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Le lamentele sui mass media sono una
consuetudine. Per cominciare, c’è la bassa qualità
di programmi e articoli. C’è una presenza costante della
violenza, cui viene riservata un’attenzione sproporzionata in
rapporto alla sua frequenza nella vita di tutti i giorni. Più
in generale, la maggior parte dei mass media dedica molta più
attenzione alle cattive notizie - crimini, morti, disastri,
guerre ecc. - che agli aspetti positivi della condizione umana.
Non di rado i mass media creano paure irreali sui criminali,
gli estranei e via dicendo.
Le "notizie" sono più spesso intrattenimento
che informazione o istruzione. Quando vengono date, specie in
televisione, il loro contesto viene illustrato in maniera piuttosto
approssimativa. Vengono descritti i fatti più recenti
ma non quelli che li hanno preceduti o causati. Il risultato
è che i consumatori dei media apprendono una gran quantità
di accadimenti ma spesso non capiscono in che modo collegarli.
Il contesto è il prodotto dei presupposti che stanno
dietro ai fatti, e questo contesto è ancora più
potente perché non viene mai né descritto né
commentato.
Persino i "fatti" che vengono presentati sono
spesso imprecisi e ingannevoli. I gruppi di potere, in particolare
i governi e le grandi imprese, confezionano le notizie nei modi
più diversi, per esempio selezionando le informazioni,
offrendo l’accesso alle storie in cambio di articoli favorevoli,
diffondendo la disinformazione e minacciando rappresaglie.
Anche la pubblicità esercita una grande influenza
sui media commerciali. I pubblicitari condizionano l’informazione
indicando quale genere di storie raccontare. Ma la pubblicità,
in effetti, agisce ancora più in profondità, contribuendo
direttamente all’elaborazione della visione del mondo delle
persone. La pubblicità è una fonte onnipresente
di irrealtà, che incoraggia l’insicurezza e il consumismo.
I problemi legati ai mass media in realtà sono innumerevoli,
ma se fondiamo la nostra analisi sui criteri di accuratezza,
qualità e indipendenza dagli interessi speciali, alcuni
media appaiono di gran lunga migliori di altri. La maggior parte
dei critici dei media sembra credere che sia possibile promuovere
e sviluppare mass media illuminati, responsabili, realmente
educativi. Potrebbe anche essere vero. Nel presente articolo,
tuttavia, io sostengo che per loro stessa natura i mass media
danno il potere a pochi e offrono minime possibilità
di partecipazione alla stragrande maggioranza.
Il problema non è dei media in generale, ma dei mass
media, di quei mezzi di comunicazione di massa prodotti da un
numero relativamente esiguo di persone se paragonato al numero
di quelli che li utilizzano. La maggior parte dei grandi quotidiani,
delle reti televisive e radiofoniche, corrisponde a questa descrizione.
Questa tesi suggerisce che la riforma dei media, per quanto
utile, non dovrebbe essere l’obiettivo. Lo scopo dovrebbe essere
invece quello di sostituire i mass media con sistemi di comunicazione
molto più partecipativi.
Con ciò non s’intende affermare che il pubblico sia
composto da masse uniformi e passive di individui. Quanto, piuttosto,
ribadire con Lord Acton che il "potere tende a corrompere",
anche nel caso del potere che i mass media danno a proprietari,
direttori e sponsor più o meno dichiarati.
Gli
approcci abituali
Gran parte della discussione sui media parte dal presupposto
che due siano le scelte possibili: il libero mercato o il controllo
statale. Il problema con il controllo da parte dello Stato è
ovvio: controllo centralizzato. I media dei regimi militari
e degli Stati socialisti burocratici sono noti per la censura
cui sono sottoposti. I difensori del "libero mercato"
sostengono che i media di proprietà statale, o rigidamente
controllati, sono parimenti nocivi anche nelle democrazie liberali.
I critici sostengono che i media del "libero mercato"
promuovono una libertà estremamente limitata, vale a
dire una libertà solo per le grandi società d’informazione
e altri potenti interessi d’impresa (Lichtenberg, 1987). I media
privati vengono spesso giustificati come parte vitale del "mercato
delle idee". Tuttavia, come strumento per promuovere la
verità, questo cosiddetto libero mercato è in
larga parte un mito, al servizio principalmente degli interessi
delle élite (Ingber, 1984).
Le limitazioni dei mass media nelle democrazie liberali
non sono sempre facilmente percepibili, a meno che uno non abbia
accesso a fonti d’informazione alternative. Per fortuna, esistono
diversi eccellenti libri e riviste che illustrano le incredibili
operazioni propagandistiche, le omissioni e le falsità
che si trovano nei mass media. Riviste come Extra!, Free
Press, Lies of our Time, Propaganda Review
e Reportage offrono resoconti attenti e disincantati
del modo in cui i mass media di lingua inglese trattano le notizie:
ossequienti con il capitale e il governo, poco disponibili a
parlare di questioni che riguardano le donne e le minoranze,
pronti a nascondere la corruzione delle élite e a promuovere
le politiche governative e via di questo passo. Unreliable
Sources di Martin A. Lee e Norman Solomon (1990) dà
degli esempi della propaganda conservatrice, filogovernativa
e filocapitalistica che distingue i mass media statunitensi
su questioni come uomini politici, affari esteri, ambiente,
razzismo, terrorismo e diritti umani. La cosa interessante è
che anche i conservatori ritengono che i media siano parziali,
ma contro di loro (p.e., Efron, 1971).
