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L’ampio e articolato dibattito che ha
accompagnato le recenti prese di posizione del governo D’Alema
a favore della cosiddetta parità scolastica è
un curioso esempio di come la pretesa clericale di veder finanziate
le proprie scuole possa essere spacciata per una battaglia di
libertà, una battaglia, quindi non di parte ma combattuta
nell’interesse di tutti (la chiesa, pur di rimpinguare le proprie
tasche veste i panni, invero un po’ insoliti del liberalsocialismo).
Questa vicenda mostra in modo del tutto inequivocabile che
coloro che pochi anni orsono pensarono che la condanna a morire
democristiani poteva essere sospesa, non solo si sbagliavano,
ma ignoravano che il regime carcerario sarebbe progressivamente
divenuto più duro. In sostanza l’era postdemocristiana
si sta rivelando più democristiana che mai: i vari partiti
ed aggregazioni più o meno stabili nate dalla diaspora
democristiana, pur non avendo un grosso peso elettorale sono
determinanti per la formazione di qualunque governo e quindi
in grado di condizionarne in modo forte le scelte. Oggi i democristiani
sono al governo ma anche all’opposizione. Sono dappertutto e
oltre i consueti scambi di favori e poltrone per cui sono famosi
nel mondo, si danno da fare per il proprio azionista di maggioranza:
la chiesa cattolica.
Giocano la loro partita su più di un terreno: infatti
oltre alla scuola, la loro attenzione si è fissata su
questioni quali l’aborto, la bioetica, la fecondazione assistita,
lo stanziamento di fondi pubblici per quella grande operazione
ideologico-finanziaria che è il Giubileo dell’anno 2000.
Vogliono incassare quello che già qualche anno orsono
fu promesso da un D’Alema ancora lontano da palazzo Chigi ma
sin troppo sicuro dei passi necessari per arrivarci. Forse qualcuno
ricorderà il dibattito sviluppatosi sulle pagine di Famiglia
Cristiana tra l’allora segretario de PDS e quella vecchia
canaglia integralista di Carlo Casini, il fondatore del Movimento
per la vita, rigoroso difensore della morale cattolica in materia
di sessualità, aborto, contraccezione, famiglia. Casini
pose già a quel tempo le condizioni: "...nessuno
può immaginare un’alleanza con i cattolici, un loro consenso
non marginale se non vengono affrontate con lealtà e
coraggio le questioni della vita e della famiglia". Massimo
D’Alema rispose alle richieste di Casini affermando in modo
pressoché esplicito il primato dei cattolici in campo
etico: "Quando si legifererà su questa materia,
i credenti dovranno fare ciò che la coscienza e la fede
suggeriranno loro, e anche i non credenti dovranno stare attenti
a quei valori e a quelle radici etiche senza le quali il Paese
non si salverà". Sulle pagine di questo stesso giornale
mi azzardai a prevedere lo scontato esito di un dibattito, la
cui valenza andava ben al di là del mero dibattito culturale
sulle pagine di un settimanale cattolico.
In questi primi mesi di governo il buon D’Alema sta dimostrando
di proseguire con coerenza sulla via da lui stesso indicata
nel dibattito con Carlo Casini, pagando con moneta sonante (anche
nel senso più proprio del termine) l’alleanza con i cattolici.
Sono note le concessioni ai cattolici sulla questione della
fecondazione assistita e sebbene il progetto di legge si sia
temporaneamente arenato sulla questione dello "statuto
giuridico dell’embrione" (forse perché i tempi per
una rimessa in discussione del diritto d’aborto non sono del
tutto maturi) non dubitiamo che il primato della famiglia nel
senso cattolico del termine verrà ribadito anche nel
testo definitivo.
Tuttavia l’ambito nel quale le concessioni alla chiesa cattolica
appaiono più marcate è senz’altro quello della
cosiddetta parità scolastica, in altre parole il finanziamento
più o meno diretto delle scuole dei preti. E’ vero che
su questo terreno il governo capeggiato dall’ineffabile Massimo
D’Alema sta trovando opposizione persino tra le fila del suo
stesso partito, tuttavia il fronte degli oppositori, pur ampio
e variamente articolato al proprio interno, mostra tutti i limiti
insiti nella difesa di uno status quo poco allettante. Se da
un lato i sostenitori del finanziamento alle scuole private
mostrano determinazione ed aggressività, dall’altro appaiono
del tutto evidenti i limiti di un movimento che nelle sua componenti
maggioritarie si limita ad un richiamo alla Carta costituzionale
ed alla mera equiparazione tra scuola pubblica e scuola di stato.
Il "buon senso" che sembra orientare questi movimenti
pare tanto più stolido quanto più oggi le cosiddette
"scuole pubbliche" si vanno trasformando in aziende
come le altre, con tanto di operazioni di immagine e di promozione.
