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Immigrato
è bello?
Cari amici e amiche,
vorrei scrivervi a riguardo della questione immigrazione.
Più tento di guardarla da ogni punto di vista e più
mi appare un nodo indistricabile. Istintivamente mi verrebbe
da dar carta bianca a chiunque, proveniente da quei paesi che
l’occidente ha sfruttato e dissanguato e dove tuttora compie
tali crimini (anzi li pone a fondamento del suo benessere),
venga a riprendersi un po’ di quella ricchezza che gli è
stata rubata. In quest’ottica tutti noi dovremmo solo stare
zitti e subire anche eventuale criminalità (contro le
persone e contro il patrimonio) e neanche, forse, sarebbe sufficiente
a sa saldare quel debito che noi, e non loro, storicamente abbiamo.
Ma questa è una visione parziale. Io sono convinto che
nessuno è solo vittima o solo carnefice, purtroppo. Dico
purtroppo, perché se non fosse così sarebbe facile
schierarsi. I nemici, come nei film americani più squallidi,
sarebbero ben identificabili. I cattivi sarebbero solo cattivi
e i buoni solo buoni. Ma io non ci credo. E, quasi controvoglia,
mi tocca vedere anche il punto di vista di quelli che dell’immigrazione
hanno paura. E non cadiamo nello stereotipo che sono solo i
leghisti, quelli di AN e quelli che c’hanno i soldi a temere
l’immigrazione. Quelli che ci rimettono più spesso sono
coloro che sono già deboli, ed in particolare gli anziani
e le donne. La debolezza in questo caso è fisica. Ma
tra un aggressore immigrato povero e un aggredito anziano con
una pensione media chi è la vittima? Non pensiate che
sia una domanda retorica, io non lo so proprio. E allora a volte
mi viene da pensare che un po’ di polizia per le strade può
risparmiare ad un anziano un po’ di ossa rotte e ad una ragazza
meno scaltra delle altre l’orribile e degradante esperienza
della violenza sessuale. E se l’esercito italiano o albanese
sequestra i gommoni degli scafisti a Valona, non cambio le mie
opinioni sull’esercito, però non mi dispiace. La causa
ultima della povertà nel mondo non è difficile
da indovinare: è il sistema di economia/politica capitalista.
E’ il capitalismo che nell’ottocento ha creato il colonialismo
per reperire materie prime e allargare la base di acquisto ed
è sempre il capitalismo che, sotto forma di New Deal
roosveltiano ha ridotto la tensione sociale interna creando
lo stato sociale e trasferendo lo sfruttamento dagli operai
e contadini occidentali a intere popolazioni delle proprie colonie,
protettorati e zone di influenza. L’impoverimento è stato
anche (ed è stata una delle bastardate più grosse
che abbiamo fatto) culturale. L’occidentalizzazione forzata
o più subdolamente imposta ha sepolto, distrutto e strumentalizzato
l’identità culturale dei gruppi sociali di paesi sfruttati
(ad es. in Algeria il livello di alfabetizzazione era più
alto nel 1830, prima del colonialismo francese, che nel 1950).
Queste identità culturali riemergono un po’ alla
volta ora, ma distorte, private di un’evoluzione graduale e
più strumentalizzate di prima: ecco formarsi i fondamentalismi
e i nazionalismi. Molti degli immigrati che arrivano qui possono
anche fare i soldi con lo spaccio e la prostituzione, ma sono
poveri dentro. Individui educati alla violenza che insegnano
le violenza. ( Se guardiamo bene anche la nostra mafia meridionale
è nata dal brigantaggio che è stata una reazione
all’occupazione piemontese). E’ chiaro che quello a cui tutti
dobbiamo mirare è l’eliminazione di questa causa, cioè
il capitalismo. Quello che veramente mi tormenta è cosa
sia giusto fare adesso. Forse bisognerebbe favorire il più
possibile l’immigrazione legale (organizzando, magari è
una cazzata, anche servizi di trasporto dai paesi di emigranti)
per contrastare la criminalità che ci specula sopra;
bisognerebbe anche favorire le comunità di accoglienza
e di inserimento (che non siano lager) organizzate anche con
l’aiuto degli stessi immigrati e sicuramente bisognerebbe un
po’ tutti abbassare il nostro tenore di vita. Intanto però
la criminalità e la violenza tra gli immigrati rimane
altissima ed è come confrontarsi con essa che mi mette
in crisi, perché quando c’è da scegliere tra l’integrità
fisica delle persone e la coerenza politica io sceglierei la
prima.
