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Ogni stella abbisogna di idrogeno per
le reazioni termonucleari che la costituiscono. Dopo alcuni
miliardi di anni che la massa condensata ha iniziato a bruciare,
e una certa frazione d’idrogeno è stata consumata, viene
meno un elemento fondamentale, e, come spiegano Humberto Maturana
e Francisco Varela, "la sequenza principale termina in
una serie di trasformazioni più drammatiche": dapprima
in "gigante rossa", poi in "stella che pulsa",
e - dopo una violenta esplosione che libera "elementi chimici
pesanti" - in "supernova". Infine, "la materia
che resta collassa in una stella più piccola e di densità
molto elevata, detta nana bianca" (H. Maturana e F. Varela,
L’albero della conoscenza, ed. it. 1984, p.47).
Analogamente, ogni essere umano necessita approvvigionamenti
di energia, senza i quali le sue funzioni vengono meno. Nel
suo famoso saggio dedicato ai rapporti fra Massa e potere
(Adelphi, ed. or. 1960, ed. it. 1984, pp.243 ss), Elias Canetti
sottolinea che, "fra le nostre azioni, non ve n’è
una più antica dell’afferrare e dell’incorporare"
- da cui deriverebbe il terrore ancestrale di "essere toccati"
("tutta la nostra vita nella civiltà non è
altro che uno sforzo per evitarlo", dice Canetti) -, ed
il rapporto di forza che, sempre, si instaura fra chi tocca
e chi viene toccato. La mano "che non lascia la presa",
come simbolo di potere avrebbe pochi eguali, e l’ "afferrare"
sarebbe nientemeno che l’atto "centrale e supremamente
celebrato del potere". Atto in cui il potere si presenta
al suo culmine, come "assoluto e arbitrario" ("tutti
i re furono volentieri leoni", affascinati dalla tecnica
di caccia del felino). Nella lingua italiana di oggi, del resto,
espressioni come "chiedere la mano di una ragazza",
"avere il gioco in mano", "mettere la mano sul
fuoco", o "avere le mani bucate", ripropongono
spesso la mano, vista come organo dell’afferrare, in questa
chiave simbolica.
Cane e lupi
È lo stesso Canetti, peraltro, a far notare
come il potere - di vita o di morte - sia stato sempre più
"addomesticato"; tramutandosi in uno scambio, asimmetrico,
tra chi nutre - e comanda - e chi è nutrito - e subisce.
Il bambino, l’animale domestico e lo schiavo, vengono nutriti
da chi li comanda, e comandati in virtù del fatto che
li si nutre. Tale scambio, asimmetrico, si trova nel "mercato
del lavoro" attuale come nello schiavismo: "dall’istante
in cui l’uomo è costretto a svolgere sempre e solo una
determinata particella del lavoro, e inoltre, nell’ambito di
quella, deve fare il più possibile nel più breve
tempo, deve cioè essere produttivo, egli diventa puramente
e semplicemente uno schiavo" (Canetti, cit., p.465).
Nel processo di addomesticamento, la specie umana ha elaborato
sistemi più e meno complessi di porre distanze fra i
suoi esemplari, distinguendo luoghi pertinenti a diverse categorie
di persone e di eventi; per cui, i canali di comunicazione diversi
dal contatto fisico - come vestiti, oggetti, sguardo, linguaggio
parlato, corporeo, gestuale, iconico e scritto - hanno relativamente
aumentato d’importanza. Ma possiamo considerare il meccanismo,
prima mentale e poi culturale, che genera e poi mantiene le
diverse forme di potere - e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo
-, schematicamente, sempre uguale.
