rivista anarchica
anno 29 n.253
aprile 1999


Il bastone della forza e la carota della conoscenza
di Francesco Ranci

Solo un genuino spirito anti-autoritario può comprendere la portata di una concezione della conoscenza che non sia una mera argomentazione persuasoria di chi vuole esercitare un potere su altri.

 

Ogni stella abbisogna di idrogeno per le reazioni termonucleari che la costituiscono. Dopo alcuni miliardi di anni che la massa condensata ha iniziato a bruciare, e una certa frazione d’idrogeno è stata consumata, viene meno un elemento fondamentale, e, come spiegano Humberto Maturana e Francisco Varela, "la sequenza principale termina in una serie di trasformazioni più drammatiche": dapprima in "gigante rossa", poi in "stella che pulsa", e - dopo una violenta esplosione che libera "elementi chimici pesanti" - in "supernova". Infine, "la materia che resta collassa in una stella più piccola e di densità molto elevata, detta nana bianca" (H. Maturana e F. Varela, L’albero della conoscenza, ed. it. 1984, p.47).
Analogamente, ogni essere umano necessita approvvigionamenti di energia, senza i quali le sue funzioni vengono meno. Nel suo famoso saggio dedicato ai rapporti fra Massa e potere (Adelphi, ed. or. 1960, ed. it. 1984, pp.243 ss), Elias Canetti sottolinea che, "fra le nostre azioni, non ve n’è una più antica dell’afferrare e dell’incorporare" - da cui deriverebbe il terrore ancestrale di "essere toccati" ("tutta la nostra vita nella civiltà non è altro che uno sforzo per evitarlo", dice Canetti) -, ed il rapporto di forza che, sempre, si instaura fra chi tocca e chi viene toccato. La mano "che non lascia la presa", come simbolo di potere avrebbe pochi eguali, e l’ "afferrare" sarebbe nientemeno che l’atto "centrale e supremamente celebrato del potere". Atto in cui il potere si presenta al suo culmine, come "assoluto e arbitrario" ("tutti i re furono volentieri leoni", affascinati dalla tecnica di caccia del felino). Nella lingua italiana di oggi, del resto, espressioni come "chiedere la mano di una ragazza", "avere il gioco in mano", "mettere la mano sul fuoco", o "avere le mani bucate", ripropongono spesso la mano, vista come organo dell’afferrare, in questa chiave simbolica.

 