Questa lettera l’ho scritta perché i vari articoli
pubblicati su questa rivista in tema di immigrazione mi sembrava
dessero un’interpretazione troppo semplicistica e unilaterale
di questo problema. Invece la situazione non è affatto
semplice. La mia idea è quella di aprire un dibattito,
spero di riuscirci.
Buona vita a tutti,
Giulio Frasson
(Treviso)
D’accordo
con Veronelli, ma...
Carissimi,
ho letto con piacere ed attenzione sul numero di febbraio
la lettera di Veronelli, che trovo espressione di grande lucidita’
e consapevolezza dei tempi che corrono.
Trovo particolarmente centrata l’insistenza al livello "basilare"
dell’organizzazione del vivere umano, il cibo, la terra, le
peculiarità dei luoghi e dei loro sapori.
Politicamente l’ho trovata attualissima, nel continuo richiamo
al livello comunale, senza stupide ed ideologiche chiusure,
in un giusto ragionamento sul municipalismo delle biodiversità.
Due soli punti a mio parere discutibili: *una svisata finale
romantico-luddista sulla questione delle tecnologie, che andrebbe
meglio specificata (la usa anche lui la mail, o no?): ci sono
tecnologie di asservimento e controllo (ci sono corposi dossier
in merito), tecnologie di instupidimento e di profitto predatorio,
ma anche molte tecnologie di liberazione della creatività,
del tempo, della socialità, dell’ambiente da molti inquinanti
(e Internet è una di queste)
* un uso troppo generico (anche se marginale nella lettera)
dell’abusato concetto di globalizzazione (su cui moltissimi
si adoperano per parlare diffusamente e a volte a vanvera):
ci sono molti aspetti negativi, la standardizzazione dei gusti,
la negazione dei particolarismi bioregionali e microculturali,
il predominio dei mercati finanziari su tutto, ma anche aspetti
interessanti e positivi, come la comunicazione globale, l’apertura
ai mondi, l’attrarsi e il ricombinarsi di componenti socioculturali
diverse e diversissime tra di loro... insomma, mi piacerebbe
si chiamassero le cose con il loro nome
Giuseppe Vergani
(Brugherio - Mi)
Verso
l’euroregime
Grazie al fatto che l’Italia è entrata nell’Euro
i tassi di interesse sono in caduta libera e chi vuole accendere
un mutuo, per es. per acquistare la prima casa, si vede ora
offerte condizioni fino a qualche mese fa confinate nel paradiso
dei sogni proibiti; dalla stampa è un coro univoco di
osanna alla nuova moneta che finalmente rilancerà l’azienda
Italia sul mercato internazionale. Questo storico risultato
è stato raggiunto da un governo di centro sinistra che,
per poter rientrare nei famosi parametri di Maastricht, ha operato
opportuni tagli alla spesa pubblica, ridotto il potere di acquisto
dei salari, tagliato le pensioni, privatizzato telefonia, energia
elettrica e trasporti etc. etc., come d’altronde qualsiasi governo
di centro sinistra, coerente con la propria tradizione e vocazione,
avrebbe fatto. L’opposizione di destra protesta contro l’aumento
dei disoccupati di cui si è sempre fatta paladina, ma
per il resto deve ingoiare il rospo.
Ovviamente in questo coro di osanna alcuni aspetti sgradevoli
di secondaria importanza vengono taciuti allo scopo di non demoralizzare
le truppe, che, ormai a un passo dalla vittoria (perché
non è ancora finita: nell’Euro ovviamente bisogna restarci
comportandosi bene), potrebbero demoralizzarsi in zona cesarini:
per esempio, il buon ciclista ex-capo di governo è entusiasta
che oggi si possa accendere un mutuo casa con tassi inferiori
al 5%, come 30 anni fa; tace il fatto irrilevante e minimo che
per comperare una casa di 100 mq in una zona semicentrale di
una piccola città nel 1980 occorrevano circa 100 mensilità,
oggi ne servono almeno 150; glissa sul disdicevole piccolissimo
inconveniente che il potere d’acquisto di uno stipendio diminuito
di circa il 20% in 10 anni, proprio per consentire ai tassi
di abbassarsi ai livelli attuali; ignora quel microscopico intoppo
di nessunissima importanza che è la crescita economica.
