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A cinque anni da quel Capodanno del 1994, entrato nella storia
come l’evento che conclude il secolo delle lotte sociali con
gli stessi ideali libertari che lo avevano aperto, gli zapatisti
lanciano una sfida senza precedenti: 5000 indigeni (2500 donne
e 2500 uomini) percorreranno l’intera confederazione messicana
promuovendo una consultazione nazionale per il 21 marzo 1999,
un immane sforzo organizzativo nel tentativo di coinvolgere
la società civile, ultimamente dispersa e sfibrata dall’incessante
e capillare assedio del potere, in un paese frantumato da un
modello economico disumano quanto fallimentare (tranne che per
i 126 uomini più ricchi del pianeta: da soli detengono
il 48% delle ricchezze totali). Che gli zapatisti abbiano più
bisogno che mai dell’appoggio internazionale, è inutile
ribadirlo: le mille forme in cui la nostra attenzione può
manifestarsi, rappresentano linfa vitale per chi ogni giorno
subisce attacchi e provocazioni da parte dell’esercito federale
e delle bande paramilitari; ma l’Ezln si rivolge al mondo intero
anche per proporre di fare del 21 marzo 1999 la giornata internazionale
di tutti gli "esclusi", di chiunque, per qualsiasi
motivo, non si riconosce nelle forme di potere politico ed economico
imperanti, o viene perseguitato per motivi di sesso, abitudini,
filosofie di vita o scelte individuali e collettive.
In questi cinque anni l’interesse per il movimento zapatista
(per l’innovativa proposta in un pianeta flagellato da guerre
pseudoetniche e pseudoreligiose, con alla base della polveriera
sempre la stessa miccia: la miseria) ha potuto contare su un
notevole numero di libri, spesso scritti da chi ha voluto trasmettere
la propria esperienza vissuta nel Chiapas insorto, o raccolte
di testi tradotti ("comunicati" è un termine
che non si addice alla fantasia creativa degli zapatisti), più
una lunga serie di analisi e interviste ai diretti interessati.
Sul fronte opposto, i lautamente foraggiati cantori del privilegio
capitalista hanno affilato le penne ed emesso una patetica scarica
di testi finalizzati a screditare e infangare lo zapatismo,
pescando a piene mani (ma in modo maldestro) negli schedari
dei servizi messicani, alle dirette dipendenze dei loro padroni
residenti a nord del Rio Bravo, che hanno fornito ogni sorta
di illazioni (Marcos è uno stalinista camuffato da libertario;
anzi, lo ha inventato il governo per distrarre l’opinione pubblica;
Tacho è sparito dalla circolazione perché Marcos
lo ha fatto fucilare; no, Tacho si è rivisto in circolazione:
allora vuol dire che Marcos è espatriato in Guatemala,
no, addirittura in Europa; meglio ancora: sta preparando il
terreno per presentarsi candidato al senato...). In Francia
l’onere di sputare fiele se lo sono preso alcuni "inviati"
probabilmente delusi dagli alberghi di San Cristóbal
e dai ristoranti frequentati (la diarrea non perdona, a quelle
latitudini), mentre dalle nostre parti abbiamo assistito alle
penose sparate dell’isterico stipendiato da La Stampa
(Guzzanti), salvo poi venire smentito (sulle stesse pagine)
da un giornalista onesto come Pino Corrias, che in quella zona
c’è andato davvero, senza limitarsi ai Grand Hotel delle
metropoli e alle chiacchiere di taxisti e portinai. L’Unità
si è dovuta accontentare di un galoppino di redazione,
che ha stilato un articolo pieno di inconfessabile invidia per
chi conduce tutt’altra vita rispetto alla sua (cioè le
migliaia di solidali viandanti, apostrofati come "zapaturisti":
gli auguriamo di incontrarsi faccia a faccia, per esempio, con
uno dei medici italiani che a Oventic operano senza neppure
un’aspirina di sostegno), mentre l’acculturata Repubblica
ha affidato alla spocchia di Arbasino il compito di spargere
schizzi di profumato sterco sorcino: ai suoi occhi, il Chiapas
ha l’imperdonabile colpa di non essere esteticamente trendy...
Ma torniamo ai libri utili (nel senso che aiutano il lettore
a capire e conoscere, non a incrementarne il cinismo e l’accidia).
