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Non sempre, soprattutto a quanti si
sforzino di evitare il logorio della vita moderna, è
possibile seguire le cronache parlamentari con l’interesse che
meritano. A qualche lettore di "A", così, sarà
potuto sfuggire l’ispirato intervento alla Camera dell’on. Sergio
Mattarella relativo al "primo colpo" atomico. Ed è
un peccato, perché se è vero che i giornali non
hanno dedicato a questa presa di posizione l’importanza che
meritava - io , personalmente, l’ho trovata soltanto in un trafiletto
di undici righe sul manifesto di mercoledì 11 febbraio
u.s. - è anche vero che l’importanza dell’argomento e
l’autorevolezza del soggetto (che, ci crediate o no, è
vicepresidente del Consiglio dei Ministri) avrebbero dovuto
indurci tutti a ben altra attenzione.
L’on. Mattarella, ricorderete, è passato alla nostra
storia parlamentare in quanto ingegnoso estensore della legge
elettorale vigente: sì, proprio quella che, per concorde
giudizio di critica e pubblico, fa talmente schifo che se ne
impone l’indifferibile sostituzione, vuoi mediante un ancor
più ingegnoso quesito referendario, vuoi grazie al voto
in Parlamento di un’adeguata riforma. In un paese normale, naturalmente,
chi fosse occorso in un infortunio legislativo del genere sarebbe
stato prontamente rimosso dal corpo parlamentare e adibito a
funzioni in cui minor danno potesse recare alla comunità.
In Italia lo hanno promosso e fatto Ministro, anzi, come vi
dicevo, vicepresidente del Consiglio dei Ministri. E non obiettate
che qui da noi il vicepresidente del Consiglio dei Ministri,
per antica tradizione, vale meno del due di briscola. Quando
li fanno vicepresidenti gli ex democristiani (e l’on. Mattarella,
del Partito Popolare, è un ex democristiano doc) non
si accontentano certo di occuparsi di cinema o sport. Lui, se
non sbaglio, si è fatto dare la delega al controllo dei
Servizi Segreti, o qualcosa di simile, il che ne fa ipso
facto uno di quelli che contano.
Dunque, questo importante esponente del governo D’Alema,
l’11 febbraio ’99, si è presentato alla Camera per comunicare,
nel corso del question time, che dio solo sa che cos’è,
che "l’Italia è contraria alla proposta tedesca
perché la Nato rinunci al ‘primo colpo’ atomico".
Il "primo colpo atomico", suppongo, sarà l’opzione
strategica di chi si riserva il diritto, se del caso, di sferrare
per primo un attacco nucleare, senza aspettare che a cominciare
sia l’altro. Che i tedeschi, sempre inguaribili pacifisti, avessero
proposto di rinunciarvi mi era sfuggito, ma, se lo avessi saputo,
avrei dato assolutamente per ovvio che l’Italia, paese retto
da un governo di sinistra che non perde occasione per riaffermare
la funzione puramente difensiva dei propri armamenti e il ruolo
umanitario dei propri eserciti, sarebbe stata tra i primi ad
accodarvisi.
Gergo da Stato Maggiore
Invece no. L’on. Mattarella ha spiegato che "la possibilità
di ricorrere per primi, se del caso, all’arma nucleare contiene
un forte elemento aggiuntivo di dissuasione e insieme di flessibilità
politico-strategica cui sarebbe controproducente rinunciare".
Tanto più che "questo punto chiave della dissuasione
strategica durante la guerra fredda" resta valido per scoraggiare
"non solo un conflitto nucleare, ma qualsivoglia tipo di
conflitto."
Belle parole, eh. Perché, a prescindere dalle difficoltà
logiche in cui incappa inesorabilmente chi si propone di "scoraggiare"
un conflitto nucleare mediante un attacco nucleare (un paradosso
che ben potrebbe figurare accanto a quello del barbiere e a
quello del bugiardo, sia detto senza alcuna intenzione di offendere
barbieri o bugiardi), spero non vi sia sfuggita l’eleganza di
termini come "forte elemento aggiuntivo di dissuasione"
o "punto chiave di dissuasione strategica". Sono la
riproposizione, in moderno gergo da Stato Maggiore, dell’antico
principio per cui "la miglior difesa è l’attacco".
Un principio caro ai nostri padri romani, che infatti (come
ebbe a osservare, credo, Voltaire chiosando Tito Livio), lo
applicarono con tanta coerenza che, sempre dichiarando di agire
per legittima difesa, finirono per asservire ai propri interessi
tutto il mondo conosciuto, e caro a tutti quanti motivano l’aggressività
con la necessità di difendersi dai tapini che stanno
meditando di aggredire. Sono sicuro che, a chiederglielo, se
ne sarebbe dichiarato entusiasta lo stesso Attila.
Certo, le armi e gli eserciti servono per aggredire, e qualsiasi
dichiarazione in senso contrario, compreso l’ingenuo e solenne
ripudio della guerra contenuto nell’articolo 11 della costituzione
italiana, lascia un po’ il tempo che trova. Siccome a decidere
che tu stai per aggredire me sono comunque io, qualsiasi aggressione
di qualsiasi tipo può essere presentata come di natura
puramente difensiva o, se preferite, dissuasiva. Andate a cercarvi
in biblioteca o in una delle tante edizioni facsimile che ne
sono state realizzate, i giornali del 30 settembre 1939 e leggerete
le più orripilate descrizioni di come la Germania nazista
fosse costretta a difendersi dall’aggressione della Polonia
occupandone il territorio.
