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Antonio Russo, giornalista radiofonico,
carissimo amico che da anni si porta in luoghi dove la "politica",
tanto per parafrasare lo stratega prussiano, "continua
con altri mezzi" (Cecenia, Kazakistan, Yugoslavia, Ruanda,
Congo, Algeria), lo incontro di ritorno dal Kosovo, da dove
ha portato un video che con la tragicità delle immagini
ne racconta la tormentata, e ai più sconosciuta, storia
degli ultimi dieci anni. Insieme a questo montaggio di immagini,
tante fotografie dell’efferato massacro del 16.01.1999 presso
il villaggio di Recak (46 civili tra uomini, donne e bambini).
Adesso è di nuovo sul piede di partenza, ma prima che
raggiunga nuovamente Prishtina, sono riuscito a fissare un incontro,
fermamente deciso a superare quello stato di impotenza che mi
assale ogni qualvolta che, come tutti noi, vengo "schiacciato"
da un modo sensazionalistico di fare informazione.
C. G.
Arresti
indiscriminati
È opinione condivisa da più osservatori che
la culla del conflitto che ha infestato la ex Yugoslavia sia
stata proprio la regione del Kosovo, pur rimanendo nei termini
di uno scenario bellico alquanto esterna. Ora, dopo i recenti
tragici fatti, tutto fa presagire che nuovi venti di guerra
proprio da qui potrebbero tornare a spirare. Puoi spiegare perché
così è stato allora e perché così
sembra essere oggi.
Il Kosovo è stato da sempre la spina nel fianco della
storia federale della Yugoslavia. Al tempo di Tito, dove il
Kosovo non era considerata una regione a statuto autonomo, lo
stesso dovette risolvere le scelte politiche del suo Ministro
degli Interni, Rankovich. Dal 1952 al 1957 fu decisa un’epurazione
degli albanesi dal Kosovo ( 700.000 albanesi abbandonarono il
Kosovo per la Turchia) adducendo la motivazione politica che
l’incremento demografico albanese creava forti pressioni sulla
minoranza serba. Questa è stata la data significativa
con cui la coscienza albanese realizzerà, nel tempo,
l’acuirsi delle tensioni fra le due etnie in quanto magistralmente
manovrate dall’entourage politico di Belgrado.
Dunque stiamo parlando di un esodo indotto, ma quali altre
pressioni vengono esercitate su coloro che non abbandoneranno
la regione?
Per quanto riguarda il problema albanese nel Kosovo vanno specificate
le differenze fra i due periodi storici definiti dal prima e
dal dopo conflitto. Durante il periodo di Rankovic parliamo
ancora di un pieno regime comunista in cui due sono i fattori
determinanti della questione: primo, a ragione si pensava che
la scelta politica dell’epurazione non superasse le cortine
di silenzio e di disinformazione tipiche dell’oltre muro, dunque
a tutt’oggi è una storia che necessita di ulteriore indagine.
Secondo: più che l’uso della violenza sistematica, e
per certi sensi di marca nazista, si verificò l’attuazione
di una violenza intimidatoria che si avvaleva dei tipici strumenti
dei totalitarismi: servizi segreti (U.D.B) che procedevano alla
schedatura di tutta quella intellighenzia politica e culturale
tesa all’identificazone di un’identità, se pur non animata
da vere e proprie velleità nazionaliste. Questa situazione
produsse la classica fuga dei "cervelli" del Kosovo.
È particolarmente interessante notare che da parte del
governo di Belgrado, per quanto riguarda gli albanesi emigrati,
la politica consisteva e consiste nell’invalidazione del passaporto
della Repubblica Yugoslava. Ciò ha voluto dire che l’albanese
del Kosovo perdeva automaticamente lo statuto di cittadino della
R.F.Y, quindi la possibilità di un ritorno nel proprio
paese di origine. Grazie a questo stato di cose l’intimidazione
poteva poi attuarsi in in forma di arresti indiscriminati, sospensione
dei diritti, vessazioni burocratiche nei villaggi, ecc...
Torniamo alla mia prima domanda: perché secondo te
è opinione corrente che il conflitto, pur esplodendo
in Kosovo, si scatenerà poi in altre regioni, quali il
confine serbo-croato e la Bosnia?
Per due ragioni fondamentali di cui il Kosovo fu per certi
aspetti l’elemento determinante. Dopo l’esautorazione del presidente
della R.F.Y, Ante Markovic, a seguito della protesta dei minatori
Kosovari di Trebcka nell’89, il Kosovo rappresentò il
chiaro segnale della disgregazione di un’unità nazionale
del territorio e per la nuova classe politica capeggiata da
Milosevic, la capacità di contenere questi segnali disgregativi.