Recentemente, la pubblicazione de Il paradosso zapatista,
di Raúl Zibechi (Elèuthera, pp. 184, L. 23.000)
rappresenta un ottimo esempio di come fare informazione unendo
esperienze personali e accurata ricostruzione dei fatti, con
in più la capacità di narrare aneddoti e atmosfere.
Nella prefazione Zibechi, uruguayano quarantasettenne, ci comunica
prima d’ogni altra cosa i sentimenti che ogni "straniero"
(che tra queste genti non si sente mai "estraneo")
prova al contatto con le comunità depositarie di una
millenaria tradizione di dialogo e solidarietà: "Lasciare
la comunità è stato un po’ come una lacerazione;
strapparsi da quella gente meravigliosa è stata un’emozione
profonda che ancora perdura. Quell’esperienza mi ha aperto la
possibilità di comprendere i valori che fondano la vita
comunitaria, ben diversi dall’individualismo e dalla feroce
concorrenza che, quasi naturalmente, impregnano la vita di ogni
giornalista, spesso trasformato in un lupo solitario a caccia
di notizie. Scoprire la sensibilità, la purezza di intenzioni,
il coraggio e la coerenza etica, la costruzione quotidiana di
una vita collettiva, è stato molto di più di quello
che mi aspettavo".
Ecco la grande forza degli zapatisti: "contagiare"
chiunque abbia il cuore di fermarsi ad ascoltare e a guardare,
attraverso un modo di vivere e di concepire i rapporti umani
che costituisce un patrimonio di ricchezza inestimabile, a tutti
noi che rischiamo quotidianamente di cedere a una supposta ineluttabilità
dell’orrore dilagante. A questo riguardo citerei un altro libro
di (quasi) recente pubblicazione in Italia, Tenero veleno
(Samizdat, pp. 283, L. 22.000), che comprende una lunga serie
di lettere scritte in massima parte dal sivigliano Nicolas Arraitz
a un gruppo di amici francesi, raccontando "in diretta"
le esperienze vissute in Chiapas: "Si può viaggiare
senza lasciare tracce nel cuore e nella memoria delle persone
conosciute? Il viaggio è una cosa che si condivide. "Tenero
veleno" è la storia di compagni di viaggio, di strade
che si incontrano, di speranze e feste che si vivono insieme,
ma senza che nessuno dei protagonisti abbandoni la propria strada.
Perché il viaggio è anche soggiorno, nel confronto
delle differenze ("siamo uguali perché siamo diversi",
dicono gli zapatisti). Viaggiare è sapersi fermare per
vivere.
Nel Messico della seconda metà degli anni 90 abbondano
le opportunità per chi sa provocarle". Letture illuminanti,
che dovrebbero spronarci a manifestare apertamente un nuovo
(o rinnovato) entusiasmo - nonostante ci sia ben poco di cui
essere ottimisti nel mondo odierno, ma questa non è una
giustificazione per spegnere le passioni - senza nasconderlo
davanti agli sguardi sarcastici dei cinici che si definiscono
"realisti", così realisti da vivere in modo
impossibile e intollerabile. Come diceva Fabrizio De Andrè
(quanto ci manchi, Fabrizio...), l’uomo, senza l’utopia, "è
un semplice miscuglio di istinto e tecnica, come dire una sorta
di cinghiale laureato in matematica pura".
Pino Cacucci

Una banca per i
poveri
È il 1974, un anno in cui il Bagladesh viene preso nella
morsa di una grande carestia, con centinaia di magliaia di persone
morte per fame nei villaggi e nelle città.
Muhammad Yunus è un bravo professore universitario,
capo del dipartimento di economia dell’Università di
Chittagong, sulla costa, e comincia a chiedersi: "A cosa
servono le belle teorie economiche che insegno e che sembrano
in grado di fronire risposte ai problemi economici di ogni tipo,
se la gente muore di fame, in silenzio, lungo i marciapiedi,
appena fuori dall’università?" Assieme ad alcuni
suoi studenti, decide di scoprire l’economia reale di un villaggio
per capire le cause della miseria, e comincia da Jobra il villaggio
che sorge accanto all’Università, andando per le case
più povere.
Un giorno, davanti ad una casa diroccata, trova una donna
accovacciata a terra che fabbrica uno sgabello di bambù;
con molta difficoltà riesce ad entrare con lei nel vivo
del problema, scoprendo che ogni giorno era costretta a comperare
da un rivenditore per cinque taka, cioè 22 centesimi
di dollaro (400 lire circa) il bambù che poi lavorava,
facendo sgabelli per tutta la giornata e che rivendeva alla
stessa persona, per pagargli il debito dei 5 taka, con
un guadagno di soli 5 paisa cioè 2 centesimi di
dollaro, 40 lire!