L’analisi che sottende queste posizioni è semplice
ed efficace: le imprese e i governi hanno un’enorme influenza
sui mass media, e gli stessi mass media non sono altro che grandi
imprese. Questi dati chiariscono da soli la gran parte dei problemi.
Il potere dei mass media occidentali è particolarmente
dannoso per gli interessi dei popoli del Terzo Mondo, essendo
per molti aspetti parte integrante dell’imperialismo culturale
contemporaneo.
Sì, i media sono parziali. E allora? Jeff Cohen,
di Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR), ha una
strategia. Eccola (Lee and Solomon, 1990, pp. 340-358): prendere
con scetticismo le notizie date; scrivere lettere alle imprese
dei media, protestare, intervenire ai dibattiti radiofonici;
non difendere la censura, ma al contrario difendere la presentazione
di entrambe le facce di qualunque problema; sfruttare l’accesso
pubblico alla TV; scrivere lettere, organizzare incontri e picchetti;
usare i media alternativi.
Pur nei limiti della sua efficacia, si tratta di un buon
programma d’azione popolare. Ma l’obiettivo è "fairness
and accuracy", correttezza e precisione, ovvero, l’equilibrio
delle notizie. Pare che non esistano programmi ad ampio raggio
per rimpiazzare le strutture antidemocratiche dei media.
Un’articolata trattazione di queste problematiche è
offerta da John Keane (1991) in The Media and Democracy.
L’autore presenta un’elegante critica del "liberalismo
di mercato", l’approccio con cui i governi riducono il
loro intervento nei mercati della comunicazione. Keane rileva
che i mercati delle comunicazioni non regolati in realtà
restringono la libertà di comunicazione creando monopoli,
erigendo barriere all’ingresso e trasformando la conoscenza
in una merce. Egli sottolinea inoltre diverse tendenze nelle
democrazie liberali che sembrano non preoccupare in alcun modo
i sostenitori di un libero mercato nelle comunicazioni: l’uso
dei poteri di emergenza del governo, delle operazioni segrete
da parte di polizia ed esercito, della menzogna da parte dei
politici, della propaganda da parte dei governi e una crescente
collaborazione tra le élite governative, industriali
e sindacali. Un problema rilevante è inoltre la sempre
crescente capacità di comunicazione globale delle imprese.
L’alternativa tradizionale ai media legati all’apparato
industriale sono i "media del servizio pubblico",
vale a dire i media finanziati dal governo (come è il
caso della ABC in Australia, della BBC in Inghilterra e della
CBC in Canada) combinati con la regolamentazione legislativa
dei media commerciali. Keane vede con favore una rinascita del
servizio pubblico dell’informazione, con garanzie di autonomia
per i media finanziati dal governo, una regolamentazione dei
media commerciali e il sostegno ai media staccati dalle istituzioni
e dal mercato. Quest’ultima categoria comprende i giornali e
le riviste più piccoli, stazioni radio locali e reti
televisive ad accesso libero.
Il modello di Keane in teoria sembra molto buono. Egli propone
una lista suggestiva delle cose che dovrebbero essere fatte,
ma non dice da chi - presumibilmente, il governo. Più
precisamente, Keane non dice come sarà controllato lo
Stato. Auspica un nuovo accordo costituzionale con media statali
illuminati e progressisti, appropriati controlli governativi
sui media commerciali e la promozione dei "media staccati
dalle istituzioni e dal mercato". Ma perché mai
"lo Stato" dovrebbe fare tutto questo? Perché
non dovrebbe continuare a fare quello che già sta facendo,
e che lui descrive così bene?
I
limiti alla partecipazione
Molti dei critici dei mass media affermano, in modo esplicito
o implicito, che questi media potrebbero essere democratici,
se solo fossero gestiti diversamente. L’indipendenza dei punti
vendita dei media dovrebbe essere garantita, riducendo al minimo
l’influenza di governo, proprietari o altri gruppi d’interesse
speciali. In questo modo verrebbe presentata un’ampia gamma
di punti di vista. Il potere degli inserzionisti sarebbe ridotto
o eliminato. Le opportunità di conoscenza del cittadino
risulterebbero accresciute. È verosimile che questi potrebbero
essere gli effetti. Ma non credo che ciò renderebbe realmente
democratici i mass media.
Consideriamo, per esempio, un giornale alternativo con una
buona diffusione e un altrettanto buona reputazione. Per quanto
responsabili si possano sentire i redattori nei confronti dei
lettori, alcune decisioni editoriali dovrebbero essere comunque
prese. Si dovrebbe scegliere quali storie pubblicare, quali
inserzioni (eventualmente) accettare, quali eventi pubblicizzare,
quali opinioni accettare, quale politica seguire in materia
di linguaggio e così via. Ci sono innumerevoli decisioni
"politiche" da prendere. Anche l’ortografia può
essere oggetto di discussione. Il giornale dovrebbe essere aperto
al dibattito sulla riforma dell’ortografia? E le lettere al
direttore? Si dovrebbe pubblicare qualunque cosa, o dovrebbe
esserci una certa selezione in base alle questioni trattate
o alla qualità di scrittura?
