rivista anarchica
anno 29 n.253
aprile 1999


Coscienziosi seguaci di Attila e miserevoli seguaci del Machiavelli
di Carlo Oliva

Considerazioni amare sulla nostra "classe politica". E sulle sue miserie. L’on. Mattarella, per esempio...

Illustrazione di Natale Galli
Illustrazione di Natale Galli

 

 

Non sempre, soprattutto a quanti si sforzino di evitare il logorio della vita moderna, è possibile seguire le cronache parlamentari con l’interesse che meritano. A qualche lettore di "A", così, sarà potuto sfuggire l’ispirato intervento alla Camera dell’on. Sergio Mattarella relativo al "primo colpo" atomico. Ed è un peccato, perché se è vero che i giornali non hanno dedicato a questa presa di posizione l’importanza che meritava - io , personalmente, l’ho trovata soltanto in un trafiletto di undici righe sul manifesto di mercoledì 11 febbraio u.s. - è anche vero che l’importanza dell’argomento e l’autorevolezza del soggetto (che, ci crediate o no, è vicepresidente del Consiglio dei Ministri) avrebbero dovuto indurci tutti a ben altra attenzione.
L’on. Mattarella, ricorderete, è passato alla nostra storia parlamentare in quanto ingegnoso estensore della legge elettorale vigente: sì, proprio quella che, per concorde giudizio di critica e pubblico, fa talmente schifo che se ne impone l’indifferibile sostituzione, vuoi mediante un ancor più ingegnoso quesito referendario, vuoi grazie al voto in Parlamento di un’adeguata riforma. In un paese normale, naturalmente, chi fosse occorso in un infortunio legislativo del genere sarebbe stato prontamente rimosso dal corpo parlamentare e adibito a funzioni in cui minor danno potesse recare alla comunità. In Italia lo hanno promosso e fatto Ministro, anzi, come vi dicevo, vicepresidente del Consiglio dei Ministri. E non obiettate che qui da noi il vicepresidente del Consiglio dei Ministri, per antica tradizione, vale meno del due di briscola. Quando li fanno vicepresidenti gli ex democristiani (e l’on. Mattarella, del Partito Popolare, è un ex democristiano doc) non si accontentano certo di occuparsi di cinema o sport. Lui, se non sbaglio, si è fatto dare la delega al controllo dei Servizi Segreti, o qualcosa di simile, il che ne fa ipso facto uno di quelli che contano.
Dunque, questo importante esponente del governo D’Alema, l’11 febbraio ’99, si è presentato alla Camera per comunicare, nel corso del question time, che dio solo sa che cos’è, che "l’Italia è contraria alla proposta tedesca perché la Nato rinunci al ‘primo colpo’ atomico". Il "primo colpo atomico", suppongo, sarà l’opzione strategica di chi si riserva il diritto, se del caso, di sferrare per primo un attacco nucleare, senza aspettare che a cominciare sia l’altro. Che i tedeschi, sempre inguaribili pacifisti, avessero proposto di rinunciarvi mi era sfuggito, ma, se lo avessi saputo, avrei dato assolutamente per ovvio che l’Italia, paese retto da un governo di sinistra che non perde occasione per riaffermare la funzione puramente difensiva dei propri armamenti e il ruolo umanitario dei propri eserciti, sarebbe stata tra i primi ad accodarvisi.

 

Gergo da Stato Maggiore

Invece no. L’on. Mattarella ha spiegato che "la possibilità di ricorrere per primi, se del caso, all’arma nucleare contiene un forte elemento aggiuntivo di dissuasione e insieme di flessibilità politico-strategica cui sarebbe controproducente rinunciare". Tanto più che "questo punto chiave della dissuasione strategica durante la guerra fredda" resta valido per scoraggiare "non solo un conflitto nucleare, ma qualsivoglia tipo di conflitto."
Belle parole, eh. Perché, a prescindere dalle difficoltà logiche in cui incappa inesorabilmente chi si propone di "scoraggiare" un conflitto nucleare mediante un attacco nucleare (un paradosso che ben potrebbe figurare accanto a quello del barbiere e a quello del bugiardo, sia detto senza alcuna intenzione di offendere barbieri o bugiardi), spero non vi sia sfuggita l’eleganza di termini come "forte elemento aggiuntivo di dissuasione" o "punto chiave di dissuasione strategica". Sono la riproposizione, in moderno gergo da Stato Maggiore, dell’antico principio per cui "la miglior difesa è l’attacco". Un principio caro ai nostri padri romani, che infatti (come ebbe a osservare, credo, Voltaire chiosando Tito Livio), lo applicarono con tanta coerenza che, sempre dichiarando di agire per legittima difesa, finirono per asservire ai propri interessi tutto il mondo conosciuto, e caro a tutti quanti motivano l’aggressività con la necessità di difendersi dai tapini che stanno meditando di aggredire. Sono sicuro che, a chiederglielo, se ne sarebbe dichiarato entusiasta lo stesso Attila.
Certo, le armi e gli eserciti servono per aggredire, e qualsiasi dichiarazione in senso contrario, compreso l’ingenuo e solenne ripudio della guerra contenuto nell’articolo 11 della costituzione italiana, lascia un po’ il tempo che trova. Siccome a decidere che tu stai per aggredire me sono comunque io, qualsiasi aggressione di qualsiasi tipo può essere presentata come di natura puramente difensiva o, se preferite, dissuasiva. Andate a cercarvi in biblioteca o in una delle tante edizioni facsimile che ne sono state realizzate, i giornali del 30 settembre 1939 e leggerete le più orripilate descrizioni di come la Germania nazista fosse costretta a difendersi dall’aggressione della Polonia occupandone il territorio.
Naturalmente la politica della NATO non la decide il governo italiano, la cui subordinazione in merito è ben nota, e coloro che la decidono a rinunciare al "primo colpo atomico" non ci pensano nemmeno. Tanto più che, da quando il blocco sovietico si è disgregato, di paesi ostili in grado di cominciare loro non ce ne sono più e l’opzione del primo colpo significa soltanto il diritto a bombardare, con tutte le armi disponibili, chiunque i nostri padroni americani decidano, per motivi loro, di bombardare. Ma fa lo stesso un po’ impressione leggere, sia pure in microscopici trafiletti, che un membro autorevole del primo governo a guida di sinistra (be’, sì, insomma, così si dice…) utilizza, come se ci credesse, gli stessi argomenti di Attila. In casi del genere, un sobrio silenzio sarebbe più dignitoso.