Ma questi sono tutti problemi di cui la sinistra, si sa, non
si è mai occupata, presa com’è sempre stata dalla
strenua difesa degli interessi dei ceti popolari. Se per caso
qualche disinformatissimo e tendenzionissimo estremista fa presente
questi piccoli problemi a lui o a qualcuno dei suoi cloni buonisti
la replica, inevitabile e senz’altro avulsa da qualsivoglia
ideologia, è "ma dobbiamo imparare a stare sul mercato
e a convivere con le sue leggi", ovviamente cacciando dalle
città i residenti e sostituendoli con rampanti del terziario
avanzato che la sera si ritirano in buon ordine, lasciando le
strade ai nuovi emarginati dall’economia e dal lavoro e alla
loro rabbia sorda (certo anche la microcriminalità contribuisce
all’aumento del PIL creando un sacco di lavoro ai corpi di vigilanza
più o meno privata, alle ditte di armi e sistemi antifurto),
contribuendo ad aumentare il traffico cittadino e il relativo
inquinamento (visto che le abitazioni si sono spostate nelle
periferie, ma le attività commerciali e i servizi sono
rimasti dove erano, anzi si sono concentrate maggiormente nei
centri cittadini; ma anche qui la FIAT e gli operatori sanitari
vedono aumentare i propri fatturati) e via dicendo; certo, questo
è il libero mercato.
Chiedetelo ad Agnelli, che non ha mai chiesto un sussidio
statale; oppure ad Omnitel e TIM quotidianamente impegnate a
farsi le scarpe una con l’altra in una guerra all’ultimo sangue;
loro sì che ci sanno fare. Quindi grazie, grazie, grazie,
di farci vivere in questo meraviglioso paese, dove i governi
di sinistra fanno veramente politiche di destra e l’opposizione
di destra difende i disoccupati. Grazie, grazie, grazie di averci
fatto entrare nell’Euro dopo che per 10 anni ci avete rotto
le scatole con i parametri di Maastricht senza nemmeno farvi
sfiorare dall’idea che magari si sarebbero potute introdurre
condizioni riguardanti il tasso di disoccupazione e di povertà
relativa; ma questi non sono parametri neutri e potrebbero influenzare
il "libero" mercato, distorcendo i suoi salutari meccanismi.
Grazie, grazie, grazie perché d’ora in poi i sacrifici
li faremo in Euro e non in lire, quindi con meno zeri, per cui
ci sembreranno più leggeri. Grazie, grazie, grazie per
il coro di approvazione che viene dalla stampa pluralista e
democratica, che fa di tutto per tenerci alto il morale, tacendo
quei piccoli inconvenienti, tra l’altro del tutto estranei alla
genuina tradizione della sinistra, che potrebbero scoraggiarci.
Enrico Bonfatti
(Bergamo)
Obiter
dicte parlando a caso
In Europa prima del 1914, gli artisti avevano inventato stili
moderni, pieni d’energia creativa, come il fauvismo, il futurismo,
il cubismo, l’espressionismo, l’orfismo. Tutti questi movimenti,
sebbene diversi nell’espressione e nei risultati nascevano da
un’identica volontà. Si dipingeva non per raccontare
un dato argomento ma per la voglia, la gioia di dipingere. Famosa
è la frase di G. Braque: "il pittore crede nella
forma e nel colore, non si propone di ricostruire un fatto anedottico
ma di costruire un fatto pittorico." La pittura era sganciata
dalla necessità di raccontare, di essere fatto letterario
quindi, riaffermava l’autonomia delle forme e dei colori, il
dipinto era un’avventura a sé, una faccenda di colori
e forme e superficie. L’intuizione di Braque è alla base
della pittura moderna. Essa sottintende che l’arte precede ogni
teoria e la teoria quando c’è, è opera degli stessi
artisti che la formulano ogni volta che sentono il bisogno di
chiarire i motivi della loro poetica, per fare ordine, per organizzare
quelle sensazioni ed idee che sentono prepotenti dentro di sé.
