rivista anarchica
anno 29 n.253
aprile 1999


 

 

Immigrato è bello?

Cari amici e amiche,
vorrei scrivervi a riguardo della questione immigrazione. Più tento di guardarla da ogni punto di vista e più mi appare un nodo indistricabile. Istintivamente mi verrebbe da dar carta bianca a chiunque, proveniente da quei paesi che l’occidente ha sfruttato e dissanguato e dove tuttora compie tali crimini (anzi li pone a fondamento del suo benessere), venga a riprendersi un po’ di quella ricchezza che gli è stata rubata. In quest’ottica tutti noi dovremmo solo stare zitti e subire anche eventuale criminalità (contro le persone e contro il patrimonio) e neanche, forse, sarebbe sufficiente a sa saldare quel debito che noi, e non loro, storicamente abbiamo. Ma questa è una visione parziale. Io sono convinto che nessuno è solo vittima o solo carnefice, purtroppo. Dico purtroppo, perché se non fosse così sarebbe facile schierarsi. I nemici, come nei film americani più squallidi, sarebbero ben identificabili. I cattivi sarebbero solo cattivi e i buoni solo buoni. Ma io non ci credo. E, quasi controvoglia, mi tocca vedere anche il punto di vista di quelli che dell’immigrazione hanno paura. E non cadiamo nello stereotipo che sono solo i leghisti, quelli di AN e quelli che c’hanno i soldi a temere l’immigrazione. Quelli che ci rimettono più spesso sono coloro che sono già deboli, ed in particolare gli anziani e le donne. La debolezza in questo caso è fisica. Ma tra un aggressore immigrato povero e un aggredito anziano con una pensione media chi è la vittima? Non pensiate che sia una domanda retorica, io non lo so proprio. E allora a volte mi viene da pensare che un po’ di polizia per le strade può risparmiare ad un anziano un po’ di ossa rotte e ad una ragazza meno scaltra delle altre l’orribile e degradante esperienza della violenza sessuale. E se l’esercito italiano o albanese sequestra i gommoni degli scafisti a Valona, non cambio le mie opinioni sull’esercito, però non mi dispiace. La causa ultima della povertà nel mondo non è difficile da indovinare: è il sistema di economia/politica capitalista. E’ il capitalismo che nell’ottocento ha creato il colonialismo per reperire materie prime e allargare la base di acquisto ed è sempre il capitalismo che, sotto forma di New Deal roosveltiano ha ridotto la tensione sociale interna creando lo stato sociale e trasferendo lo sfruttamento dagli operai e contadini occidentali a intere popolazioni delle proprie colonie, protettorati e zone di influenza. L’impoverimento è stato anche (ed è stata una delle bastardate più grosse che abbiamo fatto) culturale. L’occidentalizzazione forzata o più subdolamente imposta ha sepolto, distrutto e strumentalizzato l’identità culturale dei gruppi sociali di paesi sfruttati (ad es. in Algeria il livello di alfabetizzazione era più alto nel 1830, prima del colonialismo francese, che nel 1950).
Queste identità culturali riemergono un po’ alla volta ora, ma distorte, private di un’evoluzione graduale e più strumentalizzate di prima: ecco formarsi i fondamentalismi e i nazionalismi. Molti degli immigrati che arrivano qui possono anche fare i soldi con lo spaccio e la prostituzione, ma sono poveri dentro. Individui educati alla violenza che insegnano le violenza. ( Se guardiamo bene anche la nostra mafia meridionale è nata dal brigantaggio che è stata una reazione all’occupazione piemontese). E’ chiaro che quello a cui tutti dobbiamo mirare è l’eliminazione di questa causa, cioè il capitalismo. Quello che veramente mi tormenta è cosa sia giusto fare adesso. Forse bisognerebbe favorire il più possibile l’immigrazione legale (organizzando, magari è una cazzata, anche servizi di trasporto dai paesi di emigranti) per contrastare la criminalità che ci specula sopra; bisognerebbe anche favorire le comunità di accoglienza e di inserimento (che non siano lager) organizzate anche con l’aiuto degli stessi immigrati e sicuramente bisognerebbe un po’ tutti abbassare il nostro tenore di vita. Intanto però la criminalità e la violenza tra gli immigrati rimane altissima ed è come confrontarsi con essa che mi mette in crisi, perché quando c’è da scegliere tra l’integrità fisica delle persone e la coerenza politica io sceglierei la prima.
Questa lettera l’ho scritta perché i vari articoli pubblicati su questa rivista in tema di immigrazione mi sembrava dessero un’interpretazione troppo semplicistica e unilaterale di questo problema. Invece la situazione non è affatto semplice. La mia idea è quella di aprire un dibattito, spero di riuscirci.
Buona vita a tutti,