Cane e lupi

È lo stesso Canetti, peraltro, a far notare come il potere - di vita o di morte - sia stato sempre più "addomesticato"; tramutandosi in uno scambio, asimmetrico, tra chi nutre - e comanda - e chi è nutrito - e subisce. Il bambino, l’animale domestico e lo schiavo, vengono nutriti da chi li comanda, e comandati in virtù del fatto che li si nutre. Tale scambio, asimmetrico, si trova nel "mercato del lavoro" attuale come nello schiavismo: "dall’istante in cui l’uomo è costretto a svolgere sempre e solo una determinata particella del lavoro, e inoltre, nell’ambito di quella, deve fare il più possibile nel più breve tempo, deve cioè essere produttivo, egli diventa puramente e semplicemente uno schiavo" (Canetti, cit., p.465).
Nel processo di addomesticamento, la specie umana ha elaborato sistemi più e meno complessi di porre distanze fra i suoi esemplari, distinguendo luoghi pertinenti a diverse categorie di persone e di eventi; per cui, i canali di comunicazione diversi dal contatto fisico - come vestiti, oggetti, sguardo, linguaggio parlato, corporeo, gestuale, iconico e scritto - hanno relativamente aumentato d’importanza. Ma possiamo considerare il meccanismo, prima mentale e poi culturale, che genera e poi mantiene le diverse forme di potere - e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo -, schematicamente, sempre uguale.
Facciamo il caso del cane. Si potrebbe dire che l’uomo impara dai lupi qualcosa su come cacciare in gruppo. Riconosce in loro una abilità superiore alla sua. Allora ne cattura qualcuno e lo addomestica per servirsene. Oppure facciamo il caso del cavallo. L’uomo ne riconosce le capacità di movimento e di robustezza e lo identifica come mezzo di trasporto, anteponendo questa funzione a quella di mezzo di sostentamento (cibo). Il gatto serve a cacciare i topi ed i piccoli animali che "rubano" il cibo, etc. Lo stesso procedimento mentale sta alla base della schiavitù, e in generale dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo (insegna ancora Canetti: "lo schiavo è un possesso, come lo è il bestiame", cit., p.464).
Fondamentali, quando si tratta di applicare il modello al proprio simile, risultano molteplici soluzioni ideologiche. Esse, per quante siano, identificano sempre sopraffattore e sopraffatto in una teoria ed in una storia comuni, che giustifichino una suddivisione tra gli umani e i relativi ruoli nella società. Per la teoria, un buon esempio è costituito dal modello di Menenio Agrippa, che paragona la società ad un corpo umano; la storia entra in gioco per discernere chi fa parte del patriziato dalla plebe.
Al bambino insoddisfatto, per esempio, si racconta spesso che il figlio di Dio è sceso sulla Terra ed ha promesso ai cristiani la vita eterna, se avranno pazienza e rispetteranno determinate regole di vita - ma si aggiungono anche premi più tangibili, come "anticipo" elargito dai genitori in occasione delle feste comandate; genitori che in tal modo assurgono ad intermediari. All’adulto, in genere, si preferisce parlare di "carriera", di "Europa", o simili - ed all’anziano, o al rompiscatole, grazie ai "progressi" delle scienze farmacologiche è sempre meno necessario rispondere.
Se il repertorio di teorie e di storie che giustificano il potere è sterminato, quello delle soluzioni ideologiche su cui esse si basano può essere anche ridotto, volendo, ad una semplice procedura:
1. X percepisce e designa Y (Y viene differenziato da X).
2. X si pone in rapporto a Y e gli attribuisce un valore positivo (per esempio, Y lo nutre, sa svolgere un certo lavoro, etc.),
3. X impara a controllare Y ed a servirsene.
Specialmente nel caso in cui X e Y siano esseri umani, alla forza bruta, come strumento di controllo, può essere affiancata la persuasione. A questo proposito è cruciale il ruolo della conoscenza.
"Conoscere", significa essenzialmente ripetere una sequenza di operazioni, ottenendo da esse il risultato previsto - previsto in base all’esito della volta prima, o, più spesso, delle volte precedenti.
Se, per esempio, affermassi di "conoscere Parigi", sarebbe come dire che, a partire dalla parola "Parigi" sono in grado di ricostruire delle mie esperienze passate ad essa connesse: ovvero, trattandosi di una città, che ci sono stato per un periodo di tempo sufficiente quantomeno ad orientarmi nella sua struttura fisica e sociale (o, al limite, che me ne hanno parlato o ne ho letto a sufficienza da consentirmi di muovermici). Naturalmente, potrei anche credere che "Parigi" sia una persona, ed in quel caso mi riferirei a miei intercorsi che mi consentono di interagire con buoni margini di sicurezza con quella persona, ma ciò non cambia nulla del modo in cui, di solito, si usa la parola "conoscere" - e nemmeno la parola "Parigi".
Ovviamente, la conoscenza, intesa come insieme di nozioni che ognuno di noi accumula nel corso della propria vita, in modo in parte uguale ed in parte diverso, può avere, in determinate occasioni, un valore notevole nella lotta per la sopravvivenza.
Nel caso di animali che migrano regolarmente (zebre, uccelli, balene, e così via) le decisioni, nei momenti di difficoltà, come la partenza o la sosta o l’attraversamento di un ostacolo naturale, non a caso vengono lasciate ad uno o più membri esperti del gruppo - esperti proprio perché hanno affrontato tali situazioni più volte, sempre sopravvivendo.
Se a livello simbolico, infatti, il potente è colui che afferra, uccide e divora, a livello, per così dire, del significato comanda colui che sopravvive. Il primo impulso in chi vede dinnanzi a sè un morto - dice Elias Canetti in Potere e sopravvivenza (1972, ed. it. Adelphi 1987) - è l’incredulità; subentra poi il terrore, ed infine, pur inconfessato ed inconfessabile persino a se stessi, "un senso di sollievo". Sarebbe potuto capitare a noi ma chi giace è invece un altro, che si trasforma "in una sorta di preda", alla mercé del sopravvissuto. Non a caso i resti dei nemici uccisi in battaglia vengono ostentati ancora oggi come testimonianza inequivocabile della forza superiore di chi li sfoggia. Nasce proprio così, secondo Canetti, il potere, che perpetuandosi allo stesso modo porta con sé, ovviamente, un’ossessiva paura degli altri.

 

 