Dagli anni trenta ad oggi quest’ordine, questo principio basilare,
è stato capovolto, prima dal fascismo poi dall’ideologia
di sinistra che ha dominato la nostra cultura dal dopoguerra
in poi, articolandosi nei diversi campi dell’espressione. Secondo
gli ideologi del potere gli artisti dovevano trasformare la
loro arte in arma della propaganda di regime. Il futurismo negli
anni trenta era esperienza ormai superata nei fatti, lo stile
del periodo era il realismo sociale, anche se, per reazione
proprio in quegli anni nascevano le varie scuole astratte, espressione
della volontà d’autonomia del pensiero artistico, il
gruppo milanese del Milione, i vari gruppi romani ad esempio.
I critici creavano teorie convincenti per divulgare i valori
rappresentati nelle opere, l’arte non era quindi da "vedere
per credere", ma prima di tutto si doveva "credere
per vedere." Intendo dire che la teoria inventata dai critici
o dai propagandisti faceva si che si cogliesse nell’opera anche
ciò che non vi era. (Processo che Tom Wolfe definisce
inevitabilmente letterario e opposto ai principi della pittura
moderna.) Il movimento moderno ebbe inizio nei primi del 1900,
con il rifiuto netto della natura letteraria dell’arte accademica,(e
tutto il resto non è che letteratura...) scriveva col
giusto disprezzo G. Apollinaire. L’avanguardia di quegli anni
rifiutava quindi quell’arte letteraria che era nata col Rinascimento
e che era diventata il Vangelo visivo su cui confrontarsi.
Negli anni dieci erano apparsi Das Stjil, Dada, il costruttivismo
e negli anni venti l’arte moderna invadeva il gusto corrente,
era chic rubare le idee all’arte moderna: gli arredamenti, le
stoffe, gli abiti, i mobili erano ispirati dal disegno essenziale,
dai colori puri degli artisti contemporanei. Anche oggi arte
e moda sono i due volti della stessa moneta. Gli artisti strillano
come rane nel pantano contro la moda ma non se ne distaccano.
Perché?
Qui bisogna affondare il coltello nella piaga. Sì perché
da sempre l’artista è il saltimbanco del potere e ne
è spesso cosciente con conseguenti lacerazioni interiori,
perché vorrebbe essere homme revolté, antiborghese,
bohemien. Cosicché abbraccia la contestazione
dei cenacoli ma che è anche persona che ha bisogno del
mondo, che vuole essere notato, spera di passare alla storia,
vuole disperatamente essere qualcuno, qualcosa, un nome almeno
per i galleristi, i direttori di musei, per i collezionisti.
Deve insomma avere due facce, una da eretico, pronto a colpire
il mondo dei quartieri alti, con la sua opera innovativa e il
suo comportamento stravagante, e una faccia giusta per farsi
accettare da quello stesso mondo, perché è quello
che lo potrebbe consacrare alla gloria.
C’è anche chi mantiene intatta la propria convinzione,
oltre le mode, e allora si trova a vivere da clandestino, non
tanto per sfuggire alla minaccia metafisica della borghesia,
ma dai suoi stessi colleghi, i sergenti istruttori della bohème,
gli esagitati artisti di sinistra. Meno male c’è chi
anarchicamente manda a quel paese i sergenti istruttori e va
avanti nella propria ricerca.