Quella donna, Sufia, lavorava tutto il giorno e alla fine
guadagnava per sé e per i suoi figli, due centesimi di
dollaro.
"E non potrebbe farsi prestare il denaro da un altro
e comperare il materiale per conto suo?" "Sì,
ma chi mi presta il denaro vuole il 10% di interesse a settimana
o anche a giorno". È l’usura, un fatto "normale"
e socialmente accettato in tutti i paesi del terzo mondo: nelle
campagne del Bangladesh una misura di riso presa a prestito
all’inizio della stagione deve essere rimborsata con due misure
e mezzo al momento del raccolto.
Yumus parte da questa constatazione, "Non avrei mai
pensato che qualcuno potesse patire la miseria perché
gli mancano 22 centesimi di dollaro per rendersi autonoma dagli
usurai, comprare e lavorare bambù e rivendere gli sgabelli
ad un prezzo di mercato".
La miseria, riflette Yumus, determina una condizione che
nega non solo alcuni, ma proprio tutti i diritti umani. A prima
vista il problema era semplicissimo: finora Sufia aveva lavorato
quasi gratis, in una forma di quasi schiavitù. Ma disponendo
di un piccolissimo credito iniziale, avrebbe potuto vendere
i prodotti sul libero mercato, ottenendo un guadagno decisamente
più alto.
In Bangladesh il 40% della popolazione non arriva a soddisfare
i bisogni elementari minimi giornalieri; la malnutrizione e
la povertà è tale da determinare un peso e una
statura sotto la media; il 90% inoltre sono analfabeti e, caso
rarissimo nel mondo, le donne - che sono la parte più
povera dei poveri - vivono meno degli uomini.
Il Prof. Yunus, assieme ai suoi studenti, compila l’elenco
di tutte le persone del villaggio di Jobra che, come Sufia,
ricorrevano ai prestiti dei commercianti usurai, vedendosi così
espropriati dei frutti del loro lavoro: 42 persone, 42 famiglie
ridotte alla fame, per un prestito totale di 856 taka, meno
di 27 dollari (50.000 lire); persone cui non mancava né
la salute, né la voglia né la capacità
di lavorare.
Yunus decide di prestare loro quella somma, con l’impegno
di restituirla quando avessero potuto, quando cioè avessero
venduto abbastanza prodotti con un buon margine di profitto.
Nasce così la Banca Grameen, che significa "Banca
del Villaggio". L’inizio è molto complicato, perché
nessuna banca intende fare prestiti così piccoli (il
costo dell’operazione è molto più alto del guadagno
per la banca), a persone analfabete senza garanzie e, per di
più, donne. Yunus alla fine riesce, con l’aiuto di alcuni
dirigenti bancari e statali che lo conoscevano e stimavano personalmente,
ad aprire la prima serie di sportelli nella regione di Chittagong
nel 1977.
I principi su cui si basa la Banca Grameen sono esattamente
l’opposto di quelli su cui si basano le altre banche del Bangladesh:
a) le banche tradizionali non prestano denaro alle donne,
se non è d’accordo il loro marito.
Invece l’esperienza di Grameen dimostrava che, passando
per le mani delle donne il credito portava cambiamenti più
rapidi di quando era gestito dagli uomini; la donna ha una scala
di priorità che mette al primo posto la famiglia, i figli
e poi la casa.
L’uomo, invece, quando dispone di un reddito superiore a
quello indispensabile per la sopravvivenza, pensa soprattutto
a soddisfare le proprie esigenze personali. Ecco perché
Grameen si è gradualmente orientata a concedere prestiti
quasi esclusivamente alle madri di famiglia, dovendo ovviamente
superare le tenaci resistenze dei mariti, dei capi religiosi
islamici, dei notabili locali e dei funzionari di governo.
b) Le banche tradizionali richiedono sempre il rimborso
in un’unica rata, così il debitore, trattandosi di una
somma di una certa entità, cerca di rinviare il più
possibile e alla fine magari decide di non pagare la percentuale
di insolvenza nelle banche bengalesi è altissima; un
esempio che ha dell’incredibile: il 90% dei clienti della Bangladesh
Industrial Development Bank, statale, non rimborsa i
crediti; un istituto di carità per i ricchi...
