rivista anarchica
anno 29 n.253
aprile 1999


Dietro il massacro di Recak
colloquio con Antonio Russo
di Carlo Ghirardato

Non è facile comprendere quanto sta succedendo nella ex-Yugoslavia.
Cerchiamo di farlo parlando con uno che la conosce bene.

 

Stan (Kosovo), febbraio 1989
Minatori albanesi chiusi in miniera durante lo sciopero della fame di protesta.

Foto di Antonio Russo

Antonio Russo, giornalista radiofonico, carissimo amico che da anni si porta in luoghi dove la "politica", tanto per parafrasare lo stratega prussiano, "continua con altri mezzi" (Cecenia, Kazakistan, Yugoslavia, Ruanda, Congo, Algeria), lo incontro di ritorno dal Kosovo, da dove ha portato un video che con la tragicità delle immagini ne racconta la tormentata, e ai più sconosciuta, storia degli ultimi dieci anni. Insieme a questo montaggio di immagini, tante fotografie dell’efferato massacro del 16.01.1999 presso il villaggio di Recak (46 civili tra uomini, donne e bambini). Adesso è di nuovo sul piede di partenza, ma prima che raggiunga nuovamente Prishtina, sono riuscito a fissare un incontro, fermamente deciso a superare quello stato di impotenza che mi assale ogni qualvolta che, come tutti noi, vengo "schiacciato" da un modo sensazionalistico di fare informazione.

C. G.

Arresti indiscriminati

È opinione condivisa da più osservatori che la culla del conflitto che ha infestato la ex Yugoslavia sia stata proprio la regione del Kosovo, pur rimanendo nei termini di uno scenario bellico alquanto esterna. Ora, dopo i recenti tragici fatti, tutto fa presagire che nuovi venti di guerra proprio da qui potrebbero tornare a spirare. Puoi spiegare perché così è stato allora e perché così sembra essere oggi.

Il Kosovo è stato da sempre la spina nel fianco della storia federale della Yugoslavia. Al tempo di Tito, dove il Kosovo non era considerata una regione a statuto autonomo, lo stesso dovette risolvere le scelte politiche del suo Ministro degli Interni, Rankovich. Dal 1952 al 1957 fu decisa un’epurazione degli albanesi dal Kosovo ( 700.000 albanesi abbandonarono il Kosovo per la Turchia) adducendo la motivazione politica che l’incremento demografico albanese creava forti pressioni sulla minoranza serba. Questa è stata la data significativa con cui la coscienza albanese realizzerà, nel tempo, l’acuirsi delle tensioni fra le due etnie in quanto magistralmente manovrate dall’entourage politico di Belgrado.

Dunque stiamo parlando di un esodo indotto, ma quali altre pressioni vengono esercitate su coloro che non abbandoneranno la regione?

Per quanto riguarda il problema albanese nel Kosovo vanno specificate le differenze fra i due periodi storici definiti dal prima e dal dopo conflitto. Durante il periodo di Rankovic parliamo ancora di un pieno regime comunista in cui due sono i fattori determinanti della questione: primo, a ragione si pensava che la scelta politica dell’epurazione non superasse le cortine di silenzio e di disinformazione tipiche dell’oltre muro, dunque a tutt’oggi è una storia che necessita di ulteriore indagine. Secondo: più che l’uso della violenza sistematica, e per certi sensi di marca nazista, si verificò l’attuazione di una violenza intimidatoria che si avvaleva dei tipici strumenti dei totalitarismi: servizi segreti (U.D.B) che procedevano alla schedatura di tutta quella intellighenzia politica e culturale tesa all’identificazone di un’identità, se pur non animata da vere e proprie velleità nazionaliste. Questa situazione produsse la classica fuga dei "cervelli" del Kosovo. È particolarmente interessante notare che da parte del governo di Belgrado, per quanto riguarda gli albanesi emigrati, la politica consisteva e consiste nell’invalidazione del passaporto della Repubblica Yugoslava. Ciò ha voluto dire che l’albanese del Kosovo perdeva automaticamente lo statuto di cittadino della R.F.Y, quindi la possibilità di un ritorno nel proprio paese di origine. Grazie a questo stato di cose l’intimidazione poteva poi attuarsi in in forma di arresti indiscriminati, sospensione dei diritti, vessazioni burocratiche nei villaggi, ecc...