Facciamo il caso del cane. Si potrebbe dire che l’uomo impara
dai lupi qualcosa su come cacciare in gruppo. Riconosce in loro
una abilità superiore alla sua. Allora ne cattura qualcuno
e lo addomestica per servirsene. Oppure facciamo il caso del
cavallo. L’uomo ne riconosce le capacità di movimento
e di robustezza e lo identifica come mezzo di trasporto, anteponendo
questa funzione a quella di mezzo di sostentamento (cibo). Il
gatto serve a cacciare i topi ed i piccoli animali che "rubano"
il cibo, etc. Lo stesso procedimento mentale sta alla base della
schiavitù, e in generale dello sfruttamento dell’uomo
sull’uomo (insegna ancora Canetti: "lo schiavo è
un possesso, come lo è il bestiame", cit., p.464).
Fondamentali, quando si tratta di applicare il modello al
proprio simile, risultano molteplici soluzioni ideologiche.
Esse, per quante siano, identificano sempre sopraffattore e
sopraffatto in una teoria ed in una storia comuni, che giustifichino
una suddivisione tra gli umani e i relativi ruoli nella società.
Per la teoria, un buon esempio è costituito dal modello
di Menenio Agrippa, che paragona la società ad un corpo
umano; la storia entra in gioco per discernere chi fa parte
del patriziato dalla plebe.
Al bambino insoddisfatto, per esempio, si racconta spesso
che il figlio di Dio è sceso sulla Terra ed ha promesso
ai cristiani la vita eterna, se avranno pazienza e rispetteranno
determinate regole di vita - ma si aggiungono anche premi più
tangibili, come "anticipo" elargito dai genitori in
occasione delle feste comandate; genitori che in tal modo assurgono
ad intermediari. All’adulto, in genere, si preferisce parlare
di "carriera", di "Europa", o simili - ed
all’anziano, o al rompiscatole, grazie ai "progressi"
delle scienze farmacologiche è sempre meno necessario
rispondere.
Se il repertorio di teorie e di storie che giustificano
il potere è sterminato, quello delle soluzioni ideologiche
su cui esse si basano può essere anche ridotto, volendo,
ad una semplice procedura:
1. X percepisce e designa Y (Y viene differenziato da X).
2. X si pone in rapporto a Y e gli attribuisce un valore
positivo (per esempio, Y lo nutre, sa svolgere un certo lavoro,
etc.),
3. X impara a controllare Y ed a servirsene.
Specialmente nel caso in cui X e Y siano esseri umani, alla
forza bruta, come strumento di controllo, può essere
affiancata la persuasione. A questo proposito è cruciale
il ruolo della conoscenza.
"Conoscere", significa essenzialmente ripetere
una sequenza di operazioni, ottenendo da esse il risultato previsto
- previsto in base all’esito della volta prima, o, più
spesso, delle volte precedenti.
Se, per esempio, affermassi di "conoscere Parigi",
sarebbe come dire che, a partire dalla parola "Parigi"
sono in grado di ricostruire delle mie esperienze passate ad
essa connesse: ovvero, trattandosi di una città, che
ci sono stato per un periodo di tempo sufficiente quantomeno
ad orientarmi nella sua struttura fisica e sociale (o, al limite,
che me ne hanno parlato o ne ho letto a sufficienza da consentirmi
di muovermici). Naturalmente, potrei anche credere che "Parigi"
sia una persona, ed in quel caso mi riferirei a miei intercorsi
che mi consentono di interagire con buoni margini di sicurezza
con quella persona, ma ciò non cambia nulla del modo
in cui, di solito, si usa la parola "conoscere" -
e nemmeno la parola "Parigi".
Ovviamente, la conoscenza, intesa come insieme di nozioni
che ognuno di noi accumula nel corso della propria vita, in
modo in parte uguale ed in parte diverso, può avere,
in determinate occasioni, un valore notevole nella lotta per
la sopravvivenza.
Nel caso di animali che migrano regolarmente (zebre, uccelli,
balene, e così via) le decisioni, nei momenti di difficoltà,
come la partenza o la sosta o l’attraversamento di un ostacolo
naturale, non a caso vengono lasciate ad uno o più membri
esperti del gruppo - esperti proprio perché hanno affrontato
tali situazioni più volte, sempre sopravvivendo.