La banca Grameen invece chiede il rimborso con rate settimanali
di importo così piccolo che il cliente quasi non se ne
accorge; inoltre non viene lasciato solo, ma inserito in un
gruppo di circa cinque persone che si sostengono e stimolano
a vicenda a mantenere gli impegni.
c) Le banche tradizionali concedono prestiti solo a chi
offre una solida garanzia, cioè a chi non è povero;
Grameen invece cerca proprio i più poveri tra i poveri
e non chiede alcuna garanzia, ciononostante la sua percentuale
di rimborsi è del 98%, altissima, quasi incredibile,
ma si spiega con il fatto che i poveri sanno che quella è
la loro unica occasione; e se restituiscono il primo prestito,
per procurarsi gli attrezzi di lavoro, poi possono chiedere
il secondo, per ampliare l’attività o magari per aggiustare
la casa.
d) Le banche tradizionalli chiedono ai loro clienti di recarsi
nei loro uffici e di compilare una serie di moduli, per cui
un povero analfabeta è a priori escluso dal credito;
Grameen invece obbliga i suoi funzionari ad incontrare i loro
clienti nelle case, conoscendo e discutendo i loro problemi.
e) le banche tradizionali hanno come sala di riferimento
prima il mercato, poi il prodotto, infine il cliente e sono
responsabili soltanto di fronte agli azionisti. Per la Grameen
la gerarchia dei valori è rovesciata, al primo posto
sta il/la cliente che inoltre (a parte l’8% di azioni detenute
dal governo) è anche azionista della banca, il buon rendimento
ai clienti-azionisti viene garantito, ma non si tratta di profitti
e dividendi, ma di un miglioramento del tenore di vita, di alloggi
o altre contropartite in natura.
L’ambizione di Grameen è di vedere i propri membri
superare la soglia di povertà, che in Bangladesh significa:
- possedere una casa con tetto che resista alla pioggia;
- disporre di servizi igienici e di acqua potrabile pulita;
- avere la capacità di rimborsare 300 taka (8 dollari)
alla settimana;
- che tutti i bambini in età scolare vadano a scuola;
- che tutta la famiglia faccia tre pasti al giorno e si sottoponga
ai controlli medici regolari.
Nei suoi primi 20 anni di attività, Grameen con speciali
prestiti per la casa ha consentito la costruzione di robuste
case con il tetto a prova d’acqua per 425.000 famiglie, mentre
altre 150.000, che vivevano anch’esse sulla strada, si sono
costruite una casa con i proventi delle imprese finanziate da
Grameen.
Nel 1979, con 500 membri, Grameen cominciò a concedere
prestiti ai cittadini senza terra della regione del Tangail,
molto lontana dalla città di origine, Chittagong. Nel
1982, i membri della Banca erano 28.000, di cui 11.000 donne;
questo allargamento a macchia d’olio avveniva muovendosi, all’inizio,
con estrema prudenza, favorendo i più svantaggiati, accettando
per primi - di norma - i gruppi di donne che abitano più
lontano dall’agenzia.
In quell’anno Grameen operò in 5 regioni molto distanti
tra loro e l’importo dei prestiti versati passò, in dodici
mesi, da 13,4 milioni di dollari a 23,9.
Oggi la banca dei poveri fornisce strumenti di autonomia
per uscire dalla miseria e dall’usura a 12 milioni di persone,
il 10 per cento più povero della popolazione del Bangladesh.
Accordando questi minuscoli crediti ai più poveri dei
poveri Yunus ha dimostrato come con pochi mezzi, si può
fare più di quanto abbiano fatto miliardi di dollari
di "aiuti" stranieri.
La storia della Banca Grameen è raccontata da Muhammad
Yunus in un bellissimo libro che si intitola Il banchiere
dei poveri pubblicato dalla Feltrinelli (270 pag. L. 35.000).
Per chi volesse approfondire l’argomento, è di facile
lettura.
Michele Boato

Dolori e Pene
In ambito psicoterapeutico è stato formulato da alcuni
studiosi, di fronte a particolari situazioni di conflitto familiare
ma non solo, il concetto di "illusione di alternative".
Si tratta del caso in cui ci troviamo di fronte a una domanda
alla quale crediamo di poter rispondere con varie ipotesi ma
che, in realtà, per il modo con cui è stata formulata,
nasconde l’impossibilità di una scelta vera e propria.