Torniamo alla mia prima domanda: perché secondo te è opinione corrente che il conflitto, pur esplodendo in Kosovo, si scatenerà poi in altre regioni, quali il confine serbo-croato e la Bosnia?

Per due ragioni fondamentali di cui il Kosovo fu per certi aspetti l’elemento determinante. Dopo l’esautorazione del presidente della R.F.Y, Ante Markovic, a seguito della protesta dei minatori Kosovari di Trebcka nell’89, il Kosovo rappresentò il chiaro segnale della disgregazione di un’unità nazionale del territorio e per la nuova classe politica capeggiata da Milosevic, la capacità di contenere questi segnali disgregativi.
Si determinò al contrario il riemergere all’interno del P.C.Y di politiche separatiste, nazionaliste e di leaderismi personali. Ne è riprova, per quanto riguarda le preoccupazioni della classe politica serba il Memorandum dell’Accademia delle Scienze e delle Arti, dove al pragrafo "nazionalismo" viene così descritta la preoccupazione di un’eventuale futura disgregazione del paese: "Questa politica era basata sul revanchismo nei confronti del popolo serbo in quanto nazione oppressiva, e questo ha avuto conseguenze sui rapporti tra le nazioni, sul sistema politico ed economico, sul destino dei valori umani e culturali dopo la seconda guerra mondiale. È stato imposto al popolo serbo un senso di colpa nei confronti della storia". La seconda ragione è stata che nel panorama degli iniziali disequilibri del territorio Yugoslavo, il Kosovo rappresentava un’eccezione. Il ripristino dell’autonomia sarebbe dovuto passare attraverso un riconoscimento pacifico, e quindi politico. Non poteva valere la stessa formula nei riguardi soprattutto della politica nazionalista, e quindi separatista della Croazia di Franjo Tudman. Questo poneva il problema per la leadership serba della riacquisizione del controllo dei poteri centali del P.C.Y, ovvero del ripristino di un controllo centrale nei confronti dei nuovi presidenti delle 6 Repubbliche yugoslave. Fu negli anni ‘88 e 1989 che si evidenziarono quei febbrili scontri fra le varie leadership politiche: F.Tudman per la Croazia, Kucan per la Slovenia e Slobodan Milosevic per la Serbia. L’atto finale di questa crisi fu la convocazione di quello che sarà l’ultimo congresso del P.C.Y, dove il presidente della Slovenia, Kucan, messo alle strette dalla politica accentratrice di Belgrado deciderà per lo strappo definitivo, ovvero alla fuoriuscita dal P.C.Y. La Croazia, al contempo giocherà una politica attendista funzionale al tentativo di cucire rapporti con una comunità internazionale che gli offra possibilità e spazi per muoversi su nuovi e più favorevoli rapporti di forza risoltisi poi nel riconoscimento della sua dichiarazione di indipendenza (Giugno-Luglio 1990).

Il ruolo della Germania

Se non sbaglio questo riconoscimento viene concesso grazie al particolare interesse che la Germania nutre per quest’area, esercitando tutto il suo peso economico all’interno della Comunità Europea. Ma questo equivale a dire che viene innescato un meccanismo che scatenerà il conflitto: cosa ne pensi?

È indubbio che la decisione autonoma, all’interno della Comunità Europea, di una Germania, fortemente motivata dalle politiche di Kolh alla riunificazione (caduta del muro di Berlino, 1989), sia stato uno di fattori determinanti in una politica da piano inclinato. Inoltre vi si aggiunge un’idea accarezzata da Kolh che ricorda le politiche bismarckiane sulla riproposizione della Germania, per quanto riguarda le sue politiche economiche, di un Zollverein (unione doganale) nelle aree dell’Est. Basti pensare agli interessi tedeschi in Polonia (questione di Stettino), alla Repubblica Ceca, all’Ungheria e all’area balcanica, con cui si chiude la possibilità di un controllo geo-economico del Danubio. Di rimando le storiche politiche filo-serbe franco-inglese (congresso di Berlino, giugno-luglio 1878) decideranno per una tattica diplomatica "inerziale" a favore di Belgrado, ovvero fingere la non previsione dell’inizio del conflitto con la Croazia da parte della Serbia, e dunque di non "preallarmare" né la Comunità Europea, né le sue strutture "difensive" (NATO). Nel contempo, durante l’allargamento della guerra in Bosnia (1991), l’Inghilterra premerà affinché l’embargo militare, ipocritamente deciso per la Serbia, venga esteso alla stessa Bosnia, paese notoriamente aggeredito.