Giulio Frasson
(Treviso)

 

D’accordo con Veronelli, ma...

Carissimi,
ho letto con piacere ed attenzione sul numero di febbraio la lettera di Veronelli, che trovo espressione di grande lucidita’ e consapevolezza dei tempi che corrono.
Trovo particolarmente centrata l’insistenza al livello "basilare" dell’organizzazione del vivere umano, il cibo, la terra, le peculiarità dei luoghi e dei loro sapori.
Politicamente l’ho trovata attualissima, nel continuo richiamo al livello comunale, senza stupide ed ideologiche chiusure, in un giusto ragionamento sul municipalismo delle biodiversità.
Due soli punti a mio parere discutibili: *una svisata finale romantico-luddista sulla questione delle tecnologie, che andrebbe meglio specificata (la usa anche lui la mail, o no?): ci sono tecnologie di asservimento e controllo (ci sono corposi dossier in merito), tecnologie di instupidimento e di profitto predatorio, ma anche molte tecnologie di liberazione della creatività, del tempo, della socialità, dell’ambiente da molti inquinanti (e Internet è una di queste)
* un uso troppo generico (anche se marginale nella lettera) dell’abusato concetto di globalizzazione (su cui moltissimi si adoperano per parlare diffusamente e a volte a vanvera): ci sono molti aspetti negativi, la standardizzazione dei gusti, la negazione dei particolarismi bioregionali e microculturali, il predominio dei mercati finanziari su tutto, ma anche aspetti interessanti e positivi, come la comunicazione globale, l’apertura ai mondi, l’attrarsi e il ricombinarsi di componenti socioculturali diverse e diversissime tra di loro... insomma, mi piacerebbe si chiamassero le cose con il loro nome

Giuseppe Vergani
(Brugherio - Mi)

 