Dove il potere è un valore

Passare dal terrore al sollievo, di fronte ad una persona che non vive più, equivale a distaccarsene: prima si pensava alla sua come alla nostra morte, dopo, invece, alla sua morte ed alla nostra vita. La carica energetica che viene in tal modo innescata - da un passaggio mentale - tende anzitutto ad investire in modo distruttivo proprio la sfortunata persona che è morta, e tutto ciò che la riguarda. Compresa la comunità in cui vive e gli individui che ne fanno parte. Si ricomincia da capo, i rapporti di potere non sono più gli stessi. Pietro rinnega tre volte Gesù e Giuda si impicca. Nelle usanze di molti popoli "primitivi", l’abitazione, gli oggetti, le cose del defunto vengono distrutte. Nelle società più "evolute" ad alcuni è riservata un’immortalità per dogma (dai faraoni a Lady Diana) - e i loro beni vengono conservati a beneficio dei legittimi eredi. Eredi cui, come sopravvissuti privilegiati dalla persistenza delle strutture sociali (dalla famiglia allo Stato), spetta il potere accumulato dal defunto. Ma in competizione con le forze omicide responsabili della sua morte.
Nelle nuove investiture di potere, eventualmente da parte di una massa formatasi per scaricare la tensione del lutto improvviso - come nel caso della sfortunata "principessa del Galles", è implicita una analisi dell’evento mortale. Ma, in una società dove il potere è un valore, chi viene individuato come assassino - sia la stampa o la Famiglia Reale (o la Mafia, la Cia, i Servizi Segreti...) - di solito in fin dei conti ha la meglio. Anche al Signor Rossi che uccide la moglie a martellate conviene telefonare ai Carabinieri ed aspettarli buono buono, sperando in una perizia psichiatrica benevola e nel pentimento. A differenza del Principe del Galles, tuttavia, il Signor Rossi, in quanto tale, non può giovarsi del "carisma" che spetta a chi può vantare un albero genealogico risalente a qualche secolo - e milione di morti violente - prima.
La storia di ognuno di noi, insomma, determina il nostro ruolo sociale, ma, come dicevamo, nel caso delle società umane non si tratta solo di rapporti di forza, pura e semplice. L’apologo di Menenio Agrippa, è solo uno dei tanti esempi di come ad essa venga affiancata la persuasione - che si basa soprattutto sulla superiore conoscenza, vera o presunta, del persuasore.
Sembra poco plausibile che Agrippa riuscisse davvero a convincere la plebe inferocita dell’analogia fra plebe e braccia, e, soprattutto, fra patriziato e stomaco - o, più probabilmente, tra patriziato e cuore o cervello (a quel tempo, organo del pensiero era considerato più il primo del secondo). Il paragone, fra organi dell’individuo umano e ruoli degli individui nella società zoppica vistosamente. Eppure, un elemento comune, la divisione del lavoro, si può trovare.
Naturalmente, l’analogia non è sufficiente a determinare come il lavoro debba essere diviso, ma sembra reggere, e viene riproposta da secoli - presumo anche, indipendentemente, da pensatori diversi.
Ma, attenzione, essa poggia su un presupposto: che la natura umana sia condizionata, a livello dei rapporti sociali, altrettanto quanto quella degli organi del corpo umano. Tale presupposto è ancor più evidente in Vilfredo Pareto, che ne è chiaramente consapevole, allorquando paragona la società ad un cristallo di sale, i cui atomi vanno a posizionarsi nello stesso modo nella struttura - a condizione che il sale non sia sciolto nell’acqua. In tutte le società, dice Pareto, da quella degli Irochesi all’Inghilterra vittoriana, vi sono una minoranza di privilegiati ed una maggioranza di nullatenenti - e da ciò ne deduce che le cose andranno sempre cosi’, finché non cambierà la natura umana.
Ma, ecco il punto cruciale, Pareto non dice come può cambiare la natura umana se alla base della sua conoscenza di se stessa mettiamo l’assunto secondo cui essa non può mutare.