Come spieghi, a questo punto, che durante la deflagrazione del conflitto croato-bosniaco (1991-1995), il Kosovo non approfitti di un momento delicato per le politiche accentratrici di un Milosevic per staccarsi definitivamente dal potere centrale di Belgrado?

Questo è uno degli elementi più interessanti nei termini di una eccezione politica da parte di una delle regioni della ex Yugoslavia, in quanto, in riferimento al Kosovo, si sono abbinate una serie di convergenze. Fra queste: le proteste del 1989 (minatori e studenti), il massacro di 40 militari albanesi, fra ufficiali e soldati, all’interno dell’esercito della R.F.Y (Vojska) nel 1990; la nascita della Lega Democratica del Kosovo (LDK) da parte di I.Rugova (ex presidente dell’Unione Scrittori Albanesi del Kosovo e Presidente dell’inesistente Repubblica del Kosovo, con sette dei suoi ministri esiliati in Germania); l’uso dei gas nervini nelle scuole medie superiori contro gli studenti; L’epurazione totale del personale di etnia; albanese da tutte le istituzioni statali (Università, scuole, ospedali, uffici amministrativi, ecc...); la chiusura degli organi di stampa (giornali e radiotelevisione); l’indizione del referendum nel 1991 per la nascita della nuova Repubblica libera del Kosovo e la riaffermazione popolare di una soluzione pacifica e politica del problema. Ma su queste azioni Kosovare e su quelle vessazioni serbe, insomma sullo scenario politico del Kosovo, cala un’aura di silenzio e assenza che lo escluderà dallo scenario internazionale.

Quali le ragioni di questo silenzio pur a seguito di fatti così rilevanti ed alcuni decisamente lesivi alla libera dignità di un popolo, che di fatto ricorre ad azioni di natura ancora pacifica?

Principalmente i fattori sono due: il primo per ragioni interne all’estabilisment kosovaro. Ciò vuol dire che pur con il supporto maggioritario della popolazione nei confronti dell’LDK per la scelta politica e pacifica dell’autonomia del Kosovo, frange dell’opposizione avevano realizzato che l’idealismo d’ispirazione gandhiana di Ibrahim Rugova non avrebbe sortito effetti se non a lungo termine. Questo comportava per le opposizioni la scelta di una prospettiva a medio termine, ovvero di un confronto a muso duro con Belgrado. Gli anni del silenzio, saranno connotati dalle discussioni interne sulle possibili soluzioni per il Kosovo. In secondo, a seguito di questa debolezza interna, il rilancio politico della classe dirigente kosovara nei confronti della comunità internazionale, distratta e indifferente, comporterà, in termini di prezzo, l’assenza di un reale accredito e riconoscimento della stessa. In parole povere ciò ha significato un’incapacità di evidenziare sul piano internazionale il problema Kosovo e l’incapacità di presentare la questione come strategica per gli equilibri dei Balcani.

Tuttavia il continuo crescendo della violenza in Kosovo pare mettere finalmente in luce la posizione strategica di questa regione e l’enorme portata degli interessi in gioco. Puoi definire da più vicino l’una e gli altri?

Anche qui la natura del problema sembra definirsi su due livelli, quello interno, ovvero degli interessi di Belgrado per quanto riguarda il Kosovo, e quelli esterni o internazionali. Primo livello; il mantenimento di una politica nazionalista da parte del governo serbo quale fabbrica del consenso e del potere della lobby di Milosevic e dell’ultra nazionalista Seselj, funzionale anche alla giustificazione del depauperamento economico della Serbia a causa del protratto stato di guerra (l’embargo quale causa del mancato pagamento delle pensioni, degli stipendi al personale pubblico, del collasso di un regolare import-export al di fuori di una gestione "mafiosa". Secondo; il Kosovo è funzionale agli interessi economici in atto a Belgrado. Ciò vuol dire paventare, per quanto riguarda la cifra nazionalista , la paura dell’idea di una grande Albania, di cui il Kosovo ne sarebbe la spina dorsale, e di nuovo la paura di una "ottomanizzzazione" (ovvero l’allargamento dell’area di influenza turca; e questo per Belgrado è una convergenza anche con la stessa politica della Grecia.). Per quanto riguarda gli interessi economici, soprattutto il nord del Kosovo costituisce una delle più importanti aree di interessi finanziari derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali (ferro, nikel, stagno, di cui è la quarta produttrice in Europa, carbone, lignite, argento, e oro). Anche qui assistiamo a una convergenza di interessi tra Belgrado e la Comunità Internazionale, sia lo sfruttamento in joint ventures di dette risorse (vedi politica delle privatizzazioni da parte di Belgrado), sia per la formazione di nuovi monopoli economici (vedi il contratto della Telecom Italia con il governo di 800 mid., e nuovi possibili contratti commerciali per il controllo del mercato della telefonia da parte italiana o ...).