Se a livello simbolico, infatti, il potente è colui che
afferra, uccide e divora, a livello, per così dire, del
significato comanda colui che sopravvive. Il primo impulso in
chi vede dinnanzi a sè un morto - dice Elias Canetti
in Potere e sopravvivenza (1972, ed. it. Adelphi 1987)
- è l’incredulità; subentra poi il terrore, ed
infine, pur inconfessato ed inconfessabile persino a se stessi,
"un senso di sollievo". Sarebbe potuto capitare a
noi ma chi giace è invece un altro, che si trasforma
"in una sorta di preda", alla mercé del sopravvissuto.
Non a caso i resti dei nemici uccisi in battaglia vengono ostentati
ancora oggi come testimonianza inequivocabile della forza superiore
di chi li sfoggia. Nasce proprio così, secondo Canetti,
il potere, che perpetuandosi allo stesso modo porta con sé,
ovviamente, un’ossessiva paura degli altri.

Dove il potere è un valore
Passare dal terrore al sollievo, di fronte ad una
persona che non vive più, equivale a distaccarsene: prima
si pensava alla sua come alla nostra morte, dopo, invece, alla
sua morte ed alla nostra vita. La carica energetica che viene
in tal modo innescata - da un passaggio mentale - tende anzitutto
ad investire in modo distruttivo proprio la sfortunata persona
che è morta, e tutto ciò che la riguarda. Compresa
la comunità in cui vive e gli individui che ne fanno
parte. Si ricomincia da capo, i rapporti di potere non sono
più gli stessi. Pietro rinnega tre volte Gesù
e Giuda si impicca. Nelle usanze di molti popoli "primitivi",
l’abitazione, gli oggetti, le cose del defunto vengono distrutte.
Nelle società più "evolute" ad alcuni
è riservata un’immortalità per dogma (dai faraoni
a Lady Diana) - e i loro beni vengono conservati a beneficio
dei legittimi eredi. Eredi cui, come sopravvissuti privilegiati
dalla persistenza delle strutture sociali (dalla famiglia allo
Stato), spetta il potere accumulato dal defunto. Ma in competizione
con le forze omicide responsabili della sua morte.
Nelle nuove investiture di potere, eventualmente da parte
di una massa formatasi per scaricare la tensione del lutto improvviso
- come nel caso della sfortunata "principessa del Galles",
è implicita una analisi dell’evento mortale. Ma, in una
società dove il potere è un valore, chi viene
individuato come assassino - sia la stampa o la Famiglia Reale
(o la Mafia, la Cia, i Servizi Segreti...) - di solito in fin
dei conti ha la meglio. Anche al Signor Rossi che uccide la
moglie a martellate conviene telefonare ai Carabinieri ed aspettarli
buono buono, sperando in una perizia psichiatrica benevola e
nel pentimento. A differenza del Principe del Galles, tuttavia,
il Signor Rossi, in quanto tale, non può giovarsi del
"carisma" che spetta a chi può vantare un albero
genealogico risalente a qualche secolo - e milione di morti
violente - prima.
La storia di ognuno di noi, insomma, determina il nostro
ruolo sociale, ma, come dicevamo, nel caso delle società
umane non si tratta solo di rapporti di forza, pura e semplice.
L’apologo di Menenio Agrippa, è solo uno dei tanti esempi
di come ad essa venga affiancata la persuasione - che si basa
soprattutto sulla superiore conoscenza, vera o presunta, del
persuasore.
Sembra poco plausibile che Agrippa riuscisse davvero a convincere
la plebe inferocita dell’analogia fra plebe e braccia, e, soprattutto,
fra patriziato e stomaco - o, più probabilmente, tra
patriziato e cuore o cervello (a quel tempo, organo del pensiero
era considerato più il primo del secondo). Il paragone,
fra organi dell’individuo umano e ruoli degli individui nella
società zoppica vistosamente. Eppure, un elemento comune,
la divisione del lavoro, si può trovare.