Si determinò al contrario il riemergere all’interno
del P.C.Y di politiche separatiste, nazionaliste e di leaderismi
personali. Ne è riprova, per quanto riguarda le preoccupazioni
della classe politica serba il Memorandum dell’Accademia delle
Scienze e delle Arti, dove al pragrafo "nazionalismo"
viene così descritta la preoccupazione di un’eventuale
futura disgregazione del paese: "Questa politica era basata
sul revanchismo nei confronti del popolo serbo in quanto
nazione oppressiva, e questo ha avuto conseguenze sui rapporti
tra le nazioni, sul sistema politico ed economico, sul destino
dei valori umani e culturali dopo la seconda guerra mondiale.
È stato imposto al popolo serbo un senso di colpa nei
confronti della storia". La seconda ragione è stata
che nel panorama degli iniziali disequilibri del territorio
Yugoslavo, il Kosovo rappresentava un’eccezione. Il ripristino
dell’autonomia sarebbe dovuto passare attraverso un riconoscimento
pacifico, e quindi politico. Non poteva valere la stessa formula
nei riguardi soprattutto della politica nazionalista, e quindi
separatista della Croazia di Franjo Tudman. Questo poneva il
problema per la leadership serba della riacquisizione del controllo
dei poteri centali del P.C.Y, ovvero del ripristino di un controllo
centrale nei confronti dei nuovi presidenti delle 6 Repubbliche
yugoslave. Fu negli anni ‘88 e 1989 che si evidenziarono quei
febbrili scontri fra le varie leadership politiche: F.Tudman
per la Croazia, Kucan per la Slovenia e Slobodan Milosevic per
la Serbia. L’atto finale di questa crisi fu la convocazione
di quello che sarà l’ultimo congresso del P.C.Y, dove
il presidente della Slovenia, Kucan, messo alle strette dalla
politica accentratrice di Belgrado deciderà per lo strappo
definitivo, ovvero alla fuoriuscita dal P.C.Y. La Croazia, al
contempo giocherà una politica attendista funzionale
al tentativo di cucire rapporti con una comunità internazionale
che gli offra possibilità e spazi per muoversi su nuovi
e più favorevoli rapporti di forza risoltisi poi nel
riconoscimento della sua dichiarazione di indipendenza (Giugno-Luglio
1990).
Il ruolo della Germania
Se non sbaglio questo riconoscimento viene concesso grazie
al particolare interesse che la Germania nutre per quest’area,
esercitando tutto il suo peso economico all’interno della Comunità
Europea. Ma questo equivale a dire che viene innescato un meccanismo
che scatenerà il conflitto: cosa ne pensi?
È indubbio che la decisione autonoma, all’interno della
Comunità Europea, di una Germania, fortemente motivata
dalle politiche di Kolh alla riunificazione (caduta del muro
di Berlino, 1989), sia stato uno di fattori determinanti in
una politica da piano inclinato. Inoltre vi si aggiunge un’idea
accarezzata da Kolh che ricorda le politiche bismarckiane sulla
riproposizione della Germania, per quanto riguarda le sue politiche
economiche, di un Zollverein (unione doganale) nelle
aree dell’Est. Basti pensare agli interessi tedeschi in Polonia
(questione di Stettino), alla Repubblica Ceca, all’Ungheria
e all’area balcanica, con cui si chiude la possibilità
di un controllo geo-economico del Danubio. Di rimando le storiche
politiche filo-serbe franco-inglese (congresso di Berlino, giugno-luglio
1878) decideranno per una tattica diplomatica "inerziale"
a favore di Belgrado, ovvero fingere la non previsione dell’inizio
del conflitto con la Croazia da parte della Serbia, e dunque
di non "preallarmare" né la Comunità
Europea, né le sue strutture "difensive" (NATO).
Nel contempo, durante l’allargamento della guerra in Bosnia
(1991), l’Inghilterra premerà affinché l’embargo
militare, ipocritamente deciso per la Serbia, venga esteso alla
stessa Bosnia, paese notoriamente aggeredito.
Come spieghi, a questo punto, che durante la deflagrazione
del conflitto croato-bosniaco (1991-1995), il Kosovo non approfitti
di un momento delicato per le politiche accentratrici di un
Milosevic per staccarsi definitivamente dal potere centrale
di Belgrado?
