rivista anarchica
anno 29 n.253
aprile 1999


Il fantasma della libertà
di Maria Matteo

L’ambito nel quale le concessioni alla chiesa cattolica appaiono più marcate è senz’altro quello della cosiddetta parità scolastica, in altre parole il finanziamento più o meno diretto delle scuole dei preti.

 

L’ampio e articolato dibattito che ha accompagnato le recenti prese di posizione del governo D’Alema a favore della cosiddetta parità scolastica è un curioso esempio di come la pretesa clericale di veder finanziate le proprie scuole possa essere spacciata per una battaglia di libertà, una battaglia, quindi non di parte ma combattuta nell’interesse di tutti (la chiesa, pur di rimpinguare le proprie tasche veste i panni, invero un po’ insoliti del liberalsocialismo).
Questa vicenda mostra in modo del tutto inequivocabile che coloro che pochi anni orsono pensarono che la condanna a morire democristiani poteva essere sospesa, non solo si sbagliavano, ma ignoravano che il regime carcerario sarebbe progressivamente divenuto più duro. In sostanza l’era postdemocristiana si sta rivelando più democristiana che mai: i vari partiti ed aggregazioni più o meno stabili nate dalla diaspora democristiana, pur non avendo un grosso peso elettorale sono determinanti per la formazione di qualunque governo e quindi in grado di condizionarne in modo forte le scelte. Oggi i democristiani sono al governo ma anche all’opposizione. Sono dappertutto e oltre i consueti scambi di favori e poltrone per cui sono famosi nel mondo, si danno da fare per il proprio azionista di maggioranza: la chiesa cattolica.
Giocano la loro partita su più di un terreno: infatti oltre alla scuola, la loro attenzione si è fissata su questioni quali l’aborto, la bioetica, la fecondazione assistita, lo stanziamento di fondi pubblici per quella grande operazione ideologico-finanziaria che è il Giubileo dell’anno 2000.
Vogliono incassare quello che già qualche anno orsono fu promesso da un D’Alema ancora lontano da palazzo Chigi ma sin troppo sicuro dei passi necessari per arrivarci. Forse qualcuno ricorderà il dibattito sviluppatosi sulle pagine di Famiglia Cristiana tra l’allora segretario de PDS e quella vecchia canaglia integralista di Carlo Casini, il fondatore del Movimento per la vita, rigoroso difensore della morale cattolica in materia di sessualità, aborto, contraccezione, famiglia. Casini pose già a quel tempo le condizioni: "...nessuno può immaginare un’alleanza con i cattolici, un loro consenso non marginale se non vengono affrontate con lealtà e coraggio le questioni della vita e della famiglia". Massimo D’Alema rispose alle richieste di Casini affermando in modo pressoché esplicito il primato dei cattolici in campo etico: "Quando si legifererà su questa materia, i credenti dovranno fare ciò che la coscienza e la fede suggeriranno loro, e anche i non credenti dovranno stare attenti a quei valori e a quelle radici etiche senza le quali il Paese non si salverà". Sulle pagine di questo stesso giornale mi azzardai a prevedere lo scontato esito di un dibattito, la cui valenza andava ben al di là del mero dibattito culturale sulle pagine di un settimanale cattolico.
In questi primi mesi di governo il buon D’Alema sta dimostrando di proseguire con coerenza sulla via da lui stesso indicata nel dibattito con Carlo Casini, pagando con moneta sonante (anche nel senso più proprio del termine) l’alleanza con i cattolici. Sono note le concessioni ai cattolici sulla questione della fecondazione assistita e sebbene il progetto di legge si sia temporaneamente arenato sulla questione dello "statuto giuridico dell’embrione" (forse perché i tempi per una rimessa in discussione del diritto d’aborto non sono del tutto maturi) non dubitiamo che il primato della famiglia nel senso cattolico del termine verrà ribadito anche nel testo definitivo.
Tuttavia l’ambito nel quale le concessioni alla chiesa cattolica appaiono più marcate è senz’altro quello della cosiddetta parità scolastica, in altre parole il finanziamento più o meno diretto delle scuole dei preti. E’ vero che su questo terreno il governo capeggiato dall’ineffabile Massimo D’Alema sta trovando opposizione persino tra le fila del suo stesso partito, tuttavia il fronte degli oppositori, pur ampio e variamente articolato al proprio interno, mostra tutti i limiti insiti nella difesa di uno status quo poco allettante. Se da un lato i sostenitori del finanziamento alle scuole private mostrano determinazione ed aggressività, dall’altro appaiono del tutto evidenti i limiti di un movimento che nelle sua componenti maggioritarie si limita ad un richiamo alla Carta costituzionale ed alla mera equiparazione tra scuola pubblica e scuola di stato. Il "buon senso" che sembra orientare questi movimenti pare tanto più stolido quanto più oggi le cosiddette "scuole pubbliche" si vanno trasformando in aziende come le altre, con tanto di operazioni di immagine e di promozione. Un giovane compagno mi faceva notare come la foto di gruppo utilizzata dalla sua scuola (un liceo classico statale) per indurre all’iscrizione i giovani usciti dalle medie e, soprattutto i loro parenti, non ritraesse nessuno degli studenti i cui abiti e le cui acconciature potessero far credere che tale liceo ospitasse studenti dallo stile di vita poco "ortodosso". In un’altra scuola superiore di Torino vengono addirittura organizzati gruppi di studenti (le ragazze nei panni di majorettes) con il compito di pubblicizzare il loro istituto tra gli studenti delle medie. Ci attende verosimilmente un futuro in cui varie aziende scolastiche, sia "pubbliche" (ossia gestite dallo stato) sia "private" (ossia pagate dallo stato) si contenderanno il mercato degli studenti pregiati, tentando di acquisire sponsor tra le varie aziende interessate alla formazione di lavoratori disciplinati e flessibili, usi sin dalla giovinezza alla competizione ed alla precarietà. Non è poi così difficile immaginare che accanto a scuole (pubbliche o private) ricche, sponsorizzate, attraenti si troveranno scuole di serie b, sulle quali non ricadranno finanziamenti né pubblici né privati, inevitabilmente destinate a contenere fisicamente gruppi di giovani cui non sarà offerta alcuna formazione, ma un mero contenitore in cui trascorrere alcune ore della giornata.
Nel processo di "americanizzazione" della vita politica e sociale cui stiamo assistendo ormai da un decennio, soltanto l’ambito della formazione mancava all’appello. Ma a quanto pare anche su questo terreno solo un governo di sinistra poteva applicare senza troppi traumi una rigorosa politica di destra. Una politica che trova, tutto sommato ben pochi ostacoli sulla propria strada, perché l’opposizione sia al finanziamento pubblico delle scuole private sia alla trasformazione di quelle "pubbliche" in aziende resta debole, incapace di esprimere capacità propositive ed ambiti di sperimentazione culturale ed organizzativa di segno diverso.
Per invertire la tendenza sin qui del tutto sommariamente descritta ci vuole ben altro che l’apatica difesa dell’esistente: occorre mettere in campo energie nuove, una capacità critica e propositiva forte, in grado sì di opporsi ai dispositivi che stanno apparecchiando per noi, ma anche tentare di aprire finalmente il dibattito su una scuola pubblica non statale, sulla possibilità di dar vita a meccanismi formativi capaci di offrire chance sul piano dello sviluppo dell’autonomia individuale.
Non si tratta di costruire dal nulla: vi è ormai un ampio patrimonio teorico e pratico cui attingere: quella che manca è la capacità di pensare una scuola contro la scuola, una scuola fuori e contro l’istituzione, una scuola che sia espressione della capacità autoistituente della società e non emanazione statale o clericale. Quella che manca è la consapevolezza che, come asserivano alcuni studenti anarchici in un volantino distribuito durante la manifestazione di Bologna del 27 febbraio contro la legge di parità: "La scuola pubblica non è da difendere! La scuola pubblica è tutta da costruire!"