Per la gloria bisogna scendere a patti, seguire le mode
imposte, accettare i compromessi. Da quest’atteggiamento l’artista
riceve sempre una forma di frustrazione perché lui sa
di barare, mentre il benemerito dell’arte, il collezionista,
il banchiere, si sente benefattore dell’arte moderna, ha la
sensazione di essere un compagno d’arme, aiutante di campo "o
un vietcong onorario delle avanguardie in marcia nelle
terre dei filistei". Cito Tom Wolfe. Il bluff dell’arte
moderna. Tra l’artista ed il benefattore s’instaura un doppio
rapporto di salvezza. Onore e gloria da una parte, dall’altra
il denaro è riciclato nell’arte, si nobilita con l’arte,
perde l’odore di Moloch e Mammone. Nel passato, se un riccone
voleva esibire le insegne del suo potere economico, si comprava
una cappella mortuaria. Ora si compra un quadro, pagandolo cifre
esorbitanti - più lo paga più egli è potente
- anche se di quell’opera che ha acquistato non sa niente. In
questa partita, il pubblico non c’è, non c’è mai
stato. Il gioco si fa senza spettatori. Il mondo dell’arte è
monade chiusa e ristretta al limitato numero degli artisti e
dei consumatori d’arte del bel mondo. Non è vero che
la gente ignori, non capisca, disprezzi l’arte. Il fatto è
che non gliene può fregare di meno. I giochi sono già
fatti prima che il pubblico sappia cosa succede. Ed è
lo stesso pubblico che va ai musei, si mette in fila per vedere
l’ultima opera restaurata, la "dama con l’ermellino"
di Leonardo, o il capolavoro ritrovato miracolosamente. Si mette
in fila per assistere ad una parata di successo, consuma l’arte
senza apprezzarla o comprenderla.
Pochissimi sanno cosa sia. Chi la compra lo fa perché
convinto di fare un affare. La critica e pochi addetti ai lavori
lo hanno convinto. Le mode e gli stili si susseguono, sembra
talvolta che ci sia qualcuno dietro le quinte e gli artisti
rincorrono quelle mode, che quasi mai loro hanno creato.
La storia di questi anni testimonia quanto scrivo. Sono
state lanciate sul mercato mondiale mode come la Pop art e l’iperrealismo.
La transavanguardia e la pittura colta nei tardi anni settanta.
Si è preferito l’arte realistica perché rassicurante,
letteraria, raccontabile.
Prigionieri del moto vorticoso della teoria negli anni sessanta
e settanta, si è inventata la land-art ed il concettuale,
Basta con la pittura, abbasso il capitale, no all’arte come
produzione di bene di consumo. Enunciare, dichiarare. La pittura
è morta, l’avanguardia è morta. L’arte visiva
in questi ultimi anni è divenuta enunciato, dichiarazione,
letteratura, contraddicendo le basi teoriche da cui era partita.
Si assiste alla parata accademica dell’arte povera, del minimalismo,
della body art, tutte espressioni del concettuale. Ci si sente
soli, sgomenti.
Le interazioni sociali, economiche culturali, simboliche
hanno oggi dimensione planetaria. Migrano merci e bambini, idee
e corpi, capitali, informazioni. E’ il mercato che oggi smuove
correndo, potenze, idoli, religioni. Si è come smarriti:
tutto sembra sfuggirci di mano, la globalizzazione, anziché
farci finalmente sentire cittadini del mondo, ingenera in noi
riflessi da fortezza assediata. All’interno di quella fortezza
l’artista, l’eretico, per dare senso al suo vissuto e al suo
lavoro deve ritornare ai desideri, ai sentimenti all’ispezione
nell’insé, per far tesoro del vissuto e del desiderio.
Partendo da sé si rompe con le forme simboliche dominanti,
si aprono nuove vie, si sviluppa la capacità di pensare,
creare.
Per riscoprire le proprie radici storiche e libertarie,
l’artista deve ritrovare la gioia ingenua e primitiva degli
oggetti e delle sensazioni, riscoprire il mondo e l’esistenza
e le motivazioni del suo operare, proporre un’estetica che parta
dal suo lavoro e dalla sua esperienza, perché l’arte
è invenzione fatta dagli artisti.
Riappropriarsi di questo primato è riscoprire la
magia del possibile, è dare senso all’utopia, ritrovare
il fascino delle illusioni che sono il motore della storia.
Kiki Franceschi
(Firenze)
Usa:
tolleranza zero?
In Italia, nelle ultime settimane si sta diffondendo un
grosso equivoco. Si sta facendo largo l’idea che, negli Stati
Uniti d’America, nei confronti di tutti coloro che non rispettano
la legge si stia tenendo una linea dura e che questa cosiddetta
politica della "tolleranza zero" possa fermare il
dilagare del crimine.
In un supermercato di New York, il giorno di Natale del
1997, le forze dell’ordine hanno ucciso William J. Whitfield
III, un afroamericano la cui colpa era quella di tenere in mano
un mazzo di chiavi che i poliziotti avevano scambiato per una
pistola. L’agente che ha sparato contro William è stato
prosciolto, benché non fosse la prima volta che si trovava
coinvolto in una situazione analoga.