Verso l’euroregime

Grazie al fatto che l’Italia è entrata nell’Euro i tassi di interesse sono in caduta libera e chi vuole accendere un mutuo, per es. per acquistare la prima casa, si vede ora offerte condizioni fino a qualche mese fa confinate nel paradiso dei sogni proibiti; dalla stampa è un coro univoco di osanna alla nuova moneta che finalmente rilancerà l’azienda Italia sul mercato internazionale. Questo storico risultato è stato raggiunto da un governo di centro sinistra che, per poter rientrare nei famosi parametri di Maastricht, ha operato opportuni tagli alla spesa pubblica, ridotto il potere di acquisto dei salari, tagliato le pensioni, privatizzato telefonia, energia elettrica e trasporti etc. etc., come d’altronde qualsiasi governo di centro sinistra, coerente con la propria tradizione e vocazione, avrebbe fatto. L’opposizione di destra protesta contro l’aumento dei disoccupati di cui si è sempre fatta paladina, ma per il resto deve ingoiare il rospo.
Ovviamente in questo coro di osanna alcuni aspetti sgradevoli di secondaria importanza vengono taciuti allo scopo di non demoralizzare le truppe, che, ormai a un passo dalla vittoria (perché non è ancora finita: nell’Euro ovviamente bisogna restarci comportandosi bene), potrebbero demoralizzarsi in zona cesarini: per esempio, il buon ciclista ex-capo di governo è entusiasta che oggi si possa accendere un mutuo casa con tassi inferiori al 5%, come 30 anni fa; tace il fatto irrilevante e minimo che per comperare una casa di 100 mq in una zona semicentrale di una piccola città nel 1980 occorrevano circa 100 mensilità, oggi ne servono almeno 150; glissa sul disdicevole piccolissimo inconveniente che il potere d’acquisto di uno stipendio diminuito di circa il 20% in 10 anni, proprio per consentire ai tassi di abbassarsi ai livelli attuali; ignora quel microscopico intoppo di nessunissima importanza che è la crescita economica. Ma questi sono tutti problemi di cui la sinistra, si sa, non si è mai occupata, presa com’è sempre stata dalla strenua difesa degli interessi dei ceti popolari. Se per caso qualche disinformatissimo e tendenzionissimo estremista fa presente questi piccoli problemi a lui o a qualcuno dei suoi cloni buonisti la replica, inevitabile e senz’altro avulsa da qualsivoglia ideologia, è "ma dobbiamo imparare a stare sul mercato e a convivere con le sue leggi", ovviamente cacciando dalle città i residenti e sostituendoli con rampanti del terziario avanzato che la sera si ritirano in buon ordine, lasciando le strade ai nuovi emarginati dall’economia e dal lavoro e alla loro rabbia sorda (certo anche la microcriminalità contribuisce all’aumento del PIL creando un sacco di lavoro ai corpi di vigilanza più o meno privata, alle ditte di armi e sistemi antifurto), contribuendo ad aumentare il traffico cittadino e il relativo inquinamento (visto che le abitazioni si sono spostate nelle periferie, ma le attività commerciali e i servizi sono rimasti dove erano, anzi si sono concentrate maggiormente nei centri cittadini; ma anche qui la FIAT e gli operatori sanitari vedono aumentare i propri fatturati) e via dicendo; certo, questo è il libero mercato.
Chiedetelo ad Agnelli, che non ha mai chiesto un sussidio statale; oppure ad Omnitel e TIM quotidianamente impegnate a farsi le scarpe una con l’altra in una guerra all’ultimo sangue; loro sì che ci sanno fare. Quindi grazie, grazie, grazie, di farci vivere in questo meraviglioso paese, dove i governi di sinistra fanno veramente politiche di destra e l’opposizione di destra difende i disoccupati. Grazie, grazie, grazie di averci fatto entrare nell’Euro dopo che per 10 anni ci avete rotto le scatole con i parametri di Maastricht senza nemmeno farvi sfiorare dall’idea che magari si sarebbero potute introdurre condizioni riguardanti il tasso di disoccupazione e di povertà relativa; ma questi non sono parametri neutri e potrebbero influenzare il "libero" mercato, distorcendo i suoi salutari meccanismi. Grazie, grazie, grazie perché d’ora in poi i sacrifici li faremo in Euro e non in lire, quindi con meno zeri, per cui ci sembreranno più leggeri. Grazie, grazie, grazie per il coro di approvazione che viene dalla stampa pluralista e democratica, che fa di tutto per tenerci alto il morale, tacendo quei piccoli inconvenienti, tra l’altro del tutto estranei alla genuina tradizione della sinistra, che potrebbero scoraggiarci.

Enrico Bonfatti
(Bergamo)

 

