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Sono rimasta lusingata
e insieme spaventata dalla lettura dell’articolo del compagno
Pietro Adamo nel 250 n° di "A": più lusingata
che spaventata, devo confessarlo, perché l’articolo è
pieno di simpatia e rivela una sistematica lettura di scritti
miei, anche remoti, e una riflessione analitica su di essi.
Ciò m’ha fatto piacere: la mia vanità s’è
sentita incoraggiata, e non c’è niente di male.
I primi due terzi dell’articolo sembravano rivelare un fondamentale
accordo. Per questo l’obiezione finale, presentata come secondaria,
ma per me gravissima, m’ha colta di sorpresa e fortemente preoccupata.
L’autore m’accusa solo di non arrivare - per rigidità
- alle ultime conseguenze delle mie premesse (la rivalutazione
della tradizione liberale), affermando poi sostanzialmente ch’esse
portano a vedere "il nesso fra collettivizzazione e società
totalitaria". In altre parole, secondo lui, se si vuol
restare fedeli all’essenza dell’anarchismo, che è la
difesa della libertà, bisogna rinunciare ad essere socialisti.
Perché? Tale conseguenza è solo affermata, non
dimostrata. In ogni modo, che Adamo dica ch’essa è insita
nelle mie premesse, ch’egli esamina con tanta accuratezza, m’ha
molto impressionata.
Non vedo come il mio insistere sulla distinzione fra "liberalismo"
e "liberismo" (che non è solo di Croce) e il
riconoscimento della positività del liberalismo classico
possano portare a una rivalutazione della proprietà privata/o
statale della dittatura.
Intendiamoci: il pericolo totalitario esiste in qualunque
tipo di società, perché lo portiamo dentro tutti
noi, esseri umani. Però in noi ci sono anche la ragione,
la volontà e l’amore per la specie, necessari per combattere
"la volontà di potenza" in noi e nella società.
Io sento il mio socialismo come una derivazione della mia
avversione al potere e non solo come un’esigenza di giustizia
e uguaglianza "conciliabili" con tale avversione.
Il potere economico non solo è tanto oppressivo quanto
il politico, ma spesso prende un aperto carattere politico,
come nel caso dei mass-media.
Noi vediamo adesso, nell’attuale esperienza ultraliberista,
quale sia la ferocia dell’economia di mercato, che tende a concentrare
il potere economico in poche mani. Contro l’economia di mercato,
competitiva e quindi conflittiva noi tendiamo ad organizzare
(non reclamare) quella della solidarietà, una solidarietà
di base, autogestionaria.
Il compagno Adamo mi obietta un idoleggiamento del comunismo
anarchico kropoktiano.
Veramente non è così. Credo, sì, che
il comunismo - che si pratica in una famiglia i cui membri si
vogliono bene - sia il sistema economico migliore; ma esso cessa
d’esser tale, quando è imposto. E l’uniformità
richiede sempre imposizione. Il socialismo può essere
infinitamente vario, com’è del resto vario, oggi, il
capitalismo. E la prima libertà è quella dell’esperimentazione.
D’altra parte, quello che importa è che siano proprietà
comune i mezzi di produzione e di scambio, l’energia, la posta,
il trasporto, la televisione, il sistema informatico, l’assistenza
sanitaria, l’insegnamento... Si pensi al momento in cui si debba
razionare l’acqua. Si potrà lasciare tale razionamento
in mani private? Si potrà lasciare in mano dello stato?
Tutte e due queste ipotesi sono ugualmente terrorifiche. L’unica
soluzione è l’organizzazione federale di liberi nuclei
di base, che diano a se stessi norme di convivenza, che, una
volta accettate, si compiano.
So che la problematica che sorge da questa proposta (che
è quella tradizionale del socialismo anarchico malatestiano)
è quasi infinita e si va modificando a misura che sorgono
nuove possibilità creative e nuovi pericoli.
Non sono ottimista, ma penso che questa è la strada,
o non c’è nessuna strada. La soluzione individualista,
che rifiuta organizzazione e norme, oltre ad essere impraticabile
nella complicatissima società moderna, è assai
più esposta alle degenerazioni autoritarie (dei pochi
casi di adesione di ex-anarchici al fascismo, i più notevoli
si produssero nel campo individualista: Massima Rocca, Leandro
Arpinati...)