 

Attila e Ocalan

Comunque, siccome al peggio non c’è mai limite, lo stesso on. Mattarella è ritornato alla Camera una settimana dopo, per spiegare che l’Italia, Dio ne scampi, non aveva responsabilità alcuna nella vergognosa conclusione del caso Ocalan, visto che il leader del PKK, come noto, aveva lasciato il nostro paese di sua assoluta volontà. Evidentemente il suo capo (il capo di Mattarella, dico: l’on. D’Alema), occupato com’era, quel giorno, a prepararsi per l’impegnativo incontro serale con Gianni Morandi, non avrà ritenuto confacente alla sua dignità di statista presentarsi ai colleghi parlamentari con una dichiarazione così sfacciatamente mendace. E così è toccato al nostro Attila in sedicesimo andare a raccontare che tutto si era svolto "nella trasparenza e nella correttezza" e che il governo aveva affrontato questa trista faccenda con "misura e dignità". E ha spiegato, nel caso qualcuno avesse voluto obiettare che c’è ben poco di misurato o di dignitoso nel rifiutare asilo a chi, straniero evidentemente impedito dall’ "effettivo esercizio delle libertà democratiche", ne ha diritto persino secondo la nostra costituzione, che nessuno, fino ad allora, aveva negato niente a nessun altro: Ocalan era già nelle mani dei turchi, il che era proprio un peccato, ma il Tribunale di Roma avrebbe comunque preso in esame, presto o tardi, la richiesta di asilo. Sappiamo tutti com’è finita.
Boh. Una volta, tanto tempo fa, i politici italiani godevano fama di essere "machiavellici". Voleva dire, in soldoni, che non era il caso di fidarsene troppo, perché, pur di raggiungere i fini che di volta in volta si proponevano, erano disposti a mettere tra parentesi le norme della morale, a mentire, a ingannare e a fare di peggio, secondo il modello di quel Cesare Borgia, che, in effetti, non avrebbe dovuto far ammazzare a tradimento Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo e gli altri, ma, se proprio voleva costituire il suo "stato nuovo" (se voleva - cioè - perseguire i suoi obiettivi politici) non poteva farne a meno.

 

Belle e degne parole

Oggi, evidentemente, nessuno potrebbe accusare i governanti italiani di machiavellismo. Non perché, come si è visto, siano alieni dal mentire, o rifuggano dagli argomenti capziosi e ingannevoli, o non vadano considerati, in definitiva, ancora più infidi del duca Valentino. L’on. Mattarella è troppo buon cristiano per sostenere che il fine giustifica i mezzi e il Presidente D’Alema ha già fatto sufficiente ammenda delle sue origini laiche (?) perché gli si possa attribuire un’opinione così contraria agli insegnamenti della Chiesa. Ma per essere machiavellici un fine da perseguire bisogna ben averlo e difficilmente si potrebbe sostenere che D’Alema, Mattarella o qualsiasi altro membro del loro governo o supporter della loro maggioranza si siano mossi con un obiettivo qualsiasi, salvo forse quello di togliersi dai piedi un impiccio che avrebbe potuto metterli in difficoltà con i protettori americani del regime turco o creare qualche problema a chi, in Italia, con quel regime intrattiene proficui traffici. E capirete che proporsi come unico obiettivo quello di compiacere sempre i propri padroni non è un tratto da grande politico.
Oggi i nostri Machiavelli da quattro soldi sono liberi di stracciarsi le vesti sulle sorti del popolo curdo o di affermare pomposamente che bisogna fare di tutto perché al prigioniero sia riservato un equo giudizio e gli sia risparmiata la pena capitale. Sono belle e degne parole. Peccato che tutti sappiamo che l’unica cosa che il governo italiano sa fare per i curdi è quella di impedirgli l’accesso nel nostro paese e che, quanto a equi giudizi per i prigionieri politici, non rappresentiamo certo un esempio per nessuno. Anche a questo proposito, in verità, sarebbe molto meglio tacere.

Carlo Oliva