Naturalmente la politica della NATO non la decide il governo
italiano, la cui subordinazione in merito è ben nota,
e coloro che la decidono a rinunciare al "primo colpo atomico"
non ci pensano nemmeno. Tanto più che, da quando il blocco
sovietico si è disgregato, di paesi ostili in grado di
cominciare loro non ce ne sono più e l’opzione del primo
colpo significa soltanto il diritto a bombardare, con tutte
le armi disponibili, chiunque i nostri padroni americani decidano,
per motivi loro, di bombardare. Ma fa lo stesso un po’ impressione
leggere, sia pure in microscopici trafiletti, che un membro
autorevole del primo governo a guida di sinistra (be’, sì,
insomma, così si dice…) utilizza, come se ci credesse,
gli stessi argomenti di Attila. In casi del genere, un sobrio
silenzio sarebbe più dignitoso.
Attila
e Ocalan
Comunque, siccome al peggio non c’è mai limite,
lo stesso on. Mattarella è ritornato alla Camera una
settimana dopo, per spiegare che l’Italia, Dio ne scampi, non
aveva responsabilità alcuna nella vergognosa conclusione
del caso Ocalan, visto che il leader del PKK, come noto, aveva
lasciato il nostro paese di sua assoluta volontà. Evidentemente
il suo capo (il capo di Mattarella, dico: l’on. D’Alema), occupato
com’era, quel giorno, a prepararsi per l’impegnativo incontro
serale con Gianni Morandi, non avrà ritenuto confacente
alla sua dignità di statista presentarsi ai colleghi
parlamentari con una dichiarazione così sfacciatamente
mendace. E così è toccato al nostro Attila in
sedicesimo andare a raccontare che tutto si era svolto "nella
trasparenza e nella correttezza" e che il governo aveva
affrontato questa trista faccenda con "misura e dignità".
E ha spiegato, nel caso qualcuno avesse voluto obiettare che
c’è ben poco di misurato o di dignitoso nel rifiutare
asilo a chi, straniero evidentemente impedito dall’ "effettivo
esercizio delle libertà democratiche", ne ha diritto
persino secondo la nostra costituzione, che nessuno, fino ad
allora, aveva negato niente a nessun altro: Ocalan era già
nelle mani dei turchi, il che era proprio un peccato, ma il
Tribunale di Roma avrebbe comunque preso in esame, presto o
tardi, la richiesta di asilo. Sappiamo tutti com’è finita.
Boh. Una volta, tanto tempo fa, i politici italiani godevano
fama di essere "machiavellici". Voleva dire, in soldoni,
che non era il caso di fidarsene troppo, perché, pur
di raggiungere i fini che di volta in volta si proponevano,
erano disposti a mettere tra parentesi le norme della morale,
a mentire, a ingannare e a fare di peggio, secondo il modello
di quel Cesare Borgia, che, in effetti, non avrebbe dovuto far
ammazzare a tradimento Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo
e gli altri, ma, se proprio voleva costituire il suo "stato
nuovo" (se voleva - cioè - perseguire i suoi obiettivi
politici) non poteva farne a meno.
Belle
e degne parole
Oggi, evidentemente, nessuno potrebbe accusare i governanti
italiani di machiavellismo. Non perché, come si è
visto, siano alieni dal mentire, o rifuggano dagli argomenti
capziosi e ingannevoli, o non vadano considerati, in definitiva,
ancora più infidi del duca Valentino. L’on. Mattarella
è troppo buon cristiano per sostenere che il fine giustifica
i mezzi e il Presidente D’Alema ha già fatto sufficiente
ammenda delle sue origini laiche (?) perché gli si possa
attribuire un’opinione così contraria agli insegnamenti
della Chiesa. Ma per essere machiavellici un fine da perseguire
bisogna ben averlo e difficilmente si potrebbe sostenere che
D’Alema, Mattarella o qualsiasi altro membro del loro governo
o supporter della loro maggioranza si siano mossi con un obiettivo
qualsiasi, salvo forse quello di togliersi dai piedi un impiccio
che avrebbe potuto metterli in difficoltà con i protettori
americani del regime turco o creare qualche problema a chi,
in Italia, con quel regime intrattiene proficui traffici. E
capirete che proporsi come unico obiettivo quello di compiacere
sempre i propri padroni non è un tratto da grande politico.
Oggi i nostri Machiavelli da quattro soldi sono liberi di
stracciarsi le vesti sulle sorti del popolo curdo o di affermare
pomposamente che bisogna fare di tutto perché al prigioniero
sia riservato un equo giudizio e gli sia risparmiata la pena
capitale. Sono belle e degne parole. Peccato che tutti sappiamo
che l’unica cosa che il governo italiano sa fare per i curdi
è quella di impedirgli l’accesso nel nostro paese e che,
quanto a equi giudizi per i prigionieri politici, non rappresentiamo
certo un esempio per nessuno. Anche a questo proposito, in verità,
sarebbe molto meglio tacere.
Carlo Oliva
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