Naturalmente, l’analogia non è sufficiente a determinare
come il lavoro debba essere diviso, ma sembra reggere, e viene
riproposta da secoli - presumo anche, indipendentemente, da
pensatori diversi.
Ma, attenzione, essa poggia su un presupposto: che la natura
umana sia condizionata, a livello dei rapporti sociali, altrettanto
quanto quella degli organi del corpo umano. Tale presupposto
è ancor più evidente in Vilfredo Pareto, che ne
è chiaramente consapevole, allorquando paragona la società
ad un cristallo di sale, i cui atomi vanno a posizionarsi nello
stesso modo nella struttura - a condizione che il sale non sia
sciolto nell’acqua. In tutte le società, dice Pareto,
da quella degli Irochesi all’Inghilterra vittoriana, vi sono
una minoranza di privilegiati ed una maggioranza di nullatenenti
- e da ciò ne deduce che le cose andranno sempre cosi’,
finché non cambierà la natura umana.
Ma, ecco il punto cruciale, Pareto non dice come può
cambiare la natura umana se alla base della sua conoscenza di
se stessa mettiamo l’assunto secondo cui essa non può
mutare.
Modificare
la storia
Noi possiamo sapere che il cristallo di sale si
scioglie nell’acqua e si ricompone all’asciutto, e ci interessa
saperlo, per prevedere come si comporterà - ed eventualmente
comportarci di conseguenza. Possiamo scoprire che una stella
brucia idrogeno, magari, solo per il gusto di sapere come funziona.
I modelli costruiti in tal modo ci servono, insomma, allo scopo
di controllare gli elementi che vi inseriamo. Elementi cui,
tuttavia, abbiamo già attribuito un’esistenza indipendente
da noi. Se vogliamo, invece, includere noi stessi nel modello,
potremmo anche voler considerare la possibilità della
nostra libertà di comportarci in un modo o in un altro.
Per poterlo fare, non basta inserire la nozione scopo, bisogna
anche chiedersi come i risultati che ci interessano vengono
ottenuti. Paragonare la società ad un corpo o ad un cristallo
non conduce inevitabilmente ad applicare alla prima tutte le
leggi che governano i secondi: anzitutto, bisognerà formulare
leggi "analoghe", e poi verificare la loro utilità
per comprendere l’ambito che dovrebbero farci comprendere; poi,
una volta chiarito il significato dell’analogia, ricondurla
alle nostre possibilità di modificare tali leggi - per
esempio, i principi della divisione del lavoro nella nostra
società, o le scelte dell’ "atomo" paretiano
che sarebbe in noi.
La storia, per quanto ricostruita con coerenza e acutezza,
non vincola del tutto i presenti alla sua replicazione pedissequa
- al contrario, proprio quando emerge alla consapevolezza un
meccanismo ancestrale emerge anche la possibilità della
sua modifica. Avendo compreso che, come dice Canetti, il potere
nasce dalla paura che tutti abbiamo dei sopravvissuti, e della
loro conoscenza (e capacità di esprimere violenza), possiamo
meglio combatterne le manifestazioni, opponendogli modi di rapportarsi
agli altri basati sull’accettazione della morte. Per esempio,
frenando il nostro stesso bisogno di sopravvivere ad ogni costo
sulla pelle degli altri, magari solo per il gusto di accumulare
potere. Allo stesso modo, possiamo usare le analogie di Pareto
e Agrippa per capire meglio i nostri valori ed i criteri di
divisione sociale del lavoro che ne conseguono.
Ma, a questo punto, si pone il problema della conoscenza.
Le analogie che abbiamo considerato, infatti, se ci possono
aiutare ad individuare dei problemi, ancora non ci aiutano a
risolverli. Si tratta di una conoscenza che, curiosamente, nello
spiegarci come vanno le cose tra noi non ci fornisce gli strumenti
per cambiarle. E, in questo modo, finiscono per diventare un
apparato giustificatorio di chi il potere lo detiene, uno strumento
persuasorio da utilizzare nella fase 3 di cui sopra: X impara
a controllare Y ed a servirsene.
