di femminismo ed anticlericalismo - un
po’ in tutta Italia. E tante altre sue esperienze si potrebbero
citare, risalendo fino alla sua prima militanza nel gruppo comasco
“Pensiero e Volontà”, aderente ai Gruppi Anarchici Federati.
Con la nostra rivista aveva sempre avuto un rapporto del tutto
speciale, dovuto sia al forte legame affettivo con alcuni di
noi della redazione sia a tante battaglie, riunioni, discussioni
fatte insieme. A Como come nel Veneto è sempre stata una nostra
“diffusora” (come dicevamo scherzando) e il rapporto si era
fatto ancora più stretto quando per tre anni (1986/’88) io mi
ero recato una volta al mese, dal sabato pomeriggio alla domenica
sera, da Milano a Mestre per fare insieme con Fabio e Marina
l’impaginazione della rivista.
Dopo la sua giovanile esperienza nei GAF, Marina è rimasta nel
movimento anarchico sempre come “libera battitrice”, pronta
a coinvolgersi in qualsiasi progetto la interessasse, spoglia
di quel settarismo, di quelle piccole gelosie per il proprio
orticello, che troppe volte caratterizzano i rapporti tra compagni.
Con il passare degli anni, Marina - come tanti di noi - si era
fatta più equilibrata, serena: certi estremismi e integralismi
dell’età giovanile erano scomparsi a favore di un’atteggiamento
più riflessivo. Ma non si era appartata né seduta e portava
nel suo agire, nel suo relazionarsi con gli altri lo stesso
entusiasmo, la stessa contagiosa passione della Marina comasca.
Ai primi di aprile ed in giugno, in una saletta del reparto
di ematologia dell’ospedale di Vicenza, abbiamo trascorso -
in tutto - sette/otto ore insieme, intense, nostre, indimenticabili.
Abbiamo parlato (e spettegolato) di tanti compagni e compagne,
con quella confidenza per cui basta un’occhiata o una pausa
nel discorso per capirsi. Ma abbiamo parlato anche di questioni
di fondo, per esempio del senso dell’essere anarchici oggi,
della nostra esigenza (simile e diversa, al tempo stesso) di
“andare oltre” la solita militanza, il solito ambiente anarchico.
E Marina, cui avevo chiesto il senso ed un bilancio della sua
esperienza con le “donne in nero”, mi aveva colpito per la sua
solidità anarchica. “È stato importante, per me, relazionarmi
con tante donne che non erano anarchiche, vivere fino in fondo
un’esperienza diversa dal solito, dovermi confrontare con nuovi
problemi e diverse sensibilità - mi aveva detto - Ma io sapevo
di avere sempre alle spalle la comunità anarchica e, quando
l’esperienza si è esaurita, non mi sono trovata con i ponti
tagliati alle spalle, come tante altre donne che provenendo
dalla sinistra storica avevano dovuto rompere con le loro organizzazioni
(PDS e altre) e quindi avevano vissuto una fortissima crisi
d’identità”.
Un legame, questo con il nostro movimento, che per lei era saldissimo,
perché si concretizzava in tanti rapporti personali, con le
singole persone, che sempre trovavano in Marina non solo una
compagna, ma un’amica, a volte una confidente, una sorella.
Per me è stato così, nel senso più pieno del termine.
L’ultima volta che é stata a Milano, lo scorso maggio, sono
andato a prenderla alla stazione e l’ho portata in Vespa a trovare
i compagni del Centro studi libertari, della redazione di “A”
e della libreria Utopia. Era debole, aveva freddo, camminava
un po’ con fatica, ma era contenta di riabbracciare i compagni.
E quando l’ho accompagnata sul vagone che l’avrebbe portata
a Como, dalla madre, ci siamo lasciati facendo progetti per
futuri incontri.
Mentre mi allontanavo dal treno, sapevo che forse quello sarebbe
stato il nostro ultimo incontro (in verità ebbi modo di rivederla
ancora una volta nell’ospedale di Vicenza e poi, poche ore prima
della morte, nella clinica a Lugano). Ma non ero triste. Anche
in quell’occasione avevo ritrovato una Marina positiva, forte,
sensibile. Ed il suo abbraccio era stato caldo, forte, sincero,
un po’ sensuale, come sempre. Un abbraccio che ora si estende
a tutti quanti l’hanno amata, la nostra bella Marina di Como.
Paolo Finzi
P.S. 1 I
funerali si sono tenuti a Lugano, giovedì 3 settembre, in un
piovoso pomeriggio. Marina ha voluto essere cremata e, con lei,
è stata bruciata la bandiera del gruppo anarchico “Machno” di
Venezia-Marghera.
Una commossa commemorazione si è tenuta due giorni dopo a San
Martino in Rio (Reggio Emilia), nel contesto della quinta Fiera
dell’Autogestione. Marina, tanto per cambiare, era stata una
delle più attive nell’organizzazione delle varie edizioni della
Fiera: ancora fresca nella mente di tanti di noi era la sua
figura allegra mentre spignattava e serviva i pasti nella passata
edizione della Fiera, a Prato Carnico. In un clima di intensa
commozione collettiva, numerose compagne e compagni - ciascuno
a proprio modo, chi con una poesia chi con gli occhi lucidi
e parole insufficienti - hanno ricordato la loro Marina, quello
che Marina aveva rappresentato per ciascuno di loro - ed anche
per i tanti, i più, che non hanno trovato le parole per intervenire.
Dietro sua precisa disposizione testamentaria, poi, è stata
convocata a Mestre, nella sede del Centro Donna, una festa -
sì, proprio una festa - che al momento in cui sto scrivendo
non si è ancora tenuta. Un incontro positivo, propositivo, com’era
il carattere di Marina: perché il dolore che ci opprime dentro,
l’ingiustizia di questa morte così cattiva e anticipata, non
siano troppo d’ostacolo alla gioia di vivere, di amare e di
impegnarsi che sono stati la cifra più vera dell’esistenza di
Marina. E ne costituiscono, aldilà di tutto, l’eredità più bella.
P.S. 2 Un
abbraccio forte a Fabio Santin, suo e nostro compagno carissimo,
che - insieme con Marina - ha segnato la grafica (e non solo)
di “A” dall’86 al ‘93 e ne è sempre stato un collaboratore tanto
affezionato quanto critico; un altro abbraccio alla figlia Laura,
un saluto alla numerosa tribù dei Padovese, che in questi anni
- complice Marina - abbiamo spesso incontrato in iniziative
libertarie; e un grazie collettivo a tutte le donne e gli uomini
che in questi mesi sono stati calorosamente accanto a Marina,
facendo le notti all’ospedale, rendendosi disponibili per tante
piccole cose, tenendo informati noi che da lontano ne abbiamo
seguito le vicende. La solidarietà e la trepidazione che hanno
circondato questi ultimi mesi di Marina sono, al tempo stesso,
la conferma del segno che lei ha lasciato in tante persone e
la conferma che la solidarietà umana sa ancora farsi strada,
concretamente. E che Marina non si sbagliava quando sentiva
la comunità anarchica come la sua (seconda) famiglia. Ciao bella!
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