In un caso citato da Ronald Laing, una madre, di fronte
alla figlia che usava parole veementi contro di lei, rispondeva
che certe cose la figlia non poteva certo pensarle se non nel
caso in cui fosse malata, perché se non lo fosse stata,
come madre avrebbe dovuto essere molto arrabbiata con lei. Alla
figlia, in un contesto come quello descritto, veniva prospettata
solo l’alternativa tra essere malata ed essere cattiva
ma non la possibilità di esprimere i propri sentimenti.
Una "illusione di alternative", appunto, dentro la
quale l’unica possibilità sarebbe stata quella di trovare
una terza risposta dentro il conflitto stesso per come si era
andato determinando.
Nelle scorse settimane abbiamo assistito a una rappresentazione
similare di scelte illusorie di fronte alle reazioni suscitate
da una escalation di omicidi e di episodi criminosi in
genere avvenuti a Milano. Se non è stata ancora provata
una correlazione tra aumento delle pene e diminuzione degli
episodi criminosi, il dibattito massmediatico - rinunciando
a confrontarsi con questo dato di fatto - non è ancora
una volta uscito dalle secche di un ossessivo agitare paure
vecchie e nuove, per acquietare le quali non sembrano esserci
alternative se non il ricorso a una repressione sempre più
forte e a pene maggiormente afflittive. L’alternativa tra debolezza
istituzionale e il potenziamento delle strutture repressive
rivela il suo carattere del tutto illusorio. L’intreccio tra
traffico di droga, movimenti di capitali, depauperamento collettivo
e insicurezza sociale crescente svanisce lasciando le persone
sempre più sole in una realtà urbana sempre più
desolata, incapaci di rispondere alle offese reali o potenziali
se non con una punizione-vendetta, che fornisce l’illusione
di venire ripagati dei torti subiti. Intorno ai discorsi sulla
mitologia e antropologia del punire, al carcere e alle sue alternative,
offre spunti di riflessione un libro di Vincenzo Guagliardo
(Dei dolori e delle pene, Sensibili alle foglie, Roma,
1997, L. 27.000). Detenuto nel carcere di Opera, Guagliardo
sviluppa dall’interno i concetti di una possibile teoria abolizionista
del sistema penale e riflette sui vincoli sociali che perpetuano
quello che egli stesso ha definito, parlando del carcere, come
un immenso dolorificio legalizzato. Guagliardo fa propria, sottraendosi
a una visione fondata solo su un rapporto economicista costi-benefici,
una critica che si impone come di ordine morale al problema
della pena e dei suoi risultati. Citando N. Christie: "...
In ogni modo, non riesco ad immaginare da parte mia la possibilità
di far aumentare sulla terra la sofferenza legale che l’uomo
infligge all’uomo. E neppure riesco a trovare alcuna buona ragione
per credere che il livello delle pene oggi comminate sia quello
giusto e naturale. E poiché la questione è importante,
ed io mi sento costretto ad operare una scelta, non vedo quale
posizione possa essere difesa, se non quella di lottare affinché
la severità delle pene venga ridotta. Quindi, in caso
di dubbio, ci si astenga dal far soffrire. Un’altra: si infligga
la minor pena possibile. Si cerchino alternative al castigo
e non solo castighi alternativi.", Guagliardo ci descrive
i meccanismi antropologici che fanno di una persona una categoria
a parte, un altro da sé, in questo caso la figura del
criminale tipo, al quale si può fare, proprio in virtù
di questa irriducibile diversità, ciò che in una
visione di comunanza di sentimenti non sarebbe tollerato. Questo
meccanismo trova la sua massima espressione nella pena di morte,
dove il divieto di uccidere un membro della stessa specie, cade
solo grazie al fatto che si individua nel condannato una figura
aliena, al quale addebitare in una forma di proiezione l’essenza
stessa del male. È lo stesso meccanismo che consente
la continua riproposizione della guerra per la risoluzione delle
controversie tra comunità, nelle quali l’avversario,
per poter essere ucciso, deve assumere fattezze e caratteri
modificati e "disumanizzati" tali per cui la sua uccisione
diventa necessaria alla difesa di ciò che è autenticamente
umano.