La "tolleranza zero", se esiste, è rivolta
solo verso alcuni cittadini statunitensi. Gli abusi e le violenze
commesse dalle forze dell’ordine sono più che tollerate.
Abner Louima, è un haitiano che nell’agosto del 1997
due poliziotti del New York Police Department hanno sodomizzato
con uno scopetto da bagno. Il fatto finì sulle pagine
di tutti i giornali e il sindaco Giuliani reagì con sdegno,
ma solo a parole: quando, nel marzo successivo, una commissione
d’inchiesta suggerì una serie di misure per un più
rigido controllo sull’operato della polizia della città,
Giuliani respinse la grande maggioranza delle raccomandazioni.
E così le uccisioni sono continuate: il 4 febbraio scorso
Amadou Diallo, un ambulante immigrato dalla Guinea, è
stato massacrato da una ventina di proiettili sparati da quattro
poliziotti che hanno ammesso di aver "commesso un errore".
Non si tratta solo di un problema di New York. In tante
città degli stati dell’Unione, ogni anno vengono registrati
migliaia di casi di attacchi e maltrattamenti ad opera degli
agenti di polizia. Nelle grandi metropoli sono state avviate
inchieste sull’operato dei dipartimenti di polizia, che hanno
confermato la brutalità delle forze dell’ordine e hanno
portato alla luce una sorta di omertà in base alla quale
molti agenti si rifiutano di denunciare o confermare gli abusi
commessi dai propri colleghi. Ma per cambiare questa situazione,
le autorità continuano a fare ben poco.
Un altro fraintendimento riguarda l’impiego di armi e tecnologie
che dovrebbero servire anch’esse a combattere il crimine. A
metà febbraio Giuliani ha comunicato la sua decisione
di dotare la polizia newyorkese delle micidiali pallottole "dum-dum",
che esplodono dentro il corpo del colpito, causando effetti
devastanti. Davvero si tratta di tecnologia al servizio del
cittadino e della sicurezza? Kimberly Lashon Watkins è
una ventinovenne che nel luglio 1996 è stata uccisa dalla
polizia di Pomona (California) con l’impiego delle pistole "taser".
Si tratta di ordigni micidiali che sparano nella pelle delle
persone ganci attraverso i quali vengono trasferite violente
scosse elettriche. Ancora, nel grande paese americano è
diffuso l’uso di "cinture elettriche" in grado di
somministrare ai detenuti, mediante un controllo a distanza,
tensioni dell’ordine di decine di migliaia di volt. Di un ulteriore
strumento in grado di provocare abusi e violenze come le pallottole
dum-dum davvero non c’era bisogno.
Il 25 febbraio scorso, il dipartimento di Stato degli USA
ha pubblicato il proprio rapporto annuale sui diritti umani,
che denuncia uccisioni arbitrarie, torture e maltrattamenti
compiuti in centoventi paesi. Questo documento è di grande
attualità anche perché il Segretario di Stato
Madeleine Albright si è recato in Cina e ha aperto con
decisione il confronto con il governo di Pechino sul tema delle
libertà fondamentali. Ma da questo rapporto mancano almeno
cinquanta paesi, esattamente quegli stati americani che vanno
dall’Alabama al Wyoming. Negli USA, che secondo la stessa Albright
stanno più in alto e vedono più lontano di qualsiasi
altro paese del mondo, i diritti umani sono ancora un sogno
per molti. Non solo per i condannati a morte, ma anche per coloro
che subiscono violenze di ogni tipo in carcere, o per la strada
ad opera delle forze di sicurezza.
Dall’ottobre scorso, Amnesty International ha lanciato una
campagna mondiale in difesa dei diritti umani negli Stati Uniti
d’America, il paese che più di ogni altro è in
grado di influenzare la vita politica, economica e culturale
del mondo e che quindi dovrebbe realmente ergersi a campione
dei diritti umani, sempre e dovunque. Il tempo delle parole
a vuoto è finito da un pezzo.
Daniele Scaglione
(presidente della sezione italiana di Amnesty International)
Una
pantegana a Treviso
Vivo in una città del ricco nord-est, una piccola
città riconosciuta borghese e, soprattutto, leghista.