Costretti alla mera cronaca

Puoi spiegare la natura e la strategia dell’azione repressiva che le autorità di Belgrado conducono nei confronti di un’istanza separatista ormai sempre più sentita dall’intera società civile albanese?

Certamente! La prima fase di questa azione è partita, come già abbiamo detto dal 1989, quando Belgrado, più che la linea dura in termini militari, usò una vera e propria politica etnocida. Questo con il fine di sfiancare le resistenze culturali, politiche e istituzionali, definitesi con l’avvenuta autonomia concessa al Kosovo da Tito nel 1974, e con un duplice effetto: L’emigrazione indotta di antica memoria (vedi periodo Rankovic), e ricolonizzazione del territorio da parte del governo serbo.
Questo ha significato per Milosevic, a seguito dello scacco subito in Bosnia, la ricollocazione dei profughi serbi della Croazia, della Bosnia, della Krajna e della Slavonia quale serbatoio politico ed elettorale per il mantenimento del suo potere come padre della "Grande Serbia": Solo per citare dati circa 200.000 profughi dalla Krajna sono stati allocati nel Kosovo, 150.000 nella regione della Vojvodina, più altri 150.000 dispersi nel territorio della Serbia vera e propria e del Montenegro. A questa fase ne seguirà una seconda, che parte dal 1996, dopo che il governo di Belgrado rileverà la nascita di un primo nucleo dell’Armata di Liberazione del Kosovo (UCK). (vedi incidenti a Drenica e Serbica, dove perderanno la vita due poliziotti serbi). Questo fu il primo segnale che giunse a Belgrado dell’evidenziarsi di una scelta politico-rivoluzionaria da parte degli elementi più radicali e decisi nella lotta per la autonomia del Kosovo. Uno dei personaggi più rappresentativi della compagine UCK è stato Adem Demaci scrittore e detenuto politico per 28 anni, di formazione trotszkista, considerato ad oggi il Mandela del Kosovo), insieme a Krasniqi, portavoce dell’UCK.
Tale nuova realtà offrì il pretesto a Belgrado per una soluzione armata e militare del Kosovo, in quanto si registravano presenze "terroristiche" nel Territorio della R.F.Y.

Siamo dunque arrivati al momento che la tragica cronaca si limita a registrare degli ultimi massacri perpetrati dalle milizie e dall’esercito nei confronti dell’etnia albanese. Quale il possibile scenario che si sta prefigurando?

La questione che tu mi poni è alquanto complessa, soprattutto perché la stessa Comunità Internazionale (O.N.U, U.E e NATO) è ambigua sulle possibili soluzioni da perseguire, perché vincolate alla diaspora degli interessi di ogni singolo stato appartenente. È un dato di fatto comunque che per quanto riguarda il livello istituzionale delle trattative in atto i termini oscillano dall’autonomia ad una "eventuale" indipendenza oppure, ipotesi ventilata da più parti, ad un "possibile" protettorato da parte della Comunità Internazionale.
In conclusione per quello che riguarda la mia personale esperienza in loco, la percezione della crisi in Kosovo mi porta a considerare la questione come ennesimo business, messo in piedi da Milosevic con il tacito consenso di una Comunità Internazionale, dove il diritto commerciale prevarica il diritto giuridico alla dignità, all’identità, alla determinazione dell’individualità, come espressione culturale e libera delle proprie origini storico-geografiche. Alla luce di questo, è inammissibile che ancora adesso si debba essere costretti alla mera cronaca dei massacri, degli eccidi, delle capacità dell’uomo con le sue efferatezze di arrivare all’eliminazione totale della dignità e integrità dei corpi delle vittime.