Se i sostenitori attivi sono pochi, allora dovrebbero essere
coinvolti tutti quelli che desiderano diventarlo, e dovrebbero
essere pubblicate tutte le opinioni. Ma ciò è
estremamente improbabile allorché la diffusione diventa
larga e la pubblicazione importante. A quel punto cresce il
numero di persone che considera quella un’opportunità
per sollevare le loro questioni preferite.
Questi problemi sono ben lungi dall’essere ipotetici. Sono
abbastanza evidenti a chiunque abbia a che fare con giornali
alternativi con quote di diffusione vicine alle decine di migliaia,
o anche di sole migliaia. Non tutti coloro che lo desiderano
possono vedere un proprio articolo pubblicato su Mother Jones,
New Statesman and Society o The Progressive. Tali
giornali sono di "alta qualità" perché
sono in grado di selezionare tra numerose potenziali offerte.
Ma essere in grado di selezionare significa anche un grande
potere da parte dei direttori. Essere in grado di selezionare
la "qualità" significa anche essere in grado
di prendere decisioni sul contenuto.
Naturalmente, dal punto di vista dei proprietari e dei direttori
di questi giornali, garantirsi la sopravvivenza è una
preoccupazione costante. Decisioni sbagliate possono far calare
il numero di lettori o rendere meno generosi i sottoscrittori.
(La maggior parte dei giornali "alternativi" dipendono
pesantemente dai contributi che si aggiungono alle normali sottoscrizioni.)
Praticare la democrazia all’interno di un simile giornale, se
questo significa pubblicare le lettere di tutti e consentire
ai lettori di votare sulle questioni di politica, sarebbe una
prescrizione per il disastro finanziario.
Commenti di questo tenore risultano un po’ ingenerosi quando
rivolti ai media alternativi. Per definizione, anche i maggiori
fra questi continuano ad avere un ruolo assolutamente limitato
nel gioco dei media. Inoltre, è possibile argomentare
che differenti prospettive sono riscontrabili nei diversi media
alternativi. Dopotutto ci sono giornali più piccoli che
chiunque può leggere. Non è mia intenzione criticare
i media alternativi, ma sottolineare che la democrazia partecipativa
è virtualmente impossibile in un organo d’informazione
dove c’è un numero ridotto di proprietari e giornalisti
che realizzano un prodotto per un pubblico più ampio.
L’inutilità di cercare la democrazia dei media diviene
più evidente quando la scala è maggiore: lettori
per centinaia di migliaia o milioni. È questo il campo
dei grandi quotidiani e delle reti televisive. È necessaria
una semplice analisi sommaria per scoprire che maggiore è
il pubblico, più potenti sono coloro che prendono le
decisioni chiave nelle organizzazioni dei media e meno efficaci
sono i meccanismi della partecipazione. La scala dei media limita
le opportunità di partecipazione e accresce il potere
delle figure chiave. Il modo in cui questo potere è usato
dipende dalla relazione dei media con i gruppi più potenti
della società. Nelle democrazie liberali, i governi e
le imprese, e in particolare le imprese che operano nell’informazione,
esercitano sui media il massimo potere. La larga scala dei mass
media è ciò che rende possibile l’esercizio tanto
efficace di questo potere.
Altri elementi di discussione sui mass media
Forse ci sono alcuni elementi trascurati per il mantenimento
dei mass media anche in una società pienamente partecipativa.
Vale la pena sviscerarne qualcuno.
(1) Emergenze. I mass media, specie radio e televisione,
possono tornare utili in caso di emergenze; i messaggi possono
essere diffusi, e raggiungere ampie fasce di popolazione.
Ma i mass media non sono realmente necessari per scopi di
emergenza. Per lanciare l’allarme in caso d’incendio, per esempio,
non ci si affida ai media convenzionali. Inoltre, per le comunicazioni
di emergenza possono essere approntate reti di comunicazione,
incluse linee telefoniche e reti informatiche.
Di fatto, i mass media sono un tallone d’Achille in determinate
situazioni di emergenza quali i colpi di Stato. Dato che consentono
a poche persone di comunicare a un’ampia popolazione con scarse
possibilità di dialogo, le stazioni televisive e radiofoniche
in genere sono i primi obiettivi in caso di colpi di mano militari.
La censura dei giornali è un passo successivo. Anche
il legame tra colpi di Stato e mass media serve a evidenziare
il ruolo dei mass media nei regimi autoritari.
La forza militare non è una difesa contro un colpo
militare, e al contrario potrebbe esserne la causa. Per resistere
a un colpo militare, le comunicazioni di rete sono di gran lunga
superiori ai mass media (Schweik Action, 1992). Così,
dal punto di vista della preparazione alle situazioni di emergenza,
i mass media sono pessimi investimenti.
(2) Il talento dei media. I mass media consentono
a numerose persone di godere e imparare dagli sforzi di alcune
persone di grande talento: attori, musicisti, atleti, giornalisti
e commentatori. Vero. Ma altrettante persone possono godere
e imparare da queste persone di grande talento senza i mass
media, per esempio attraverso le registrazioni audio e video.
Inoltre, i mass media permettono l’accesso soltanto a pochi
addetti e collaboratori. Quelli che sono lasciati fuori hanno
una maggiore possibilità di raggiungere un pubblico ben
disposto attraverso media di rete.
Richard Schickel (1985) osserva che la celebrità
è un fenomeno del XX secolo, creato soprattutto da cinema
e televisione. Schickel descrive una cultura della celebrità,
nella quale la gente compie ogni sforzo per la notorietà,
anche se questa è attribuibile soltanto alla loro comparsa
sullo schermo. La cultura della notorietà, sostiene,
è nociva per molte pratiche tradizionali. I politici,
per esempio, vengono venduti sui media in termine di immagine
piuttosto che di politiche.