Modificare la storia

Noi possiamo sapere che il cristallo di sale si scioglie nell’acqua e si ricompone all’asciutto, e ci interessa saperlo, per prevedere come si comporterà - ed eventualmente comportarci di conseguenza. Possiamo scoprire che una stella brucia idrogeno, magari, solo per il gusto di sapere come funziona. I modelli costruiti in tal modo ci servono, insomma, allo scopo di controllare gli elementi che vi inseriamo. Elementi cui, tuttavia, abbiamo già attribuito un’esistenza indipendente da noi. Se vogliamo, invece, includere noi stessi nel modello, potremmo anche voler considerare la possibilità della nostra libertà di comportarci in un modo o in un altro.
Per poterlo fare, non basta inserire la nozione scopo, bisogna anche chiedersi come i risultati che ci interessano vengono ottenuti. Paragonare la società ad un corpo o ad un cristallo non conduce inevitabilmente ad applicare alla prima tutte le leggi che governano i secondi: anzitutto, bisognerà formulare leggi "analoghe", e poi verificare la loro utilità per comprendere l’ambito che dovrebbero farci comprendere; poi, una volta chiarito il significato dell’analogia, ricondurla alle nostre possibilità di modificare tali leggi - per esempio, i principi della divisione del lavoro nella nostra società, o le scelte dell’ "atomo" paretiano che sarebbe in noi.
La storia, per quanto ricostruita con coerenza e acutezza, non vincola del tutto i presenti alla sua replicazione pedissequa - al contrario, proprio quando emerge alla consapevolezza un meccanismo ancestrale emerge anche la possibilità della sua modifica. Avendo compreso che, come dice Canetti, il potere nasce dalla paura che tutti abbiamo dei sopravvissuti, e della loro conoscenza (e capacità di esprimere violenza), possiamo meglio combatterne le manifestazioni, opponendogli modi di rapportarsi agli altri basati sull’accettazione della morte. Per esempio, frenando il nostro stesso bisogno di sopravvivere ad ogni costo sulla pelle degli altri, magari solo per il gusto di accumulare potere. Allo stesso modo, possiamo usare le analogie di Pareto e Agrippa per capire meglio i nostri valori ed i criteri di divisione sociale del lavoro che ne conseguono.
Ma, a questo punto, si pone il problema della conoscenza. Le analogie che abbiamo considerato, infatti, se ci possono aiutare ad individuare dei problemi, ancora non ci aiutano a risolverli. Si tratta di una conoscenza che, curiosamente, nello spiegarci come vanno le cose tra noi non ci fornisce gli strumenti per cambiarle. E, in questo modo, finiscono per diventare un apparato giustificatorio di chi il potere lo detiene, uno strumento persuasorio da utilizzare nella fase 3 di cui sopra: X impara a controllare Y ed a servirsene.
Il motivo per cui ciò accade va capito fino in fondo. Le esigenze di sopravvivenza portano l’uomo, come gli altri esseri viventi e non viventi, a comportarsi in un certo modo: mettere in rapporto cose fisiche per soddisfare i suoi bisogni - e non certo a chiedersi come fa a isolare le cose che gli servono da quelle che non gli servono.
Come la stella si "nutre" di idrogeno, l’uomo di frutta, acqua, altri animali, etc. Il suo schema mentale, all’inizio, è principalmente quello, e lo usa anche per spiegarsi come fa a "conoscere".
Le prime teorie della conoscenza, infatti, considerano i percepiti come cose di cui chi percepisce entrerebbe in possesso, ed ancora oggi, nonostante tanti studiosi abbiano sollevato interrogativi e dubbi si equivoca sul concetto di "informazione" a questo proposito.

 

 

Piegare la testa?

La "conoscenza" è stata così pensata come un "rispecchiamento", solitamente malriuscito ma indefinitamente perfettibile, di una Realtà trascendente. Un tentativo di "afferrare" qualcosa di "dato". I Fisiologi - dice Giuseppe Vaccarino - ricondussero i percepiti ad "onta", termine che nell’uso comune indicava il possesso di beni, e "filosoficamente venne a contrassegnare anche ciò che veniva acquisito e perciò posseduto dall’uomo", trasferendolo da una "realtà esterna" ad una "conoscenza interiore". Da ciò, poi, lo sviluppo di metafore più ardite. Il pitagorico Filolao, per esempio, dice che come l’armonia scompare quando cessa la vibrazione della corda, così la psyche svanisce quando il corpo muore (cfr. Giuseppe Vaccarino, La nascita della filosofia, SSS, Roma, 1996, p.14ss). E va da sé che colui che potesse affermare di aver "udito" il pensiero - non si parla dei suoni, beninteso, ma di qualcosa di "analogo" - altrui, magari di un Dio o di un Potente, avrebbe un vantaggio sugli altri.
L’intellettuale, in altre parole, si avvantaggia di questo schema di provenienza naturalistica per proporre una analogia che dovrebbe spiegare come avviene la "conoscenza". Ma l’analogia, questa volta, proprio non si regge. "Conoscere", infatti, significa ripetere in due momenti diversi una serie di operazioni, mentre l’analogia suggerisce che le cose conosciute risultino da un ripetere che avverrebbe nello spazio (come in uno specchio si riflette una figura, o come un suono si diffonde nell’aria). Tuttavia, la soluzione ha il vantaggio di essere al riparo: ogni religione, infatti, afferma che il mondo è stato creato in un certo modo mitologico, e su questa narrazione basa una distribuzione di potere che parte dai custodi del mito per giungere all’ultimo elemento cui viene riconosciuta dignità di "esistente".
Il problema della conoscenza, quindi, non viene quasi mai affrontato in termini di conoscenza, vale a dire di ripetibilità o meno di certe istruzioni per ottenere certi risultati. Solo alcuni medici dell’antichità, ed oggi alcuni neurofisiologi, ed altri studiosi più o meno isolati, si pongono il problema del rapporto fra mente e cervello in termini di organo e funzione. Ma, anche in quest’ambito, chi ha cercato di contribuire allo studio della conoscenza ha dovuto fare i conti con forze e tradizioni ben più forti - e piegare spesso la testa. Solo un genuino spirito anti-autoritario può comprendere la portata di una concezione della conoscenza che non sia una mera argomentazione persuasoria di chi vuol esercitare un potere su altri.

Francesco Ranci

 

“La storia di ognuno di noi,
insomma, determina
il nostro ruolo sociale.”