In questa piccola città tutti pensano solo a stare al
caldo nella propria casa, con il proprio lavoro. Fuori dalla
porta c’è un poveretto che muore di freddo? Che torni
a casa sua, io a casa mia ci sono e non gli ho chiesto io di
venire qua.
Nella mia città c’è anche uno "sceriffo"
(e non è un nome datogli dal giornali, ma è proprio
il sindaco che si è soprannominato così!), che
toglie le panchine e mette le fioriere su ponti per non far
sedere extracomunitari e tossici, mettendo in questo insieme,
come insegna bene il manuale del buon razzista, tutti quelli
che si permettono di passeggiare "senza far niente"
nel centro di una città laboriosa come la nostra!
Qualche cresta colorata o giubbotto borchiato da fastidio
alla gente che passa per I giardinetti, quindi manda La polizia
a controllare i documenti, a cacciarci dal nostro posto di ritrovo
ogni volta che ci troviamo ("date fastidio alla gente"
è sempre la loro risposta) quando lo vede anche un cieco
che dietro di noi ci sono spacciatori e tossici che si scambiano
bustine o sono, fatti come cachi. Durante uno dei controlli,
alla mia domanda del perché ci avevano preso di mira
ogni sabato, il poliziotto ci ha risposto "ci dispiace,
ragazzi, ma abbiamo ordine dal sindaco di scoraggiarvi a stare
qua e farvi andare via. se vi trovate un altro posto più
nascosto non vi facciamo niente". Scusate ma... anche l’occhio
vuole la sua parte in una città cieca e razzista. Lo
sceriffo è riuscito ad impossessarsi di Treviso, e lo
dimostrano le ultime elezioni comunali che lo fanno un’altra
volta vincente; "Il popolo trevigiano ha scelto il suo
capo!! Ai perdenti l’esilio!": questa è stata la
sua risposta appena saputo della vincita elettorale, e di dittatore
si tratta veramente, visto che in consiglio comunale arriva
con progetti fatti ed approvati da lui senza neanche ascoltare
le opposizioni. Alcuni di questi progetti? Un vialino ciclabile
(rialzato come un marciapiede!!) nell’unica strada larga che
c’è a Treviso, pericoloso sia per macchine che per biciclette,
un doppio canone fognario in una città che non ha fogne
(non esistendo una carta della piccola rete fognaria che c’è
a Treviso, ha deciso di farla pagare a tutti, non sapendo chi
sono i pochi che ne usufruiscono).
La parte più interessante sta nell’azione che ha
portato contro le iniziative culturali: ha sfrattato la "pro-loco",
ha bandito l’ormai tradizionale "Treviso-comics" (mostra
del fumetto rinomata a livello nazionale) dando spazio a mostre
sul vino, dolci, prodotti industriali e, soprattutto, all’ombralonga,
dove partecipa anche lui in prima persona ed in cui tutta la
città si invade di ubriachi che pagano 15.000 £ di iscrizione
per avere una tazza con cui girare tutte le osterie della città.
(E poi ci fa fermare ogni sabato perché diamo fastidio
e sporchiamo?!!) Abbatte alberi secolari per far spazio a cessi
pubblici dove devi pagare 500 £ a pisciata (per non contare
che sono sempre occupati dai tossici), ha trasformato tutti
i parcheggi del centro in parcheggi a pagamento (2000 £ all’ora)
e la lista si prolungherebbe, ma meglio smettere se no non so
più se ridere a piangere. In questa città c’è
anche un’altra cosa: la gente è capace a parlare, parlare,
parlare ma al momento buono ci troviamo sempre nei soliti quattro
cani che vogliono fare qualcosa. E gli altri? Non si scomodano
perché c’hanno la loro osteria di fiducia, le loro canne
da fumare ed il loro letto da scaldare. Tanto che problemi ci
sono? Il lavoro c’è, il sabato ci sono le città
vicine che hanno i centri sociali che fanno concerti a si organizzano
le classiche festine nelle villette, si parla di grandi progetti
a poi? Come se niente fosse. II giorno dopo tutto come prima.