Maria Matteo

 

Due conti sul contratto

La stampa riporta con gran clamore l’ammontare degli aumenti delle retribuzioni dei lavoratori della scuola e le dichiarazioni compiaciute dei dirigenti di CGIL-CISL-UIL e SNALS che menano vanto dei risultati che avrebbero ottenuto. Vale, quindi, la pena di fare due conti.

Le leggende metropolitane diffuse dalla stampa

La triste realtà

210.000 lire di aumenti per tutti a giugno 1999

Il 3,3% medio, lordo e a regime: 107.000 lire lorde (53.000 nette) più un incremento di 100.000 lorde (circa 50.000 nette) della retribuzione accessoria che non è affatto, per definizione, garantita.

Il recupero di quanto ci ha tolto l’inflazione negli anni passati.

La prima quota dell’aumento (1,8%) parte dal novembre 1998 mentre il contratto è scaduto a gennaio 1998 e, comunque, l’inflazione è superiore al 3,3% nel biennio 1998/1999.

L’abolizione dell’obbligo di fare 100 ore di corso di formazione ogni sei o sette anni per poter accedere alla fascia stipendiale superiore

L’obbligo di seguire ogni anno 20 ore di corso di formazione.

Ulteriori incrementi retributivi dell’ordine di 3.000.000 di lire lordi all’anno per chi svolgerà compiti di coordinamento a partire dal settembre 1999.

Il concentrarsi degli aumenti su di un numero limitato di colleghi (50.000) con gli effetti che possiamo immaginare per quel che riguarda le relazioni interne al Collegio Docenti

Aumenti di 6.000.000 lordi all’anno per il 20% dei colleghi a partire dal 2001 sulla base del superamento del concorso interno.

L’ulteriore impoverimento del restante 80% e la guerra di tutti contro tutti per accedere all’aumento sulla base della valutazione di commissioni organizzate dalla controparte con l’ausilio di agenzie esterne, ecc.. Grossi guadagni per chi preparerà gli aspiranti all’aumento retributivo

 

Cosimo Scarinzi della Cub Scuola