Questo è uno degli elementi più interessanti
nei termini di una eccezione politica da parte di una delle
regioni della ex Yugoslavia, in quanto, in riferimento al Kosovo,
si sono abbinate una serie di convergenze. Fra queste: le proteste
del 1989 (minatori e studenti), il massacro di 40 militari albanesi,
fra ufficiali e soldati, all’interno dell’esercito della R.F.Y
(Vojska) nel 1990; la nascita della Lega Democratica del Kosovo
(LDK) da parte di I.Rugova (ex presidente dell’Unione Scrittori
Albanesi del Kosovo e Presidente dell’inesistente Repubblica
del Kosovo, con sette dei suoi ministri esiliati in Germania);
l’uso dei gas nervini nelle scuole medie superiori contro gli
studenti; L’epurazione totale del personale di etnia; albanese
da tutte le istituzioni statali (Università, scuole,
ospedali, uffici amministrativi, ecc...); la chiusura degli
organi di stampa (giornali e radiotelevisione); l’indizione
del referendum nel 1991 per la nascita della nuova Repubblica
libera del Kosovo e la riaffermazione popolare di una soluzione
pacifica e politica del problema. Ma su queste azioni Kosovare
e su quelle vessazioni serbe, insomma sullo scenario politico
del Kosovo, cala un’aura di silenzio e assenza che lo escluderà
dallo scenario internazionale.
Quali le ragioni di questo silenzio pur a seguito di fatti
così rilevanti ed alcuni decisamente lesivi alla libera
dignità di un popolo, che di fatto ricorre ad azioni
di natura ancora pacifica?
Principalmente i fattori sono due: il primo per ragioni interne
all’estabilisment kosovaro. Ciò vuol dire che pur con
il supporto maggioritario della popolazione nei confronti dell’LDK
per la scelta politica e pacifica dell’autonomia del Kosovo,
frange dell’opposizione avevano realizzato che l’idealismo d’ispirazione
gandhiana di Ibrahim Rugova non avrebbe sortito effetti se non
a lungo termine. Questo comportava per le opposizioni la scelta
di una prospettiva a medio termine, ovvero di un confronto a
muso duro con Belgrado. Gli anni del silenzio, saranno connotati
dalle discussioni interne sulle possibili soluzioni per il Kosovo.
In secondo, a seguito di questa debolezza interna, il rilancio
politico della classe dirigente kosovara nei confronti della
comunità internazionale, distratta e indifferente, comporterà,
in termini di prezzo, l’assenza di un reale accredito e riconoscimento
della stessa. In parole povere ciò ha significato un’incapacità
di evidenziare sul piano internazionale il problema Kosovo e
l’incapacità di presentare la questione come strategica
per gli equilibri dei Balcani.
Tuttavia il continuo crescendo della violenza in Kosovo
pare mettere finalmente in luce la posizione strategica di questa
regione e l’enorme portata degli interessi in gioco. Puoi definire
da più vicino l’una e gli altri?
Anche qui la natura del problema sembra definirsi su due livelli,
quello interno, ovvero degli interessi di Belgrado per quanto
riguarda il Kosovo, e quelli esterni o internazionali. Primo
livello; il mantenimento di una politica nazionalista da parte
del governo serbo quale fabbrica del consenso e del potere della
lobby di Milosevic e dell’ultra nazionalista Seselj,
funzionale anche alla giustificazione del depauperamento economico
della Serbia a causa del protratto stato di guerra (l’embargo
quale causa del mancato pagamento delle pensioni, degli stipendi
al personale pubblico, del collasso di un regolare import-export
al di fuori di una gestione "mafiosa". Secondo; il
Kosovo è funzionale agli interessi economici in atto
a Belgrado. Ciò vuol dire paventare, per quanto riguarda
la cifra nazionalista , la paura dell’idea di una grande Albania,
di cui il Kosovo ne sarebbe la spina dorsale, e di nuovo la
paura di una "ottomanizzzazione" (ovvero l’allargamento
dell’area di influenza turca; e questo per Belgrado è
una convergenza anche con la stessa politica della Grecia.).
Per quanto riguarda gli interessi economici, soprattutto il
nord del Kosovo costituisce una delle più importanti
aree di interessi finanziari derivanti dallo sfruttamento delle
risorse naturali (ferro, nikel, stagno, di cui è la quarta
produttrice in Europa, carbone, lignite, argento, e oro). Anche
qui assistiamo a una convergenza di interessi tra Belgrado e
la Comunità Internazionale, sia lo sfruttamento in joint
ventures di dette risorse (vedi politica delle privatizzazioni
da parte di Belgrado), sia per la formazione di nuovi monopoli
economici (vedi il contratto della Telecom Italia con il governo
di 800 mid., e nuovi possibili contratti commerciali per il
controllo del mercato della telefonia da parte italiana o ...).