Tutto questo è da discutere. E ci sono da studiare
tanti altri problemi nuovi, che tutti hanno rapporto con i dilemmi
centrali: autorità - libertà, socialismo - proprietà
privata. Basti pensare alla rivoluzione che si è prodotta
nel campo biologico: banche di sangue, trapianti di organi,
nascita in vitro, clonazioni... L’esistenza dell’energia nucleare
crea problemi inediti per la necessità vitale del suo
controllo. Il fatto che stia in potere dei governi di molti
stati nazionali è stata fin qui molto inquietante. Ma
l’idea che arrivi a stare nelle mani di tutti è più
inquietante ancora. Quest’ultima apocalittica possibilità
s’avvicina ad essere una realtà non precisamente come
conseguenza di un’espropriazione rivoluzionaria, ma come frutto
del gioco del mercato capitalista. Lo stesso si potrebbe dire
per quel che riguarda le armi biologiche ed altri progressi
dello stesso tipo.
Credo che Hiroshima segni lo spartiacque: tutto quello che
è stato pensato prima in fatto d’organizzazione sociale
è da ripensare in funzione di questo nuovo terribile
fattore, che fa rivivere il mito d’Adamo e della mela, cioè
della scienza proibita. La stessa idea di rivoluzione è
da rivedere, giacché con il dilagare della disoccupazione
tecnologica, il fattore "lavoro" sta perdendo il suo
peso sociale e viene a mancare alla rivoluzione la sua materia
prima tradizionale: il proletariato. Non si tratta di correggere
il passato, come volevano fare i vecchi "revisionisti",
ma d’affrontare i nuovi problemi alla luce delle stesse esigenze
di libertà e di giustizia.
La crisi non è solo nostra, ma di tutti.
Tutte le tendenze sono costrette, oggi, a ripensare il mondo.
Tutti devono imparare a muoversi in un modo nuovo in mezzo a
un mucchio di cose nuove, tante e tanto nuove che la maggior
difficoltà è quella di parlarne con le vecchie
parole. E la difficoltà nel linguaggio rivela sempre
una difficoltà nel pensiero.
Ma noi in questo campo siamo privilegiati, perché
la storia del XX secolo ci ha dato ragione e abbiamo da "rivedere"
solo il metodo, a misura che cambiano le forze avverse e le
possibilità. Si tratta sempre di decentralizzare la democrazia,
trasformarla in federale e assembleare, cambiando le funzioni
rappresentative in deleghe revocabili. Ma soprattutto si tratta,
oggi come ieri, sebbene con maggior urgenza, di una presa di
posizione, il più possibile attiva, in favore di nuovi
valori ( che son vecchi come il mondo, ma che sono stati "nuovi"
in tutti i momenti della storia): amore invece di odio, solidarietà
invece di competitività, responsabilità partecipativa
invece di obbedienza passiva. E solidarietà opposta al
mercato vuol dire socialismo.
In realtà, il pensare che ci sia un nesso fra società
collettivizzata e totalitarismo, è frutto di una incosciente
tendenza a considerare collettiva la proprietà statale
e socialista il sistema bolscevico, per la lunga abitudine della
guerra fredda, e ad associare socialismo con dittatura per il
dominio che per molto tempo ha esercitato Marx su tutta la cultura.
Ma il socialismo è anteriore a Marx e gli è sopravvissuto.
Bakunin aveva previsto che il marxismo sarebbe sboccato in un
assolutismo di nuovo tipo. Però questo non dimostra altro
che non si può socializzare su basi statali e burocratiche,
ma solo da parte della società intera, in un’atmosfera
di libertà.
Come non bisogna identificare socialismo con marxismo, così
non si deve chiamare bolscevica la rivoluzione russa. Bolscevico
è stato il governo che si è consolidato sui residui
di una gigantesca rivoluzione di popolo, in seno a cui molte
forze s’erano mosse, tra le altre e con molta energia quelle
anarchiche. A questo primo periodo che è quello dei soviet
autentici, mi riferisco quando parlo di una fase rivoluzionaria,
seguita da una rivoluzione ultrautoritaria.
Dico questo in risposta all’ultima obiezione che mi muove
Adamo, che è quella di vedere una prima fase positiva
nella "rivoluzione bolscevica".
Sono d’accordo con lui sul carattere negativo di questa
fin dal primo momento in cui il controllo del partito su tutto
il movimento è riuscito a stabilirsi.
Non voglio chiudere senza ringraziare di nuovo Adamo per
tutte le cose buone che dice di me.
Luce Fabbri
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