Anche i movimenti rivoluzionari hanno in verità spesso
riproposto dei modelli simili, individuando in alcune persone
dei "simboli", quindi spogliati della propria concretezza
di esseri viventi, da sacrificare in una sorta di rituale, per
operare una punizione, definita esemplare, nei confronti dei
crimini e degli orrori perpetrati dal potere dominante. Certo,
il paragone può apparire blasfemo, non si possono tacere
le differenze tra un potere costituito che opera con il monopolio
assoluto della violenza e un movimento che gli si oppone. Rimane
il fatto che il meccanismo della punizione, al di là
degli ambiti istituzionali nei quali si compone, resta un elemento
centrale dell’immaginario collettivo. Trovare i modi per rompere
questa spirale di eterno ritorno è però un compito
che chi intende promuovere una diversa visione della convivenza
tra esseri umani deve provare ad affrontare. Guagliardo, e se
ne è avuta conferma anche nella recente inaugurazine
dell’anno giudiziario, ci ricorda come la gran parte dei reati
rimanga in realtà impunita, rivelando un’inefficienza
di base del sistema penale, che concentra in coloro che incappano
nelle sue maglie, un forsennato concentrato di forza punitiva,
che maschera una incapacità a comprendere ed operare
sul contesto in cui l’evento-crimine si sviluppa. L’inesistenza
del potere deterrente verso i delitti più gravi come
l’omicidio è invece provato in quegli stati come gli
USA, dove l’intensificazione dell’uso della pena capitale non
ha rallentato la continua crescita negli anni dei crimini più
gravi. Scrive Guagliardo "Chi uccide, per esempio, lo fa
per motivazioni estremamente interiorizzate, lucide o irrazionali
che siano, che nessun terrore della sanzione penale può
fermare ... Viceversa chi non ha intenzione di uccidere non
lo farà neppure in mancanza di sanzione". Un altro
studioso, di diverso orientamento, Federico Stella, avvocato
e docente di Diritto Penale alla Cattolica di Milano, afferma
che "È inevitabile che ogni persona di buon senso
si chieda se non ci siano altri strumenti per intervenire, magari
più efficaci del diritto penale. La mia obiezione è
ancora più radicale: io arrivo a dire che anche se avesse
un senso la pena, se servisse a far diminuire la criminalità,
avrebbe ugualmente un costo troppo elevato in termini di sofferenza.
La domanda che pongo ai miei studenti è ‘Chi legittima
tre persone riunite in camera di consiglio, che costituiscono
un tribunale, a deliberare freddamente e consapevolmente, dieci,
venti, trent’anni di sofferenza per un uomo?’ Quando Wiesnet
dice che ‘da millenni gli uomini si puniscono e da millenni
si chiedono perché dice la verità" (da un’intervista
su "Una città", ottobre 1998).
Nel libro di Guagliardo troviamo una riflessione a tutto
campo sul tema del dolore, dolore del corpo e dolore della mente,
che nel sistema penitenziario assume particolari valenze in
relazione allo svolgersi della funzione della coscienza e dei
meccanismi fisiologici che determinano la sopravvivenza di una
persona reclusa: "Ritmi monotoni e vuoti d’esperienza della
vita quotidiana rendono infinito ogni singolo momento, la singola
giornata. E all’opposto e per la stessa ragione, gli anni dietro
di noi passano terribilmente in fretta, sono gli anni leggeri
del vuoto".
Si fa pressante quindi l’esigenza di un contesto che consenta
all’individuo di sfuggire a un’analisi puramente giudiziaria
del proprio passato: "In testa ad ognuno si cerca di ficcare
un tribunale che conosce solo amnesie-colpevolizzazioni, esaltazioni
giudicanti e difficilmente delle amnistie, cioè dei ricordi
vissuti senza colpa: come una ricostruzione critica vissuta
alla luce di una più ricca esperienza". Rimane un
lavoro costante affinché la memoria sia sottratta all’immobilismo
di un mero aggrapparsi a un unico particolare del proprio passato
come a una deriva indotta istituzionalmente che impedisce ogni
percorso di crescita e di speranza. C’è un tabù
nel discorso sulla reclusione, sottolinea Guagliardo, che sposta
quasi sempre l’essenza del sistema penitenziario dal suo centro:
"È l’aspetto più importante della sofferenza
psichica, la negazione dell’amore, è quello di cui non
si parla come fosse un tabù, tant’è che alla fine
è quello di cui parla meno persino il recluso. (Al massimo
si arriverà a parlare di esigenze fisiologico sessuali)."