Per gli individui di talento è difficile resistere
all’attrazione della fama. È difficile per qualunque
attore o scrittore rifiutare l’occasione di raggiungere un pubblico
di massa e ottenere il riconoscimento da parte dei media, per
non parlare degli alti compensi. Forse è questa una delle
ragioni per cui molti dei critici dei media di talento invocano
la riforma, piuttosto che l’abolizione dei mass media.
(3) Uno strumento per il bene. I mass media sono
indubbiamente potenti. Nelle mani giuste, possono essere uno
strumento potente per buoni fini. Dunque, si potrebbe sostenere,
l’obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere mass media
diretti da persone responsabili e affidabili.
Sembrerebbe un buon argomento. Ma sottovaluta la forza di
corrompimento del potere. L’intuizione di Lord Acton è
stata verificata in una serie di esperimenti psicologici rivelatori
guidati da David Kipnis (1976, 1990). Questi esperimenti dimostrano
che esercitando il potere sugli altri, un individuo tende a
credere che coloro che sono soggetti al potere mancano di autonomia
e di conseguenza sono meno rispettabili. Chiunque si trovi una
posizione di potere all’interno dei mass media è vittima
di questo processo, così come delle normali corruzioni
del potere, compresa la ricerca del potere per il proprio tornaconto
e il proprio arricchimento.
(4) Grandi risorse. I mass media dispongono di enormi
risorse, sia finanziarie sia simboliche. Ciò rende possibile
il perseguimento di grandi o costosi progetti: film ad alto
budget, squadre d’indagine speciali, ampia copertura degli eventi
chiave.
In realtà, progetti su larga scala sono possibili
anche con i sistemi di rete, che richiedono semplicemente cooperazione
e collaborazione. Per esempio, il software di dominio pubblico
(programmi per computer gratuiti) è abbastanza sofisticato
ed è stato realizzato con il contributo di numerose persone.
Nei sistemi centralizzati, decisioni che coinvolgono moltitudini
possono essere prese da un numero ridotto di persone. Nei sistemi
decentrati è richiesta una larga partecipazione. Questi
quattro possibili argomenti a sostegno dei mass media, in qualche
forma riformata e migliorata, in realtà si dimostrano
argomenti contro i mass media. I mass media non sono necessari
per le emergenze e sono di fatto una vulnerabilità chiave
per coloro che intendessero rovesciare una società. I
mass media non sono necessari per godere e beneficiare del talento
degli altri, e promuovono un’enfasi sull’immagine insana. Il
potere esercitato attraverso i mass media è improbabile
sia uno strumento per il bene dato che tende a corrompere coloro
che lo esercitano. Infine, sebbene i mass media possano sostenere
grandi progetti, tali progetti possono essere sviluppati anche
tramite i media di rete, ma in un modo che richiede la partecipazione
più che la direzione centralizzata.
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“I
mass media
non sarebbero in grado
di conservare la loro
posizione di dominio
senza una protezione
speciale.”
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Media
partecipativi
Al fine di comprendere meglio la implicita antidemocraticità
dei mass media, è utile immaginare un sistema di comunicazione
che consente e promuove la partecipazione da parte di tutti.
David Andrews (1984) fece questo con il suo concetto di "information
routeing groups" o IRG, "gruppi di spedizione delle
informazioni". Le sue argomentazioni precedevano la grande
espansione delle reti telematiche nelle quali tutti sono collegati
a numerosi gruppi d’interesse, formati da decine o anche centinaia
di individui sparsi nei luoghi più diversi. Un gruppo
d’interesse può coagularsi intorno agli interessi più
disparati, dalla raccolta delle mele al razzismo. Ogni volta
una persona dà il proprio contributo su una questione,
come breve commento, immagine o un testo più sostanzioso
che invia a ciascun membro del gruppo. Una persona che riceve
il messaggio può, se lo desidera, inviarlo a sua volta
ad altri gruppi cui appartiene. Andrews definiva ogni gruppo
un IRG.
In una rete di IRG, ognuno può essere allo stesso
tempo uno scrittore e un editore. Ma non è garantito
il pubblico di massa. Se un contributo è davvero importante
o interessante per coloro che lo ricevono, ci sono alte probabilità
che questi lo faranno arrivare ad altri gruppi. In questo modo
uno scritto può finire per essere letto da migliaia,
o anche milioni, di persone. Ma vale la pena sottolineare che
ciò richiede numerose decisioni individuali sulla distribuzione
di quello scritto ad altri gruppi. Nel caso dei mass media,
un singolo direttore può prendere la decisione di pubblicare
o meno un articolo. Nel caso degli IRG vengono coinvolte molte
persone. Decidendo se passare o meno uno scritto ad altri gruppi,
ciascun individuo agisce in qualche modo come un direttore.