Costretti
alla mera cronaca
Puoi spiegare la natura e la strategia dell’azione repressiva
che le autorità di Belgrado conducono nei confronti di
un’istanza separatista ormai sempre più sentita dall’intera
società civile albanese?
Certamente! La prima fase di questa azione è partita,
come già abbiamo detto dal 1989, quando Belgrado, più
che la linea dura in termini militari, usò una vera e
propria politica etnocida. Questo con il fine di sfiancare le
resistenze culturali, politiche e istituzionali, definitesi
con l’avvenuta autonomia concessa al Kosovo da Tito nel 1974,
e con un duplice effetto: L’emigrazione indotta di antica memoria
(vedi periodo Rankovic), e ricolonizzazione del territorio da
parte del governo serbo.
Questo ha significato per Milosevic, a seguito dello scacco
subito in Bosnia, la ricollocazione dei profughi serbi della
Croazia, della Bosnia, della Krajna e della Slavonia quale serbatoio
politico ed elettorale per il mantenimento del suo potere come
padre della "Grande Serbia": Solo per citare dati
circa 200.000 profughi dalla Krajna sono stati allocati nel
Kosovo, 150.000 nella regione della Vojvodina, più altri
150.000 dispersi nel territorio della Serbia vera e propria
e del Montenegro. A questa fase ne seguirà una seconda,
che parte dal 1996, dopo che il governo di Belgrado rileverà
la nascita di un primo nucleo dell’Armata di Liberazione del
Kosovo (UCK). (vedi incidenti a Drenica e Serbica, dove perderanno
la vita due poliziotti serbi). Questo fu il primo segnale che
giunse a Belgrado dell’evidenziarsi di una scelta politico-rivoluzionaria
da parte degli elementi più radicali e decisi nella lotta
per la autonomia del Kosovo. Uno dei personaggi più rappresentativi
della compagine UCK è stato Adem Demaci scrittore e detenuto
politico per 28 anni, di formazione trotszkista, considerato
ad oggi il Mandela del Kosovo), insieme a Krasniqi, portavoce
dell’UCK.
Tale nuova realtà offrì il pretesto a Belgrado
per una soluzione armata e militare del Kosovo, in quanto si
registravano presenze "terroristiche" nel Territorio
della R.F.Y.
Siamo dunque arrivati al momento che la tragica cronaca
si limita a registrare degli ultimi massacri perpetrati dalle
milizie e dall’esercito nei confronti dell’etnia albanese. Quale
il possibile scenario che si sta prefigurando?
La questione che tu mi poni è alquanto complessa, soprattutto
perché la stessa Comunità Internazionale (O.N.U,
U.E e NATO) è ambigua sulle possibili soluzioni da perseguire,
perché vincolate alla diaspora degli interessi di ogni
singolo stato appartenente. È un dato di fatto comunque
che per quanto riguarda il livello istituzionale delle trattative
in atto i termini oscillano dall’autonomia ad una "eventuale"
indipendenza oppure, ipotesi ventilata da più parti,
ad un "possibile" protettorato da parte della Comunità
Internazionale.
In conclusione per quello che riguarda la mia personale
esperienza in loco, la percezione della crisi in Kosovo mi porta
a considerare la questione come ennesimo business, messo in
piedi da Milosevic con il tacito consenso di una Comunità
Internazionale, dove il diritto commerciale prevarica il diritto
giuridico alla dignità, all’identità, alla determinazione
dell’individualità, come espressione culturale e libera
delle proprie origini storico-geografiche. Alla luce di questo,
è inammissibile che ancora adesso si debba essere costretti
alla mera cronaca dei massacri, degli eccidi, delle capacità
dell’uomo con le sue efferatezze di arrivare all’eliminazione
totale della dignità e integrità dei corpi delle
vittime.
intervista a cura di
Carlo Ghirardato
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leggere il Kosovo... e i Balcani
• Dr. Nori Bashota e Dr. Ali Jakupi, Trends of Albanian
population in Kosova and its other ethnic lands in the
former Yugoslavia Institute of Economics of Prishtina
1998
• Noel Malcolm, Kosova a short history Ed.
