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Amotz e Avishag Zahavi sono due etologi
che insegnano all’Università di Tel Aviv e che, negli
ultimi anni, si sono guadagnati l’attenzione del mondo scientifico
per i loro studi sulla logica della comunicazione animale. Il
loro merito fondamentale sta nell’aver formulato un criterio
analitico applicabile sia nei confronti dei comportamenti sociali
che delle strutture evolutive degli organismi - dai più
grandi ai piccolissimi, ovvero dagli elefanti agli unicellulari,
passando soprattutto per i garruli, che sono uccelli passeriformi
studiati dagli Zahavi per ben 27 anni. Il criterio è
semplice: chi trasmette segnali, se vuole che risultino attendibili,
deve pagarli cari. La gazzella si avvede della presenza di un
leone: la prima cosa che fa non è scappare, ma eseguire
vari saltelli a quattro zampe sul posto - soltanto se il leone
avanza, allora scappa. I saltelli sul posto sono un segnale:
gli dice "guarda, sto bene, se voglio scappo. Decidi tu,
vuoi provare ad ottenere una preda che comunque ti costerà
molta fatica, o preferisci cercarti una preda più facile?".
Tuttavia, questo segnale costa: nei saltelli spende una parte
di quella energia che, se il leone decide di tentare, le tornerebbe
preziosa nella fuga. E’ un po’ come la storia del pavone. Il
maschio cerca di convincere all’accoppiamento la femmina e sfoggia
una magnifica coda grande e variamente colorata. Già
nell’erigerla spende energie e segnala che se lo può
permettere, ma, più diventa apprezzabile dalla femmina,
più diventa visibile ai predatori. E’ Il principio
dell’handicap che dà il titolo al loro volume tradotto
recentemente in italiano (Einaudi 1998, £. 28.000).
Fra il tanto d’altro, gli Zahavi accennano spesso a vari
comportamenti animali particolarmente significativi in ordine
alla genesi dei rapporti gerarchici. Sembrerebbe assodato, per
esempio, che dal primo uovo a schiudersi uscirà il più
grande e il più forte dei fratelli e che, nella prima
settimana fuori dal nido, l’ordine gerarchico fra i fratelli
è stabilito, ma non una volta per tutte. Nei garruli,
per esempio, la competizione aggressiva dura parecchi mesi e,
in pratica, fino ad un anno di vita, a ciascuno è dato
di poter cambiare la propria posizione nella gerarchia. Poi,
chi acquisisce elevatezza di rango la mantiene, ovviamente pagando
l’handicap, perché il prestigio - nel mondo animale -
costa. Anche nei garruli, per esempio, chi sta in alto è
contraddistinto da un tono di voce più forte rispetto
a chi appartiene ad un rango inferiore. Ma questo segnale, proprio
perché emesso a maggiore tonalità, può
essere udito a maggiore distanza - e, dunque, anche da chi potrebbe
averci cattivissime intenzioni.
Chi volesse averci un’idea sulle strategie di fratria escogitate
nella società degli uomini - dove i fratelli maggiori
la fanno da padroni nei confronti dell’ultimo nato - può
dare un’utile occhiata a Fratelli maggiori, fratelli minori
di Frank J. Sulloway (Mondadori 1998, £. 36.000), che ha scrupolosamente
analizzato migliaia di biografie in cerca di regolarità.
Per esempio, per scoprire che i primogeniti sono più
conservatori degli ultimi nati. Il che è ovvio, perché
chi arriva tardi trova i posti occupati - i "posti"
nelle cure e negli affetti dei parenti, per esempio - e deve
escogitare stratagemmi di "nicchia" per sopravvivere.
Il primo lotta per tenersi ciò che ha e l’ultimo lotta
per ottenere qualcosa, spesso non avendo nulla da perdere.
Le strutture relazionali del potere, dunque, si stabiliscono
nei primi momenti dell’esistenza. Nel caso dell’uomo, tuttavia,
è determinante il fatto che, concomitantemente a queste
strutture, in modo strettamente correlato, si sviluppino le
strutture della conoscenza. Sapere e potere, insomma, sono due
categorizzazioni dell’osservatore nei confronti di un unico
processo di sviluppo che ha inizio fin dalle prime fasi relazionali.
Ne Il costruttivismo radicale - Una via per conoscere ed
apprendere (Società Stampa Sportiva 1998, £. 20.000),
Ernst von Glasersfeld - nel contesto di una lotta millenaria
fra teorie passivistiche e costruttivistiche della conoscenza
umana -, delinea una credibile genealogia delle categorie fondamentali
cui perviene l’attività conoscitiva. Ripercorre l’intero
tentativo che fu di Piaget - all’insegna di una "epistemologia
genetica" - e propone un modello analitico della mente
umana nel suo sviluppo prima individuale e poi, grazie al linguaggio,
sociale. Veniamo così condotti all’analisi del modo con
cui il bambino costruisce il concetto di "cambiamento"
o quello di "movimento" per poi giungere al "sé"
come identità individuale, allo "spazio" ed
al "tempo". Da queste basi si potranno poi raggiungere
i risultati più complessi, come la ri-presentazione di
esperienze passate, il riconoscimento e la consapevolezza. Tutti
"strumenti", cioè, che prima li si sa usare
e meglio è - in termini di successo evolutivo e, quindi,
di potere.
Forse non ci si fa caso, ma l’analisi di tutto ciò
va annoverata fra le conquiste significative. La tradizione
filosofica ci ha consegnato un modello di mente - umana, perché
di una mente animale guai a parlarne - sostanzialmente inanalizzabile,
specchio passivo di un mondo bell’e fatto cui rassegnarsi. L’ideale
per introdurci ad un mondo in cui qualsiasi esigenza di partecipazione
attiva, con le buone o con le cattive, ha da essere disincentivata.
Felice Accame
P.S.: A proposito di mente e linguaggio negli animali tutti.
Ernst von Glasersfeld è uno di quei coraggiosi che, negli
anni Settanta, realizzò il Lana Project, ovvero l’esperimento
nel quale s’insegnò a Lana, uno scimpanzé femmina,
a comunicare con gli esseri umani tramite la tastiera di un
computer. Contro l’esperimento - tanto per amor di cronaca -
insorse il "blocco storico" attestato sullo slogan
"A chi il linguaggio? Solo a noi!" che comprendeva
il meglio del democratico oggi disponibile, da Chomsky al Papa.
Già che ci sono, quarto libro: per averci in proposito
idee più chiare - di Chomsky e del Papa- si legga Mente
e linguaggio negli animali di Felice Cimatti (Carocci 1998,
£. 29.000).
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