L’autore del libro ha voluto indicare come sottotitolo la
frase "saggio abolizionista e sull’obiezione di coscienza".
L’obiezione cui si fa riferimento e quella al sistema di meccanismi
premiali, introdotti dalla legge Gozzini del 1986, che fa dipendere
la concessione di premi e benefici di varia natura alla persona
incarcerata dai giudizi espressi sulla sua condotta ad opera
delle guardie carcerarie e del giudice di sorveglianza.
Si è creata, spiega Guagliardo, una realtà
dove si sancisce "per legge il regno della non legge, il
modo in cui il carcere si rende completamente autonomo da coloro
che hanno giudicato, il momento in cui ci si occupa del delinquente
a prescindere dal reato. Il reato era un pretesto per trattare
la persona".
La pretesa riduzione delle violenze nei confronti dei detenuti
più deboli, vantata dai sostenitori dei meccanismi premiali,
potrebbe essere raggiunta ugualmente mantenendo, spiega l’autore,
un automatismo dei benefici, per tutti, che verrebbe a cadere
solo nel caso di violenza diretta verso un altro recluso. In
base ai meccanismi premiali il recluso si trova sempre più
solo, in balia dell’amministrazione, pervaso dal timore che
ogni minima critica al suo operato si produca in una perdita
di benefici vitali come permessi, semilibertà o altre
forme di riduzione del tempo della reclusione. Rimane il fatto
che queste misure, come hanno sottolineato anche molti giuristi,
rappresentano, sempre, più che una alternativa al carcere
una parentesi all’interno di un percorso che mantiene comunque
ferma l’idea della carcerazione come esito naturale della risposta
al reato. Muovendosi dentro l’esperienza del dolore in carcere,
Guagliardo apre un possibile percorso abolizionista che, nell’
orbita di un "principio speranza", si prefigge di
uscire da una logica dove tra autore e vittima di un evento
deve intercorrere solo la comminazione di una pena con, come
corollario, la funzione puramente passiva di chi ha subito l’offesa.
Nella postfazione al libro, Pietro Fumarola, riproduce in
sintesi alcune linee guida, elaborate dall’abolizionista L.
Husman, intorno alle quali sviluppare idee e alternative praticabili:
"Lo studio di un caso di azione collettiva di risarcimento
da parte di coloro che vi erano direttamente coinvolti; alcuni
risultati di una ricerca empirica sull’uso della legge civile
da parte di donne che si sentono vittimizzate dalla violenza
sessuale; alcuni risultati di una ricerca-azione, come mezzo
per sostenere il coinvolgimento della comunità nell’affrontare
situazioni problematiche penalizzabili". La prospettiva
dell’autore del libro si apre, come si diceva all’inizio, con
una presa d’atto del carattere "morale" di una iniziativa
abolizionista. Gli ultimi capitoli del libro, impossibili da
riassumere nella loro complessità, portano come titolo
significativo "L’abolizionismo è uno sguardo"
e "Pena come merce e lavoro come dono" per indicare
appunto uno spostamento di visione dal binomio crimine-pena
come unico elemento del discorso sul sistema penale. Guagliardo
lega la critica delle leggi dell’economia - intese come relazione
che tende a cancellare la dimensione del dono e del gratuito
che sottende ancora oggi gran parte dei rapporti sociali - alla
dilatazione assunta dal sistema carcerario nelle società
occidentali: "La pena è il tentativo utopistico-insensato
di far soggiacere il dolore alle leggi dell’economia. Il dolore
dell’offensore dovrebbe ripagare la vittima del dolore ricevuto".
In un confronto con l’immaginario comune, Guagliardo propone,
sul piano minimo e più immediato, l’adozione di
misure che "riducano le pene attuamente esistenti e aboliscano
l’ergastolo; si oppongano a un aumento del numero dei detenuti
e delle carceri; favoriscano automatismi, cioè meccanismi
oggettivi (fondati sulla quantità di pena scontata) per
la concessione di quei benefici oggi previsti come premi; considerino
gli affetti e la sessualità un diritto e non un beneficio".
La possibilità dell’alternativa alla pena, suggerisce
la lettura del libro, può diventare una "utopia
concreta" con capacità trasformative del presente,
contribuisce a sottrarci al ricatto della paura, fonte di una
continua desocializzazione, senza impossibili esorcismi contro
un Male da estirpare, ma nel solco di un più forte valore
per le libertà di tutti.
Giuseppe Gessa

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