Paperback 1998
• Paolo Rumiz Maschere per un massacro Editori
Riuniti 1996
• Dr. Asslan Pushka Kosova and its ethnics albanian
continuity Kosova Information Center, Prishtina 1997.
Questo volume è stato curato dal presidente del
K.I.C., Enver Maloku, ucciso in un attentato lo scorso
dicembre 1998.
• Rivista di geo-politica LIMES, diretta da
Lucio Caracciolo n.1, 1993 "La guerra in Europa"
• Luca Rastello La guerra in casa Einaudi 1998
• Thomas Benedikter, Il dramma del Kosovo, dalle
origini del conflitto fra serbi agli scontri di oggi
Ed. DATA NEWS 1998
• Rivista di geo-politica LIMES, diretta da
Lucio Caracciolo n. 4 1998 "La Russia a pezzi"
• Melita Richter Malabotta L’altra Serbia - Gli
intellettuali e la guerra Selene Edizioni Milano 1996
• Gruppo Germinal Ex Yugoslavia: terrorismo di
Stato BFS Pisa 1993
• Claudio Venza Yugoslavia: , una guerra per il
potere Ed. Sempre Avanti Livorno 1996
• A/Rivista Anarchica n. 202 Agosto/Settembre
1993
• C. Venezia, M. R. Malabotta e P. Facchi Conflittualità
balcanica e integrazione europea Edizioni Editre,
1993
• M. Padovese e S. Vaccaro Donne contro la guerra.
Interventi e testimonianze della Ex Yugoslavia Edizioni
La Zisa Palermo 1996
• Peter Handke Un viaggio d’inverno ovvero giustizia
per la Serbia Einaudi 1996
• Luigi Lusenti La soglia di Gorizia Edizioni
Comedit 2000, 1998
• Rivista Il ponte della Lombardia n. 2 Febbraio
/Marzo 1997
• AA.VV. Centro Studi Libertari Trieste Est laboratorio
di libertà atti del convegno. Edizioni Zero
in Condotta 1992
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giù le mani dai contratti
Kosovo incubo e delizia della diplomazia italiana per
quanto riguarda la Serbia dove le incertezze o le debolezze
di una politica estera italiana, in primis di un
Dini, sono servite a tutt’oggi a garantire o stupidamente
servire la causa di Milosevic. Il silenzio è l’interfaccia
dell’assenso. Ma quali gli interessi della azienda Italia
nella Repubblica Yugoslava? Innanzitutto il fatto che
la Fiat voglia rafforzare i legami già esistenti
con Belgrado. Infatti il governo serbo ha garantito alla
FIAT un contratto di rinnovamento, in tutte le aziende
pubbliche e istituzioni statali, con l’Iveco-Zastava.
Ad onore del vero già la produzione dei camion
slavi si avvaleva di questa Joint (l’Iveco produce i pezzi
di cui l’assembaggio è a carico della società
yugoslava Zastava). Il nuovo contratto rifornirebbe di
furgoncini e camionette tutte le realtà istituzionali
dello stato della R.F.Y (fino ad adesso sono stati realizzati
1000 furgoni di tipo daily). Lo stesso valga per
quanto riguarda i possibili nuovi contratti di realizzazione
di nuove vetture nella joint Fiat-Zastava.
Sempre secondo dati dell’ICE (Istituto Commercio Estero)
l’Italia è il secondo paese per gli scambi commerciali
con la Yugoslavia seconda solo alla Germania. Sempre secondo
l’ICE negli ultimi 12 mesi (anno ‘98) il volume di affari
per gli scambi commerciali si aggira attorno agli 819
milioni di dollari con una crescita del 2% dal 97. Le
esportazioni della Yugoslavia ammontano a 508 milioni
di dollari di cui l’Italia importa circa 311milioni di
dollari, solo per i funghi secchi ad. es. il nostro paese
ne importa l’80%. Va anche ricordato il contratto della
Telecom Italia con quella Yugoslava, che si aggira a 1000
mid di lire per l’acquisto del 29% delle azioni. Su una
economia al collasso dove la disoccupazione si aggira,
in Yugoslavia, al 50% , l’inflazione al 20% e gli stipendi
massimi attorno ai 360 marchi al mese e le pensioni a
circa 100/150 marchi mensili gli affari sembrano navigare
in prosperità. Ma per finire citeremo le società
italiane presenti in Yugoslavia: Telecom, Iveco-Fiat,
Lavazza, Zucchelli, Olivetti, Parmalat, Grotto, Benetton,
Fila, Lotto, Di Vella, Barilla, Esso, Diesel, Birra Peroni
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