Un sistema di IRG può essere autolimitante. Se un
gruppo ha troppi membri attivi, allora ciascuno può essere
bombardato ogni giorno da centinaia di messaggi. Qualcuno potrebbe
decidere di non partecipare, sempre che ci sia un altro a selezionare
messaggi pertinenti per lui. Questa persona agirebbe quindi
come una sorta di direttore. Ma va rilevato che questo "direttore"
ha poco del potere formale dei direttori dei mass media. In
un sistema IRG, chiunque può trasformarsi in un direttore
di questo genere. I "direttori" di un IRG possono
facilmente esaminare una mole rilevante di contributi, se solo
lo desiderano. Una delle principali ragioni per cui il direttore
di un IRG ha un potere formale relativamente contenuto è
che l’investimento in termini di sottoscrizioni, inserzioni
pubblicitarie, attrezzatura per la stampa o stipendi, è
di fatto irrilevante. La partecipazione a un IRG può
essere facilmente limitata a poche ore settimanali. Gli investimenti
sono bassi e le posizioni meno arroccate. Il direttore di un
IRG manterrà il proprio pubblico fintanto che il suo
prodotto editoriale sarà ritenuto efficace. Allo stesso
tempo, le eventuali dimissioni sono relativamente indolori.
A chiunque abbia una certa familiarità con le reti
informatiche, soprattutto Internet, può sembrare che
parlare di un IRG sia semplicemente un modo goffo di descrivere
ciò che in realtà avviene nelle reti esistenti.
Di fatto, l’esposizione fatta da Andrews sugli IRG può
essere interpretata come una descrizione di ciò stava
per verificarsi su Internet. Ma gli IRG non devono necessariamente
basarsi sui computer. Possono parimenti operare - sebbene più
lentamente - utilizzando il sistema postale. Ancora, questo
succede già con un certo numero di discussioni che si
sviluppano via posta, dove ciascun membro aggiunge magari una
pagina di commento all’argomento corrente, lo invia al gruppo
coordinatore, che poi fa delle copie di tutti i contributi per
tutti i membri. Per coloro che dispongono della tecnologia e
sanno come usarla, le reti informatiche possono rendere questo
processo più facile e più veloce.
Un altro strumento che è implicitamente partecipativo
è il telefono. I telefoni sono molto semplici da usare
- è sufficiente parlare, non è necessario scrivere
- e sono largamente disponibili. Certo anche una conversazione
telefonica può essere dominata da una persona, ma dall’altro
capo della linea c’è soltanto una persona. Nei mass media,
una persona parla e migliaia o milioni ascoltano.
Ivan Illich (1973) proponeva il concetto di "strumenti
conviviali". Questi comprendono le tecnologie che incoraggiano
le interazioni anonime e creative tra gli individui. Le tecnologie
conviviali, nel caso dei media, sono quelle che incoraggiano
la partecipazione. Il sistema postale, il sistema telefonico,
le reti telematiche e le stazioni radio a onde corte sono esempi
di media comunicativi conviviali.
Le implicazioni di questa analisi sono lampanti. Per promuovere
una società maggiormente partecipativa, è importante
promuovere i media partecipativi e sfidare, rimpiazzare e infine
abbandonare i mass media. Jerry Mander (1978), nella sua causa
contro la televisione, fornì come uno dei suoi quattro
argomenti principali il controllo delle imprese sulla televisione
utilizzato per modellare gli esseri umani ai fini di un ecosistema
commerciale. Ma tutti i mass media richiedono il potere centralizzato.
La tesi di Mander dovrebbe essere estesa: tutti i mass media
dovrebbero essere abbandonati.
Affermare "tutti i mass media dovrebbero essere soppressi"
è facile. Mettere in pratica questa affermazione, con
tutte le sue implicazioni, è la cosa difficile. A mio
avviso, sebbene un mondo senza mass media possa essere un obiettivo
a lungo termine, dei mass media non ci libereremo tanto rapidamente.
Dunque, è necessario elaborare una strategia per sconfiggerli,
dall’interno e dall’esterno, così come per promuovere
quelli alternativi.
Naturalmente, sono già molte le sfide lanciate ai
mass media. Ma queste sfide non mettono in forse l’esistenza
dei mass media, ma soltanto il modo in cui sono diretti. In
un certo senso, la critica ai media è una forma di opposizione
leale.
Tagliare
il consumo
Qui vorrei sottolineare un certo numero di possibili
strategie, focalizzate su ciò che può essere fatto
dai singoli e dai piccoli gruppi per sfidare i mass media e
sostituirli con una rete di media partecipativi. Sarebbe facile
cavarsela con qualche generica raccomandazione su quello che
si dovrebbe fare, specie da parte del governo. Ma per essere
compatibili con lo scopo di un sistema di comunicazioni partecipativo,
anche i metodi dovrebbero essere partecipativi. Con le idee
qui di seguito elencate s’intende incoraggiare la discussione.
(1) Cambiare il modello di consumo dei media. Molte
persone sono consumatori così regolari e continui di
mass media - televisione, radio e giornali - che è possibile
parlare di una vera e propria dipendenza. Tra questi vanno inclusi
anche molti di quelli che sono fortemente critici nei confronti
dei mass media. Tagliare il consumo può essere una parte
di un processo di prefigurazione e sostegno a un sistema di
comunicazioni partecipativo.
Sono certo che alcuni troveranno tale raccomandazione discutibile.
Sicuramente, obietteranno, è possibile essere un avido
consumatore di mass media - o lavorare per i media - e mantenere
allo stesso tempo una posizione critica nonché utilizzare
e promuovere i media alternativi. Naturalmente questo è
vero. Analogamente, un operaio industriale può certamente
rimanere critico nei confronti del capitalismo e promuovere
alternative.