Il motivo per cui ciò accade va capito fino in fondo.
Le esigenze di sopravvivenza portano l’uomo, come gli altri
esseri viventi e non viventi, a comportarsi in un certo modo:
mettere in rapporto cose fisiche per soddisfare i suoi bisogni
- e non certo a chiedersi come fa a isolare le cose che gli
servono da quelle che non gli servono.
Come la stella si "nutre" di idrogeno, l’uomo
di frutta, acqua, altri animali, etc. Il suo schema mentale,
all’inizio, è principalmente quello, e lo usa anche per
spiegarsi come fa a "conoscere".
Le prime teorie della conoscenza, infatti, considerano i
percepiti come cose di cui chi percepisce entrerebbe in possesso,
ed ancora oggi, nonostante tanti studiosi abbiano sollevato
interrogativi e dubbi si equivoca sul concetto di "informazione"
a questo proposito.
Piegare
la testa?
La "conoscenza" è stata così
pensata come un "rispecchiamento", solitamente malriuscito
ma indefinitamente perfettibile, di una Realtà trascendente.
Un tentativo di "afferrare" qualcosa di "dato".
I Fisiologi - dice Giuseppe Vaccarino - ricondussero i percepiti
ad "onta", termine che nell’uso comune indicava il
possesso di beni, e "filosoficamente venne a contrassegnare
anche ciò che veniva acquisito e perciò posseduto
dall’uomo", trasferendolo da una "realtà esterna"
ad una "conoscenza interiore". Da ciò, poi,
lo sviluppo di metafore più ardite. Il pitagorico Filolao,
per esempio, dice che come l’armonia scompare quando cessa la
vibrazione della corda, così la psyche svanisce
quando il corpo muore (cfr. Giuseppe Vaccarino, La nascita della
filosofia, SSS, Roma, 1996, p.14ss). E va da sé che colui
che potesse affermare di aver "udito" il pensiero
- non si parla dei suoni, beninteso, ma di qualcosa di "analogo"
- altrui, magari di un Dio o di un Potente, avrebbe un vantaggio
sugli altri.
L’intellettuale, in altre parole, si avvantaggia di questo
schema di provenienza naturalistica per proporre una analogia
che dovrebbe spiegare come avviene la "conoscenza".
Ma l’analogia, questa volta, proprio non si regge. "Conoscere",
infatti, significa ripetere in due momenti diversi una serie
di operazioni, mentre l’analogia suggerisce che le cose conosciute
risultino da un ripetere che avverrebbe nello spazio (come in
uno specchio si riflette una figura, o come un suono si diffonde
nell’aria). Tuttavia, la soluzione ha il vantaggio di essere
al riparo: ogni religione, infatti, afferma che il mondo è
stato creato in un certo modo mitologico, e su questa narrazione
basa una distribuzione di potere che parte dai custodi del mito
per giungere all’ultimo elemento cui viene riconosciuta dignità
di "esistente".
Il problema della conoscenza, quindi, non viene quasi mai
affrontato in termini di conoscenza, vale a dire di ripetibilità
o meno di certe istruzioni per ottenere certi risultati. Solo
alcuni medici dell’antichità, ed oggi alcuni neurofisiologi,
ed altri studiosi più o meno isolati, si pongono il problema
del rapporto fra mente e cervello in termini di organo e funzione.
Ma, anche in quest’ambito, chi ha cercato di contribuire allo
studio della conoscenza ha dovuto fare i conti con forze e tradizioni
ben più forti - e piegare spesso la testa. Solo un genuino
spirito anti-autoritario può comprendere la portata di
una concezione della conoscenza che non sia una mera argomentazione
persuasoria di chi vuol esercitare un potere su altri.
Francesco Ranci
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“La
storia di ognuno di noi,
insomma, determina
il nostro ruolo sociale.”
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