intervista a cura di
Carlo Ghirardato

 

leggere il Kosovo... e i Balcani

• Dr. Nori Bashota e Dr. Ali Jakupi, Trends of Albanian population in Kosova and its other ethnic lands in the former Yugoslavia Institute of Economics of Prishtina 1998
• Noel Malcolm, Kosova a short history Ed. Paperback 1998
• Paolo Rumiz Maschere per un massacro Editori Riuniti 1996
• Dr. Asslan Pushka Kosova and its ethnics albanian continuity Kosova Information Center, Prishtina 1997. Questo volume è stato curato dal presidente del K.I.C., Enver Maloku, ucciso in un attentato lo scorso dicembre 1998.
• Rivista di geo-politica LIMES, diretta da Lucio Caracciolo n.1, 1993 "La guerra in Europa"
• Luca Rastello La guerra in casa Einaudi 1998
• Thomas Benedikter, Il dramma del Kosovo, dalle origini del conflitto fra serbi agli scontri di oggi Ed. DATA NEWS 1998
• Rivista di geo-politica LIMES, diretta da Lucio Caracciolo n. 4 1998 "La Russia a pezzi"
• Melita Richter Malabotta L’altra Serbia - Gli intellettuali e la guerra Selene Edizioni Milano 1996
• Gruppo Germinal Ex Yugoslavia: terrorismo di Stato BFS Pisa 1993
• Claudio Venza Yugoslavia: , una guerra per il potere Ed. Sempre Avanti Livorno 1996
A/Rivista Anarchica n. 202 Agosto/Settembre 1993
• C. Venezia, M. R. Malabotta e P. Facchi Conflittualità balcanica e integrazione europea Edizioni Editre, 1993
• M. Padovese e S. Vaccaro Donne contro la guerra. Interventi e testimonianze della Ex Yugoslavia Edizioni La Zisa Palermo 1996
• Peter Handke Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia Einaudi 1996
• Luigi Lusenti La soglia di Gorizia Edizioni Comedit 2000, 1998
• Rivista Il ponte della Lombardia n. 2 Febbraio /Marzo 1997
• AA.VV. Centro Studi Libertari Trieste Est laboratorio di libertà atti del convegno. Edizioni Zero in Condotta 1992

 

 

giù le mani dai contratti

Kosovo incubo e delizia della diplomazia italiana per quanto riguarda la Serbia dove le incertezze o le debolezze di una politica estera italiana, in primis di un Dini, sono servite a tutt’oggi a garantire o stupidamente servire la causa di Milosevic. Il silenzio è l’interfaccia dell’assenso. Ma quali gli interessi della azienda Italia nella Repubblica Yugoslava? Innanzitutto il fatto che la Fiat voglia rafforzare i legami già esistenti con Belgrado. Infatti il governo serbo ha garantito alla FIAT un contratto di rinnovamento, in tutte le aziende pubbliche e istituzioni statali, con l’Iveco-Zastava. Ad onore del vero già la produzione dei camion slavi si avvaleva di questa Joint (l’Iveco produce i pezzi di cui l’assembaggio è a carico della società yugoslava Zastava). Il nuovo contratto rifornirebbe di furgoncini e camionette tutte le realtà istituzionali dello stato della R.F.Y (fino ad adesso sono stati realizzati 1000 furgoni di tipo daily). Lo stesso valga per quanto riguarda i possibili nuovi contratti di realizzazione di nuove vetture nella joint Fiat-Zastava.
Sempre secondo dati dell’ICE (Istituto Commercio Estero) l’Italia è il secondo paese per gli scambi commerciali con la Yugoslavia seconda solo alla Germania. Sempre secondo l’ICE negli ultimi 12 mesi (anno ‘98) il volume di affari per gli scambi commerciali si aggira attorno agli 819 milioni di dollari con una crescita del 2% dal 97. Le esportazioni della Yugoslavia ammontano a 508 milioni di dollari di cui l’Italia importa circa 311milioni di dollari, solo per i funghi secchi ad. es. il nostro paese ne importa l’80%. Va anche ricordato il contratto della Telecom Italia con quella Yugoslava, che si aggira a 1000 mid di lire per l’acquisto del 29% delle azioni. Su una economia al collasso dove la disoccupazione si aggira, in Yugoslavia, al 50% , l’inflazione al 20% e gli stipendi massimi attorno ai 360 marchi al mese e le pensioni a circa 100/150 marchi mensili gli affari sembrano navigare in prosperità. Ma per finire citeremo le società italiane presenti in Yugoslavia: Telecom, Iveco-Fiat, Lavazza, Zucchelli, Olivetti, Parmalat, Grotto, Benetton, Fila, Lotto, Di Vella, Barilla, Esso, Diesel, Birra Peroni