Obiter dicte parlando a caso

In Europa prima del 1914, gli artisti avevano inventato stili moderni, pieni d’energia creativa, come il fauvismo, il futurismo, il cubismo, l’espressionismo, l’orfismo. Tutti questi movimenti, sebbene diversi nell’espressione e nei risultati nascevano da un’identica volontà. Si dipingeva non per raccontare un dato argomento ma per la voglia, la gioia di dipingere. Famosa è la frase di G. Braque: "il pittore crede nella forma e nel colore, non si propone di ricostruire un fatto anedottico ma di costruire un fatto pittorico." La pittura era sganciata dalla necessità di raccontare, di essere fatto letterario quindi, riaffermava l’autonomia delle forme e dei colori, il dipinto era un’avventura a sé, una faccenda di colori e forme e superficie. L’intuizione di Braque è alla base della pittura moderna. Essa sottintende che l’arte precede ogni teoria e la teoria quando c’è, è opera degli stessi artisti che la formulano ogni volta che sentono il bisogno di chiarire i motivi della loro poetica, per fare ordine, per organizzare quelle sensazioni ed idee che sentono prepotenti dentro di sé. Dagli anni trenta ad oggi quest’ordine, questo principio basilare, è stato capovolto, prima dal fascismo poi dall’ideologia di sinistra che ha dominato la nostra cultura dal dopoguerra in poi, articolandosi nei diversi campi dell’espressione. Secondo gli ideologi del potere gli artisti dovevano trasformare la loro arte in arma della propaganda di regime. Il futurismo negli anni trenta era esperienza ormai superata nei fatti, lo stile del periodo era il realismo sociale, anche se, per reazione proprio in quegli anni nascevano le varie scuole astratte, espressione della volontà d’autonomia del pensiero artistico, il gruppo milanese del Milione, i vari gruppi romani ad esempio. I critici creavano teorie convincenti per divulgare i valori rappresentati nelle opere, l’arte non era quindi da "vedere per credere", ma prima di tutto si doveva "credere per vedere." Intendo dire che la teoria inventata dai critici o dai propagandisti faceva si che si cogliesse nell’opera anche ciò che non vi era. (Processo che Tom Wolfe definisce inevitabilmente letterario e opposto ai principi della pittura moderna.) Il movimento moderno ebbe inizio nei primi del 1900, con il rifiuto netto della natura letteraria dell’arte accademica,(e tutto il resto non è che letteratura...) scriveva col giusto disprezzo G. Apollinaire. L’avanguardia di quegli anni rifiutava quindi quell’arte letteraria che era nata col Rinascimento e che era diventata il Vangelo visivo su cui confrontarsi.
Negli anni dieci erano apparsi Das Stjil, Dada, il costruttivismo e negli anni venti l’arte moderna invadeva il gusto corrente, era chic rubare le idee all’arte moderna: gli arredamenti, le stoffe, gli abiti, i mobili erano ispirati dal disegno essenziale, dai colori puri degli artisti contemporanei. Anche oggi arte e moda sono i due volti della stessa moneta. Gli artisti strillano come rane nel pantano contro la moda ma non se ne distaccano. Perché?
Qui bisogna affondare il coltello nella piaga. Sì perché da sempre l’artista è il saltimbanco del potere e ne è spesso cosciente con conseguenti lacerazioni interiori, perché vorrebbe essere homme revolté, antiborghese, bohemien. Cosicché abbraccia la contestazione dei cenacoli ma che è anche persona che ha bisogno del mondo, che vuole essere notato, spera di passare alla storia, vuole disperatamente essere qualcuno, qualcosa, un nome almeno per i galleristi, i direttori di musei, per i collezionisti.
Deve insomma avere due facce, una da eretico, pronto a colpire il mondo dei quartieri alti, con la sua opera innovativa e il suo comportamento stravagante, e una faccia giusta per farsi accettare da quello stesso mondo, perché è quello che lo potrebbe consacrare alla gloria.
C’è anche chi mantiene intatta la propria convinzione, oltre le mode, e allora si trova a vivere da clandestino, non tanto per sfuggire alla minaccia metafisica della borghesia, ma dai suoi stessi colleghi, i sergenti istruttori della bohème, gli esagitati artisti di sinistra. Meno male c’è chi anarchicamente manda a quel paese i sergenti istruttori e va avanti nella propria ricerca.