A mio avviso, tagliare il consumo dei media non è
necessario, ma può essere un modo utile per cambiare
la coscienza della gente. È una scelta paragonabile a
quella degli animalisti che riducono il loro consumo di prodotti
animali e degli ambientalisti che vanno in giro in bicicletta
e impegnano come concime i loro rifiuti organici. Atti individuali
come questi non possono da soli trasformare le strutture portanti
dell’allevamento industriale, della società industriale
o dei media centralizzati: per i cambiamenti strutturali rimane
necessaria un’azione collettiva. Nondimeno, i cambiamenti nel
comportamento individuale servono a diversi importanti scopi:
modificano le prospettive individuali, rafforzano l’attenzione
sul problema e forniscono un esempio (di coerenza) per gli altri.
Cambiare le abitudini legate ai media può risultare
incredibilmente difficile. Per molte persone, guardare i notiziari
televisivi è un rito. Per altri, la lettura del quotidiano
è un momento fondamentale di ogni giornata. Nonostante
Four Arguments for the Elimination of Television di Jerry
Mander sia diventato un classico nei circoli alternativi, non
si è sviluppato nessun movimento sociale per l’abolizione
della televisione. Esistono solo alcuni piccoli gruppi, quali
la Society for the Elimination of Television, che producono
qualche newsletter.
Una delle ragioni potrebbe essere che - come è stato
argomentato - guardare la televisione produce mutamenti nelle
onde cerebrali dell’individuo, riducendo il numero di onde veloci
caratteristico del pensiero e incrementando quello delle onde
lente caratteristico degli stati di rilassamento. Questo spiega
perché guardare la televisione sembra così rilassante:
consente al cervello di spegnersi. Ciò spiega inoltre
perché la televisione è tanto efficace nel comunicare
messaggi commerciali. Le immagini entrano nel cervello senza
filtri; le immagini non possono essere richiamate, ma possono
essere riconosciute, per esempio in un supermercato (Emery and
Emery, 1976).
Un’altra ragione per cui è tanto difficile spegnere
la televisione è che questa diventa parte della casa.
Sembra volontaria, e per certi versi lo è. L’azione deve
cominciare da casa (Lappé, 1985; Large, 1980). È
facile opporsi a tecnologie "aliene" come la forza
nucleare, che non fanno parte della vita quotidiana delle persone.
Sfidare tecnologie che sono di proprietà personale, utilizzate
normalmente - come la televisione e l’automobile - è
di gran lunga più difficile.
Con l’eccezione di alcune persone che tengono sotto osservazione
i media per lavoro, il consumo di mass media è, sotto
il profilo della gestione del tempo, piuttosto inefficace. Ripensate
a tutta la televisione che vedevate durante gli anni Ottanta,
o qualche decennio prima. Quanto del tempo dedicato serviva
davvero per tenersi compiutamente informati, o per apprendere
comunque qualcosa? Un medesimo calcolo potrebbe essere fatto
con la lettura dei giornali. Un esperto di gestione del tempo
(Lakein, 1973) consiglia di limitarsi a dare un’occhiata ai
titoli dei giornali esposti nelle edicole per rimanere al passo
con gli avvenimenti.
Tuttavia, molti si chiederanno, che fare se lo scopo non
è l’efficienza ma semplicemente godersi la vita e occasionalmente
imparare qualcosa? Questo riporta la discussione alla mancanza
di partecipazione. La maggior parte delle persone si sono trasformate
in consumatori passivi di media. Le cose non cambieranno fino
a che qualcuno non prenderà l’iniziativa di modificare
questo modello.
(2) Partecipare a un gruppo per modificare i modelli
di consumo dei media. In un gruppo composto da due o più
persone, può essere più facile realizzare dei
cambiamenti individuali. Ad alcuni può essere assegnato
il compito di monitorare dei media particolari e di riferire
sulle questioni che sono importanti per il gruppo. Altri possono
leggere i media alternativi. In questo modo i singoli non devono
preoccuparsi più di tanto se hanno perso qualche punto
importante. Più importante, comunque, è il processo
d’interazione nel gruppo: la discussione che si sviluppa sui
diversi punti. È questo che non si trova più nel
consumo individuale dei mass media.
Naturalmente, qualche discussione avviene già tra
amici e colleghi. Lavorando in un modo più diretto all’interno
di un gruppo si possono incoraggiare un maggiore impegno alla
partecipazione e i media partecipativi. Gli insegnanti possono
contribuire a questo processo fornendo indicazioni su come analizzare
i mass media e su come sviluppare quelli alternativi.
(3) Utilizzare i mass media per i propri obiettivi.
L’approccio consueto è questo: scrivere lettere al direttore,
diramare comunicati stampa, rilasciare interviste, invitare
i media a incontri, organizzare manifestazioni per attirare
l’attenzione dei media ecc. Numerosi gruppi di azione, dalle
femministe agli agricoltori, promuovono la loro causa in questo
modo.
Sforzi come questi possono spostare l’attenzione dei media,
per esempio da politica e affari a questioni sociali e movimenti.
Ma questo serve poco o niente per sfidare la fondamentale mancanza
di democrazia nei mass media. Inoltre può influire negativamente
sulle priorità del movimento sociale. La ricerca dell’attenzione
dei media può avere la precedenza sulla costruzione di
un sostegno popolare. Alcuni leader del movimento possono essere
trasformati in star dai media, provocando in tal modo tensioni
interne e risentimenti (Gitlin, 1980). Tutto considerato, questo
approccio, come strumento di promozione di media partecipativi,
non è molto raccomandabile. I movimenti sociali hanno
bisogno di una strategia sulle comunicazioni, che comprenda
il modo in cui confrontarsi con i media sia alternativi sia
dell’establishment (Raboy, 1984).