E noi? I quattro cani (di numero) che non possono entrare
in tre-quarti dei locali della città? Che cercano di
fidarsi di qualcuno e poi...
Questa è la situazione della città in cui
vivo. Scappare mi pare una cazzata perché sono nato qui
a mi fa male vedere una città che cade in questo abisso
di sottomissione. Qua è anche difficile fare da distributore
perché non vogliono spendere 5000 £ per una rivista così,
ho cercato di regalarla sperando che qualcuno capisca ed apra
gli occhi, e forse qualcosa si riesce a vedere, ma ancora molto
poco. Io non mi arrendo a spero di riuscire a contribuire a
far tornare un po’ di intelligenza e OPERATIVITA’ (soprattutto)
in una città isolata come Treviso. Vi comunico che, comunque,
è stata aperta una nuova libreria nel centro, a mio parere
molto valida, alla quale ho chiesto di tenere qualche numero
della rivista sperando bene; quindi, se volete mettere l’indirizzo
insieme agli altri dell’elenco dei punti-vendita è: Libreria
Sottomondo, via Tolpada 11, Treviso.
Vi saluto: una "pantegana" di Treviso.
P.S.: "Pantegana" è come ci ha chiamato
il nostro beneamato sceriffo dopo la protesta per le panchine
tolte.
Simone Mestriner
(Treviso)
| Per raccogliere
fondi per "A", il nostro storico amico/collaboratore/compagno
Stefano Giaccone (ex-Franti, Ishi, ecc.) si esibisce
domenica 9 maggio, alle ore 21.30, al Bloom (via
Curiel) a Mezzago (MI). È un’occasione per ritrovarci
in un contesto simpatico, approfittando della presenza
in Italia di Stefano ormai "esule" oltre Manica. |
|
I
nostri fondi neri
|
Sottoscrizioni: Monica Giorgi (Bellinzona
- Svizzera), 48.000; Aurora e Paolo (Milano) ricordando
Alfonso Failla, 1.000.000; Giuseppe Galzerano (Casalvelino
Scalo), 50.000; Stefano Valtolina (Vimercate), 50.000;
Lorenza Tommasini (Monza) ricordando Renato Tommasini,
50.000. Norberto Bertucci (Villafranca in Lunigiana),
20.000; Fabrizio Eva (Milano), 50.000; Battista Saiu
(Biella), 50.000; Ugo Fortini (Signa) ricordando la
mia compagna Milena Maré, Gino Cerrito, Aurelio
Chessa, Alfonso Failla, Mario Mantovani, Umberto Marzocchi
e Pio Turroni, 150.000; Milena e Paolo Soldati (Clermont
Ferrand - Francia), 180.000; Ricordando P.I., uomo
ineguagliabile, la sua compagna (Ancona), 1.500.000;
Stefano Giaccone (Londra - Regno Unito), 30.000; Gianni
Furlotti (Parma) ricordando Giordano, 50.000; Giancarlo
Nocini (San Giovanni Val D’Arno), 50.000; Civica Biblioteca
Gambalunga (Rimini), 20.000; Antonio Pedone (Perugia),
20.000; Paolo Faziani (Bubano), 50.000; Angelo Tantaro
(Roma), 8.000; Valerio Savino (Pistoia) "dalla
vendita dei miei pastelli per la libertà",
100.000; Stefano Fanti (Roma), 5.000; Giuliano e suo
figlio Valerio (Monteprandone), 15.000.
Totale lire 3.226.000.
Abbonamenti Sostenitori: Franco Frascolla
(Olgiate Molgora), 150.000; Sauro Sorbini (Viterbo),
200.000; Alessandro Milazzo (Linguaglossa), 152.400;
Fernando Ferretti (San Giovanni Valdarno), 200.000;
Piero Bulleri (Volterra) 148.000; Luigi Piccolo (Padova),
150.000; Osvaldo Rigutto (Beaumaris - Australia),
150.000; Bruno Vannini (Surrey Hills - Australia),
150.000; Flavio Baccalini (Milano), 150.000; Roberto
Panzeri (Perledo), 150.000; Fabrizio Serra (San Giovanni
in Persiceto) 150.000; Renato Girometta (Roma), 200.000;
Carlo Decanale (Luserna San Giovanni), 150.000.
Totale lire 2.100.400.
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