Per la gloria bisogna scendere a patti, seguire le mode imposte, accettare i compromessi. Da quest’atteggiamento l’artista riceve sempre una forma di frustrazione perché lui sa di barare, mentre il benemerito dell’arte, il collezionista, il banchiere, si sente benefattore dell’arte moderna, ha la sensazione di essere un compagno d’arme, aiutante di campo "o un vietcong onorario delle avanguardie in marcia nelle terre dei filistei". Cito Tom Wolfe. Il bluff dell’arte moderna. Tra l’artista ed il benefattore s’instaura un doppio rapporto di salvezza. Onore e gloria da una parte, dall’altra il denaro è riciclato nell’arte, si nobilita con l’arte, perde l’odore di Moloch e Mammone. Nel passato, se un riccone voleva esibire le insegne del suo potere economico, si comprava una cappella mortuaria. Ora si compra un quadro, pagandolo cifre esorbitanti - più lo paga più egli è potente - anche se di quell’opera che ha acquistato non sa niente. In questa partita, il pubblico non c’è, non c’è mai stato. Il gioco si fa senza spettatori. Il mondo dell’arte è monade chiusa e ristretta al limitato numero degli artisti e dei consumatori d’arte del bel mondo. Non è vero che la gente ignori, non capisca, disprezzi l’arte. Il fatto è che non gliene può fregare di meno. I giochi sono già fatti prima che il pubblico sappia cosa succede. Ed è lo stesso pubblico che va ai musei, si mette in fila per vedere l’ultima opera restaurata, la "dama con l’ermellino" di Leonardo, o il capolavoro ritrovato miracolosamente. Si mette in fila per assistere ad una parata di successo, consuma l’arte senza apprezzarla o comprenderla.
Pochissimi sanno cosa sia. Chi la compra lo fa perché convinto di fare un affare. La critica e pochi addetti ai lavori lo hanno convinto. Le mode e gli stili si susseguono, sembra talvolta che ci sia qualcuno dietro le quinte e gli artisti rincorrono quelle mode, che quasi mai loro hanno creato.
La storia di questi anni testimonia quanto scrivo. Sono state lanciate sul mercato mondiale mode come la Pop art e l’iperrealismo. La transavanguardia e la pittura colta nei tardi anni settanta. Si è preferito l’arte realistica perché rassicurante, letteraria, raccontabile.
Prigionieri del moto vorticoso della teoria negli anni sessanta e settanta, si è inventata la land-art ed il concettuale, Basta con la pittura, abbasso il capitale, no all’arte come produzione di bene di consumo. Enunciare, dichiarare. La pittura è morta, l’avanguardia è morta. L’arte visiva in questi ultimi anni è divenuta enunciato, dichiarazione, letteratura, contraddicendo le basi teoriche da cui era partita. Si assiste alla parata accademica dell’arte povera, del minimalismo, della body art, tutte espressioni del concettuale. Ci si sente soli, sgomenti.
Le interazioni sociali, economiche culturali, simboliche hanno oggi dimensione planetaria. Migrano merci e bambini, idee e corpi, capitali, informazioni. E’ il mercato che oggi smuove correndo, potenze, idoli, religioni. Si è come smarriti: tutto sembra sfuggirci di mano, la globalizzazione, anziché farci finalmente sentire cittadini del mondo, ingenera in noi riflessi da fortezza assediata. All’interno di quella fortezza l’artista, l’eretico, per dare senso al suo vissuto e al suo lavoro deve ritornare ai desideri, ai sentimenti all’ispezione nell’insé, per far tesoro del vissuto e del desiderio. Partendo da sé si rompe con le forme simboliche dominanti, si aprono nuove vie, si sviluppa la capacità di pensare, creare.
Per riscoprire le proprie radici storiche e libertarie, l’artista deve ritrovare la gioia ingenua e primitiva degli oggetti e delle sensazioni, riscoprire il mondo e l’esistenza e le motivazioni del suo operare, proporre un’estetica che parta dal suo lavoro e dalla sua esperienza, perché l’arte è invenzione fatta dagli artisti.
Riappropriarsi di questo primato è riscoprire la magia del possibile, è dare senso all’utopia, ritrovare il fascino delle illusioni che sono il motore della storia.