Naturalmente, promuovere media partecipativi non è
l’unico scopo dei movimenti sociali. In un gran numero di casi,
l’utilizzo dei mass media esistenti è un approccio efficace
e sostanzialmente giustificabile. Inoltre, campagne come quelle
condotte dalla FAIR per sfidare le distorsioni dei media sono
estremamente importanti. Ma è importante essere consapevoli
dei limiti di tali campagne. Anche i mass media "corretti
e precisi" non sono certo partecipativi.
Aiutare la causa?
La partecipazione nei mass media è inevitabilmente
limitata a poche persone o giusto a contributi minori. Soltanto
poche persone hanno le capacità o l’opportunità
di scrivere un articolo - che verrà pubblicato - per
un grande giornale, o di essere intervistate per più
di qualche secondo in televisione. Anche un articolo o un’apparizione
televisiva occasionale è insignificante se paragonata
all’impatto di coloro che conducono un programma televisivo
o scrivono abitualmente sulle pagine di un grande quotidiano.
Inoltre, coloro che riescono a "fare breccia" possono
in realtà legittimare il media sul quale appaiono. Tale
meccanismo è paragonabile a quello di un rappresentante
dei lavoratori all’interno di un consiglio di amministrazione
che finirebbe per legittimare sia le decisioni prese sia la
struttura gerarchica dell’azienda.
Molti progressisti vogliono usare i media, o entrare in
essi come giornalisti o produttori, per aiutare le cause nelle
quali credono. L’intenzione è buona, e il lavoro che
molti di loro riescono a fare è superlativo. Ma si dovrebbe
ricordare che questo approccio perpetua la partecipazione ineguale.
Bisognerebbe domandarsi se lo scopo primo è quello di
promuovere un punto di vista preferito o una discussione in
grado di coinvolgere un numero sempre maggiore di persone. Questi
due obiettivi non sono sempre compatibili.
(4) La partecipazione ai media alternativi. Una strategia
ovvia. Le possibilità includono:
sottoscrivere per i media alternativi e sostenere la stampa
minore;
scrivere per newsletter e riviste minori;
pubblicare una newsletter, una rivista o libri propri;
organizzare incontri di amici per discutere questioni rilevanti;
essere presenti nella comunità organizzandosi con tecniche
tipo incontri pubblici e propaganda porta-a-porta; ascoltare
e produrre programmi per radio e televisione della comunità;
utilizzare le reti telematiche; produrre, collezionare e utilizzare
micrografiche (microfiche, microfilm), soprattutto distribuire
e proteggere i lavori non omologati; utilizzare radio a onde
corte; tenere seminari sullo sviluppo delle capacità
per media di rete; sviluppare campagne che aiutino a costruire
capacità nell’utilizzo dei media alternativi senza contare
sui mass media; partecipare a imprese d’informazione autogestite
(Downing, 1984; Herman, 1992; per ulteriori riferimenti vedi
Bennett, 1992).
Queste e altre iniziative vengono prese costantemente. Hanno
bisogno di maggiore sostegno e sviluppo. Questa strategia è
pienamente compatibile con l’obiettivo di media partecipativi,
così sono contenute e le contraddizioni e le trappole
internazionali.
(5) Utilizzare l’azione non violenta per sfidare i mass
media. Gli attivisti, più che sfidati vengono spesso
usati dai mass media. Eppure esiste un gran numero di metodi
di azione non violenta che possono essere usati per sfidare
e cambiare i mass media, così come per promuovere media
di rete (Sharp, 1973). Per esempio, possono essere organizzati
boicottaggi di pubblicazioni e spettacoli particolarmente offensivi.
I piccoli azionisti possono ricorrere all’azione diretta per
presentare le loro rimostranze alle assemblee degli azionisti.
Gli attivisti possono occupare gli uffici dei media. Tuttavia
è in genere estremamente complicato per i consumatori
dei media organizzare sfide. Le prospettive migliori le hanno
gli operatori dei media. Questi possono sfidare e sovvertire
il management pubblicando o illustrando argomenti senza chiedere
il permesso, lasciando che si verifichino errori ridicoli, rassegnando
in gruppo le dimissioni, e addirittura prendendo in mano le
operazioni dei media e gestendo partecipativamente. Tali iniziative
possono avere successo solo se c’è un consistente sostegno
da parte degli utenti dei media. Di conseguenza, i rapporti
tra lavoratori e utenti dei media sono essenziali.
(6) Indebolire il sostegno istituzionale ai mass media.
Questo è un punto di estrema importanza. Approssimativamente
traducibile con indebolire il capitalismo monopolistico e lo
Stato.
I mass media non sarebbero in grado di conservare la loro
posizione di dominio senza una protezione speciale. La televisione
ci fornisce l’esempio migliore. In molti paesi, i governi detengono
e gestiscono tutte le reti. Nelle democrazie liberali esistono
alcune reti commerciali, che devono tuttavia essere autorizzate
dal governo. Senza regolamentazioni governative, chiunque potrebbe
mettere in piedi uno studio e trasmettere sulla frequenza che
crede. Nei sistemi via cavo, i regolamenti governativi controllano
chi ottiene l’accesso.