Un giovane compagno mi faceva notare come la foto di gruppo
utilizzata dalla sua scuola (un liceo classico statale) per
indurre all’iscrizione i giovani usciti dalle medie e, soprattutto
i loro parenti, non ritraesse nessuno degli studenti i cui abiti
e le cui acconciature potessero far credere che tale liceo ospitasse
studenti dallo stile di vita poco "ortodosso". In
un’altra scuola superiore di Torino vengono addirittura organizzati
gruppi di studenti (le ragazze nei panni di majorettes)
con il compito di pubblicizzare il loro istituto tra gli studenti
delle medie. Ci attende verosimilmente un futuro in cui varie
aziende scolastiche, sia "pubbliche" (ossia gestite
dallo stato) sia "private" (ossia pagate dallo stato)
si contenderanno il mercato degli studenti pregiati, tentando
di acquisire sponsor tra le varie aziende interessate alla formazione
di lavoratori disciplinati e flessibili, usi sin dalla giovinezza
alla competizione ed alla precarietà. Non è poi
così difficile immaginare che accanto a scuole (pubbliche
o private) ricche, sponsorizzate, attraenti si troveranno scuole
di serie b, sulle quali non ricadranno finanziamenti né
pubblici né privati, inevitabilmente destinate a contenere
fisicamente gruppi di giovani cui non sarà offerta alcuna
formazione, ma un mero contenitore in cui trascorrere alcune
ore della giornata.
Nel processo di "americanizzazione" della vita
politica e sociale cui stiamo assistendo ormai da un decennio,
soltanto l’ambito della formazione mancava all’appello. Ma a
quanto pare anche su questo terreno solo un governo di sinistra
poteva applicare senza troppi traumi una rigorosa politica di
destra. Una politica che trova, tutto sommato ben pochi ostacoli
sulla propria strada, perché l’opposizione sia al finanziamento
pubblico delle scuole private sia alla trasformazione di quelle
"pubbliche" in aziende resta debole, incapace di esprimere
capacità propositive ed ambiti di sperimentazione culturale
ed organizzativa di segno diverso.
Per invertire la tendenza sin qui del tutto sommariamente
descritta ci vuole ben altro che l’apatica difesa dell’esistente:
occorre mettere in campo energie nuove, una capacità
critica e propositiva forte, in grado sì di opporsi ai
dispositivi che stanno apparecchiando per noi, ma anche tentare
di aprire finalmente il dibattito su una scuola pubblica non
statale, sulla possibilità di dar vita a meccanismi formativi
capaci di offrire chance sul piano dello sviluppo dell’autonomia
individuale.
Non si tratta di costruire dal nulla: vi è ormai
un ampio patrimonio teorico e pratico cui attingere: quella
che manca è la capacità di pensare una scuola
contro la scuola, una scuola fuori e contro l’istituzione, una
scuola che sia espressione della capacità autoistituente
della società e non emanazione statale o clericale. Quella
che manca è la consapevolezza che, come asserivano alcuni
studenti anarchici in un volantino distribuito durante la manifestazione
di Bologna del 27 febbraio contro la legge di parità:
"La scuola pubblica non è da difendere! La scuola
pubblica è tutta da costruire!"
Maria Matteo
Due conti sul contratto
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La
stampa riporta con gran clamore l’ammontare degli aumenti
delle retribuzioni dei lavoratori della scuola e le dichiarazioni
compiaciute dei dirigenti di CGIL-CISL-UIL e SNALS che
menano vanto dei risultati che avrebbero ottenuto. Vale,
quindi, la pena di fare due conti.
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Le
leggende metropolitane diffuse dalla stampa
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La
triste realtà
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210.000
lire di aumenti per tutti a giugno 1999
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Il
3,3% medio, lordo e a regime: 107.000 lire lorde
(53.000 nette) più un incremento di 100.000
lorde (circa 50.000 nette) della retribuzione accessoria
che non è affatto, per definizione, garantita.
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Il
recupero di quanto ci ha tolto l’inflazione negli
anni passati.
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La
prima quota dell’aumento (1,8%) parte dal novembre
1998 mentre il contratto è scaduto a gennaio
1998 e, comunque, l’inflazione è superiore
al 3,3% nel biennio 1998/1999.
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L’abolizione
dell’obbligo di fare 100 ore di corso di formazione
ogni sei o sette anni per poter accedere alla fascia
stipendiale superiore
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L’obbligo
di seguire ogni anno 20 ore di corso di formazione.
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Ulteriori
incrementi retributivi dell’ordine di 3.000.000
di lire lordi all’anno per chi svolgerà compiti
di coordinamento a partire dal settembre 1999.
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Il
concentrarsi degli aumenti su di un numero limitato
di colleghi (50.000) con gli effetti che possiamo
immaginare per quel che riguarda le relazioni interne
al Collegio Docenti
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Aumenti
di 6.000.000 lordi all’anno per il 20% dei colleghi
a partire dal 2001 sulla base del superamento del
concorso interno.
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L’ulteriore
impoverimento del restante 80% e la guerra di tutti
contro tutti per accedere all’aumento sulla base
della valutazione di commissioni organizzate dalla
controparte con l’ausilio di agenzie esterne, ecc..
Grossi guadagni per chi preparerà gli aspiranti
all’aumento retributivo
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Cosimo Scarinzi della Cub Scuola
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