Kiki Franceschi
(Firenze)

 

Usa: tolleranza zero?

In Italia, nelle ultime settimane si sta diffondendo un grosso equivoco. Si sta facendo largo l’idea che, negli Stati Uniti d’America, nei confronti di tutti coloro che non rispettano la legge si stia tenendo una linea dura e che questa cosiddetta politica della "tolleranza zero" possa fermare il dilagare del crimine.
In un supermercato di New York, il giorno di Natale del 1997, le forze dell’ordine hanno ucciso William J. Whitfield III, un afroamericano la cui colpa era quella di tenere in mano un mazzo di chiavi che i poliziotti avevano scambiato per una pistola. L’agente che ha sparato contro William è stato prosciolto, benché non fosse la prima volta che si trovava coinvolto in una situazione analoga.
La "tolleranza zero", se esiste, è rivolta solo verso alcuni cittadini statunitensi. Gli abusi e le violenze commesse dalle forze dell’ordine sono più che tollerate. Abner Louima, è un haitiano che nell’agosto del 1997 due poliziotti del New York Police Department hanno sodomizzato con uno scopetto da bagno. Il fatto finì sulle pagine di tutti i giornali e il sindaco Giuliani reagì con sdegno, ma solo a parole: quando, nel marzo successivo, una commissione d’inchiesta suggerì una serie di misure per un più rigido controllo sull’operato della polizia della città, Giuliani respinse la grande maggioranza delle raccomandazioni. E così le uccisioni sono continuate: il 4 febbraio scorso Amadou Diallo, un ambulante immigrato dalla Guinea, è stato massacrato da una ventina di proiettili sparati da quattro poliziotti che hanno ammesso di aver "commesso un errore".
Non si tratta solo di un problema di New York. In tante città degli stati dell’Unione, ogni anno vengono registrati migliaia di casi di attacchi e maltrattamenti ad opera degli agenti di polizia. Nelle grandi metropoli sono state avviate inchieste sull’operato dei dipartimenti di polizia, che hanno confermato la brutalità delle forze dell’ordine e hanno portato alla luce una sorta di omertà in base alla quale molti agenti si rifiutano di denunciare o confermare gli abusi commessi dai propri colleghi. Ma per cambiare questa situazione, le autorità continuano a fare ben poco.
Un altro fraintendimento riguarda l’impiego di armi e tecnologie che dovrebbero servire anch’esse a combattere il crimine. A metà febbraio Giuliani ha comunicato la sua decisione di dotare la polizia newyorkese delle micidiali pallottole "dum-dum", che esplodono dentro il corpo del colpito, causando effetti devastanti. Davvero si tratta di tecnologia al servizio del cittadino e della sicurezza? Kimberly Lashon Watkins è una ventinovenne che nel luglio 1996 è stata uccisa dalla polizia di Pomona (California) con l’impiego delle pistole "taser". Si tratta di ordigni micidiali che sparano nella pelle delle persone ganci attraverso i quali vengono trasferite violente scosse elettriche. Ancora, nel grande paese americano è diffuso l’uso di "cinture elettriche" in grado di somministrare ai detenuti, mediante un controllo a distanza, tensioni dell’ordine di decine di migliaia di volt. Di un ulteriore strumento in grado di provocare abusi e violenze come le pallottole dum-dum davvero non c’era bisogno.
Il 25 febbraio scorso, il dipartimento di Stato degli USA ha pubblicato il proprio rapporto annuale sui diritti umani, che denuncia uccisioni arbitrarie, torture e maltrattamenti compiuti in centoventi paesi. Questo documento è di grande attualità anche perché il Segretario di Stato Madeleine Albright si è recato in Cina e ha aperto con decisione il confronto con il governo di Pechino sul tema delle libertà fondamentali. Ma da questo rapporto mancano almeno cinquanta paesi, esattamente quegli stati americani che vanno dall’Alabama al Wyoming. Negli USA, che secondo la stessa Albright stanno più in alto e vedono più lontano di qualsiasi altro paese del mondo, i diritti umani sono ancora un sogno per molti. Non solo per i condannati a morte, ma anche per coloro che subiscono violenze di ogni tipo in carcere, o per la strada ad opera delle forze di sicurezza.
Dall’ottobre scorso, Amnesty International ha lanciato una campagna mondiale in difesa dei diritti umani negli Stati Uniti d’America, il paese che più di ogni altro è in grado di influenzare la vita politica, economica e culturale del mondo e che quindi dovrebbe realmente ergersi a campione dei diritti umani, sempre e dovunque. Il tempo delle parole a vuoto è finito da un pezzo.