Il potere della televisione commerciale deriva, ovviamente,
dal sostegno delle imprese, che in genere assume la forma della
pubblicità. Senza il sostegno di imprese in salute, alcune
reti farebbero probabilmente fatica a conservare le loro posizioni
di dominio. Se provassimo a immaginare una società di
piccole imprese - gestite dai proprietari o dagli stessi lavoratori
- verrebbe a mancare la base o la ragione per un sostegno su
larga scala dei mass media.
Governi e imprese sono fondamentali anche nel mantenere
la posizione di larga diffusione dei giornali. In numerosi paesi
i giornali dominanti sono prodotti e finanziati dal governo.
Nelle società capitaliste, la pubblicità è
essenziale per tenere basso il prezzo di acquisto. Senza la
pubblicità, le dimensioni dei giornali sarebbero ridotte
e il prezzo salirebbe, portando a un calo della diffusione.
Ciò renderebbe i giornali molto più simili agli
attuali giornali e riviste alternativi, che per rimanere a galla
in genere hanno bisogno di contributi superiori alle tariffe
di abbonamento. I governi contribuiscono a mantenere in vita
anche i giornali commerciali a larga diffusione in modi indiretti,
tra i più vari, compresi le alte tariffe postali per
i media alternativi, le leggi contro la diffamazione a mezzo
stampa (che può mandare in bancarotta i piccoli editori)
e quelle sul copyright (che tutela i profitti monopolistici).
|
“Le
tecnologie conviviali,
nel caso dei media,
sono quelle che
incoraggiano
la partecipazione”
|
Mutamenti possibili
I governi e le grandi imprese sostengono i mass
media e vice versa. Naturalmente, ci sono molti conflitti tra
questi gruppi di potere, così come quando i media criticano
particolari decisioni governative o azioni delle imprese, e
quando il governo o le imprese cercano di imbavagliare o manipolare
i media. Ma a un livello più decisivo, queste istituzioni
si rafforzano vicendevolmente. Senza il sostegno del governo
e delle imprese, i mass media si disintegrerebbero. Con media
partecipativi al posto dei mass media, i governi e le imprese
avrebbero molte più difficoltà a controllare l’informazione
e a conservare la loro legittimità.
In termini di strategia, l’implicazione di questa analisi
è che le sfide ai mass media, e il rafforzamento dei
media di rete, sarebbero collegate alle sfide al capitalismo
monopolistico e allo Stato. Favorire i media partecipativi equivarrebbe
a favorire le alternative partecipative alle presenti strutture
economiche e politiche.
La questione è, come? L’obiettivo dell’abolizione
del capitalismo d’impresa e dello Stato è di quelli impegnativi!
Non è questo l’ambito in cui diffondersi in una riflessione
sulle strategie. Il punto importante qui è che le strategie
per sfidare e sostituire i mass media dovrebbero essere messe
in agenda.
Al fine di favorire un qualunque significativo allontanamento
dai mass media, ci dev’essere un consistente mutamento negli
atteggiamenti e nei comportamenti. Le persone che non guardano
la televisione né leggono i giornali sono generalmente
considerate eccentriche. È necessario un cambiamento
in modo che queste vengano sostenute e ai grandi consumatori
di mass media sia offerto un piccolo aiuto. Tali mutamenti sono
possibili: basta osservare il cambiamento di abitudini in alcuni
paesi a proposito del fumare in pubblico, dovuto in larga parte
all’attivismo antifumo.
Per riuscire a vincere la tendenza a usare i mass media per
diventare più popolari, occorre rendere più attraenti
i media partecipativi: più economici, più accessibili,
più divertenti, più interessanti. In questo clima,
le campagne non-violente contro i mass media e a sostegno dei
media partecipativi diventano più facilmente realizzabili.
Queste campagne, soprattutto se sostenute da movimenti sociali,
a loro volta rendono i cambiamenti nelle abitudini personali
riguardo ai media più probabili e accettabili.
Questo, a grandi linee, è uno dei modi in cui è
possibile indebolire i mass media. Ma non si tratterà
di un’operazione né facile né rapida. Fino a che
la società moderna sarà sempre più fondata
sull’informazione e la conoscenza, i mass media saranno sempre
più centrali ai fini del mantenimento di un potere e
di una ricchezza iniqui. È soprattutto questa la ragione
per la quale occorre dare un’attenzione particolare all’obiettivo
di raggiungere una società senza mass media.
Brian Martin
(traduzione di Stefano Viviani
dalla rivista
Anarchist Age, n.53)
* Vedi in particolare
il lavoro ormai classico di Bagdikian (1990). Schiller (1989)
è un attacco ben mirato sul dominio delle imprese dell’informazione
e della cultura negli Stati Uniti. Per sapere come operano le
influenze dominanti sui media, si può analizzare un modello
di propaganda come quello illustrato da Herman e Chomsky (1988)
- basato sui cinque filtri di proprietà, pubblicità,
fonti controllate dalle organizzazioni potenti, attacchi ai
programmi non graditi e anticomunismo - o un modello che coinvolge
gli imperativi organizzativi e le pratiche giornalistiche illustrato,
fra gli altri, da Bennett (1988) e Tiffen (1989). Per la presente
discussione, le differenze tra queste analisi non sono rilevanti.
Per una bibliografia più ampia, vedi Bennett (1992).
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