Daniele Scaglione
(presidente della sezione italiana di Amnesty International)

 

Una pantegana a Treviso

Vivo in una città del ricco nord-est, una piccola città riconosciuta borghese e, soprattutto, leghista. In questa piccola città tutti pensano solo a stare al caldo nella propria casa, con il proprio lavoro. Fuori dalla porta c’è un poveretto che muore di freddo? Che torni a casa sua, io a casa mia ci sono e non gli ho chiesto io di venire qua.
Nella mia città c’è anche uno "sceriffo" (e non è un nome datogli dal giornali, ma è proprio il sindaco che si è soprannominato così!), che toglie le panchine e mette le fioriere su ponti per non far sedere extracomunitari e tossici, mettendo in questo insieme, come insegna bene il manuale del buon razzista, tutti quelli che si permettono di passeggiare "senza far niente" nel centro di una città laboriosa come la nostra!
Qualche cresta colorata o giubbotto borchiato da fastidio alla gente che passa per I giardinetti, quindi manda La polizia a controllare i documenti, a cacciarci dal nostro posto di ritrovo ogni volta che ci troviamo ("date fastidio alla gente" è sempre la loro risposta) quando lo vede anche un cieco che dietro di noi ci sono spacciatori e tossici che si scambiano bustine o sono, fatti come cachi. Durante uno dei controlli, alla mia domanda del perché ci avevano preso di mira ogni sabato, il poliziotto ci ha risposto "ci dispiace, ragazzi, ma abbiamo ordine dal sindaco di scoraggiarvi a stare qua e farvi andare via. se vi trovate un altro posto più nascosto non vi facciamo niente". Scusate ma... anche l’occhio vuole la sua parte in una città cieca e razzista. Lo sceriffo è riuscito ad impossessarsi di Treviso, e lo dimostrano le ultime elezioni comunali che lo fanno un’altra volta vincente; "Il popolo trevigiano ha scelto il suo capo!! Ai perdenti l’esilio!": questa è stata la sua risposta appena saputo della vincita elettorale, e di dittatore si tratta veramente, visto che in consiglio comunale arriva con progetti fatti ed approvati da lui senza neanche ascoltare le opposizioni. Alcuni di questi progetti? Un vialino ciclabile (rialzato come un marciapiede!!) nell’unica strada larga che c’è a Treviso, pericoloso sia per macchine che per biciclette, un doppio canone fognario in una città che non ha fogne (non esistendo una carta della piccola rete fognaria che c’è a Treviso, ha deciso di farla pagare a tutti, non sapendo chi sono i pochi che ne usufruiscono).
La parte più interessante sta nell’azione che ha portato contro le iniziative culturali: ha sfrattato la "pro-loco", ha bandito l’ormai tradizionale "Treviso-comics" (mostra del fumetto rinomata a livello nazionale) dando spazio a mostre sul vino, dolci, prodotti industriali e, soprattutto, all’ombralonga, dove partecipa anche lui in prima persona ed in cui tutta la città si invade di ubriachi che pagano 15.000 £ di iscrizione per avere una tazza con cui girare tutte le osterie della città. (E poi ci fa fermare ogni sabato perché diamo fastidio e sporchiamo?!!) Abbatte alberi secolari per far spazio a cessi pubblici dove devi pagare 500 £ a pisciata (per non contare che sono sempre occupati dai tossici), ha trasformato tutti i parcheggi del centro in parcheggi a pagamento (2000 £ all’ora) e la lista si prolungherebbe, ma meglio smettere se no non so più se ridere a piangere. In questa città c’è anche un’altra cosa: la gente è capace a parlare, parlare, parlare ma al momento buono ci troviamo sempre nei soliti quattro cani che vogliono fare qualcosa. E gli altri? Non si scomodano perché c’hanno la loro osteria di fiducia, le loro canne da fumare ed il loro letto da scaldare. Tanto che problemi ci sono? Il lavoro c’è, il sabato ci sono le città vicine che hanno i centri sociali che fanno concerti a si organizzano le classiche festine nelle villette, si parla di grandi progetti a poi? Come se niente fosse. II giorno dopo tutto come prima.
E noi? I quattro cani (di numero) che non possono entrare in tre-quarti dei locali della città? Che cercano di fidarsi di qualcuno e poi...
Questa è la situazione della città in cui vivo. Scappare mi pare una cazzata perché sono nato qui a mi fa male vedere una città che cade in questo abisso di sottomissione. Qua è anche difficile fare da distributore perché non vogliono spendere 5000 £ per una rivista così, ho cercato di regalarla sperando che qualcuno capisca ed apra gli occhi, e forse qualcosa si riesce a vedere, ma ancora molto poco. Io non mi arrendo a spero di riuscire a contribuire a far tornare un po’ di intelligenza e OPERATIVITA’ (soprattutto) in una città isolata come Treviso. Vi comunico che, comunque, è stata aperta una nuova libreria nel centro, a mio parere molto valida, alla quale ho chiesto di tenere qualche numero della rivista sperando bene; quindi, se volete mettere l’indirizzo insieme agli altri dell’elenco dei punti-vendita è: Libreria Sottomondo, via Tolpada 11, Treviso.
Vi saluto: una "pantegana" di Treviso.
P.S.: "Pantegana" è come ci ha chiamato il nostro beneamato sceriffo dopo la protesta per le panchine tolte.

Simone Mestriner
(Treviso)

 

Per raccogliere fondi per "A", il nostro storico amico/collaboratore/compagno Stefano Giaccone (ex-Franti, Ishi, ecc.) si esibisce domenica 9 maggio, alle ore 21.30, al Bloom (via Curiel) a Mezzago (MI). È un’occasione per ritrovarci in un contesto simpatico, approfittando della presenza in Italia di Stefano ormai "esule" oltre Manica.

 

 

I nostri fondi neri

Sottoscrizioni: Monica Giorgi (Bellinzona - Svizzera), 48.000; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Alfonso Failla, 1.000.000; Giuseppe Galzerano (Casalvelino Scalo), 50.000; Stefano Valtolina (Vimercate), 50.000; Lorenza Tommasini (Monza) ricordando Renato Tommasini, 50.000. Norberto Bertucci (Villafranca in Lunigiana), 20.000; Fabrizio Eva (Milano), 50.000; Battista Saiu (Biella), 50.000; Ugo Fortini (Signa) ricordando la mia compagna Milena Maré, Gino Cerrito, Aurelio Chessa, Alfonso Failla, Mario Mantovani, Umberto Marzocchi e Pio Turroni, 150.000; Milena e Paolo Soldati (Clermont Ferrand - Francia), 180.000; Ricordando P.I., uomo ineguagliabile, la sua compagna (Ancona), 1.500.000; Stefano Giaccone (Londra - Regno Unito), 30.000; Gianni Furlotti (Parma) ricordando Giordano, 50.000; Giancarlo Nocini (San Giovanni Val D’Arno), 50.000; Civica Biblioteca Gambalunga (Rimini), 20.000; Antonio Pedone (Perugia), 20.000; Paolo Faziani (Bubano), 50.000; Angelo Tantaro (Roma), 8.000; Valerio Savino (Pistoia) "dalla vendita dei miei pastelli per la libertà", 100.000; Stefano Fanti (Roma), 5.000; Giuliano e suo figlio Valerio (Monteprandone), 15.000.
Totale lire 3.226.000.

Abbonamenti Sostenitori: Franco Frascolla (Olgiate Molgora), 150.000; Sauro Sorbini (Viterbo), 200.000; Alessandro Milazzo (Linguaglossa), 152.400; Fernando Ferretti (San Giovanni Valdarno), 200.000; Piero Bulleri (Volterra) 148.000; Luigi Piccolo (Padova), 150.000; Osvaldo Rigutto (Beaumaris - Australia), 150.000; Bruno Vannini (Surrey Hills - Australia), 150.000; Flavio Baccalini (Milano), 150.000; Roberto Panzeri (Perledo), 150.000; Fabrizio Serra (San Giovanni in Persiceto) 150.000; Renato Girometta (Roma), 200.000; Carlo Decanale (Luserna San Giovanni), 150.000.
Totale lire 2.100.400.