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Le canzoni di Fabrizio De Andrè
hanno rappresentato per molti di noi momenti di presa di coscienza,
ci hanno orientato nel labirinto dell'intemperanza giovanile
contribuendo a nutrire di consapevolezza quel ribellismo generazionale
che negli anni Settanta avrebbe assunto tante facce e tanti
colori. Alcune sue canzoni sono diventate vere e proprie bandiere,
altre hanno accompagnato riflessioni più intime, momenti
di scoperta personale. Non era vero che le nostre poesie scopiazzavano
De Andrè, mi trovai a spiegare da adolescente: nelle
sue canzoni c'erano cose che già pensavamo, ma che non
eravamo mai riusciti a formulare. Confondendo l'entusiasmo dell'adesione
con l'ebbrezza della scoperta, in De Andrè trovavamo
la lingua per tradurre e finalmente esprimere l'urgenza della
nostra presa di posizione sul mondo.
A tutto questo lui si mescolava e si sottraeva. A differenza
di quanti si imponevano anche personalmente come immagini forti,
De Andrè non trasmetteva altro che atmosfere musicali
e parole in rima. Un cantautore che ha accompagnato la ribellione
di più di una generazione senza mai porsi come modello,
senza mai offrire esempi, spunti, tracce da seguire. Nessuna
ragazza se ne innamorava da lontano, come sarebbe stato frequente
(o lo era già?) per i divi del rock, della musica leggera
o del cinema. La sua faccia non la si conosceva quasi. C'era
una foto che era (o almeno sembrava) sempre la stessa nelle
copertine dei suoi primi album, una foto di sbieco, il volto
quasi indistinguibile dietro un lungo ciuffo di capelli; più
tardi i meglio informati avrebbero spiegato che nascondeva un
occhio dalla palpebra troppo bassa. Nessuno si è mai
vestito al modo di De Andrè né ha impugnato la
chitarra come lui, semplicemente perché di lui non c'erano
immagini.
Una vera anomalia, se si pensa che i suoi primi trentatré
giri vendettero centinaia di migliaia di copie, imponendosi
al vertice delle classifiche quando il dominio incontrastato
apparteneva ai quarantacinque giri. Fabrizio De Andrè
conquistò il mercato (o per meglio dire lo inventò,
come è stato notato, perché un mercato della canzone
d'autore non esisteva prima di lui in Italia) imponendosi alle
persone prima che a un pubblico. Il pubblico sarebbe venuto
molto tempo dopo, coi primi (rari) concerti, aggregandosi attorno
a quanti già lo conoscevano e si riconoscevano nelle
sue canzoni, nel suo mondo poetico, nei suoi bozzetti umani
e sociali.
Da Dostoevskij a Brassen
L'anomalia costitutiva della sua carriera artistica è
stata quella di una star senza volto, che non era "di moda"
eppure manteneva i suoi dischi ai primi posti delle classifiche
di vendita anche per diversi anni di seguito. Solo in questi
ultimi tempi, da quando è morto, le immagini hanno avuto
paradossalmente il sopravvento, rimbalzando da un servizio televisivo
all'altro e rischiando di farci dimenticare che la sua vita
l'abbiamo sentita vicina in assenza di immagini e di aneddoti.
Di lui si conosceva poco o nulla. Si sapeva della sua attività
di chansonnier sulla scena alternativa della Borsa di
Arlecchino a Genova, e della sua predilezione randagia per le
storie di vita vere, popolate da figure di balordi e di sconfitti:
immagini di un esistenzialismo un po' maudit, che potevano sembrare
datate in anni in cui la politica stava mettendo al centro l'antagonismo
sociale della classe operaia. E d'altro canto i personaggi delle
sue canzoni non appartenevano certo a un paesaggio condiviso,
accampandosi piuttosto all'orizzonte di una vicenda umana in
qualche modo universale, che De Andrè aveva modellato
a partire dalle suggestioni dei classici sui quali si era formato,
Dostoevskij, Maupassant, Flaubert, Balzac, e ai quali aveva
coniugato i temi e le atmosfere di Brassens, Brel, Ferrè.
Nel 1991 Fabrizio De Andrè si è raccontato a Cesare
G. Romana, un giornalista amico di vecchia data, e ha accettato
che il risultato dei loro colloqui diventasse un libro, Amico
fragile.
La formula dell'autobiografia "mediata", del racconto
che si ritrae cioè dalla trasmissione in prima persona,
ben corrisponde alla strategia del riserbo che il cantante ha
rigorosamente applicato alla sua vita personale e artistica.
La storia inizia nel dicembre '79: il prigioniero dell'Hotel
Supramonte liberato dai prigionieri della riserva, pastori sardi
ovvero Sioux. Il riaffacciarsi al mondo e il poter ricordare
di nuovo, dopo mesi in cui era stato troppo doloroso farlo.
Il cammino dell'uomo bianco verso la libertà ripercorre
il passato per sfumarlo nella lontananza, deludendo immancabilmente
la promessa del racconto. De Andrè inganna con generosa
condiscendenza l'intervistatore: la storia di vita si snoda
per tappe significative e figure indelebili: la guerra, il padre
partigiano, Genova, la vita "zingara" della fanciullezza,
gli studi, la scoperta del sesso, i compagni di strada, le donne
e gli uomini dei "carrugi", poi la musica, gli amici
cantautori, il lavoro dell'artista e quindi la produzione discografica,
i pochi concerti, fino al mestiere di agricoltore. Tratteggia
figure di irregolari, compagni di strada a volte maledetti a
volte semplicemente marginali, amori mercenari e ambigui, mascalzonate
fra il goliardico e il picaresco. Ci presenta personaggi che
non potremo dimenticare per tutto quello che non ci viene raccontato
e che vorremmo invece sapere: il poeta cieco che muore suicida
come i personaggi della Ballata degli impiccati di cui
è coautore, l'amico Spugna che muore di cirrosi, le battone
delle prime esperienze amorose, da preferire per generosità
e umanità alle ragazze della sua classe sociale. Ma sono
ritratti appena evocati, che sembrano rivelare risvolti intimi
e segreti, fermandosi in effetti sulla soglia della vita reale,
dei dolori e dei sentimenti. Niente di avvicinabile alle figure
scolpite a tutto tondo delle sue canzoni: il suonatore Jones,
il Pescatore, il soldato Piero, il carcerato Miché, il
Malato di cuore, il Giudice, il Matto, Bocca di Rosa, Marinella,
la fanciulla che conosce l'amore e l'inganno nella Leggenda
di Natale, le puttane di Via del Campo, Jamin-a, Franziska,
il servo pastore, l'amico fragile...
Il racconto è ben lontano dallo svelare l'autore delle
canzoni; piuttosto, sono proprio le canzoni a gettare bagliori
su una vicenda personale che, mentre si mette nella condizione
di svelarsi, resta ancor più segreta. E' da poeta che
De Andrè ha saputo gettare lo sguardo più fiero,
sdegnato e raggelante sulle cose che ha deciso di raccontare:
sul conformismo, sulla piaggeria, sul potere, sulla corruzione,
sulla violenza di un mondo che tuttavia non ha mai cessato di
dipingere con poesia, per proiettarlo al di là dei "litri
e litri di corallo" che lo separavano dalla sua Utopia.
C'è un passaggio che resta segreto, e che corrisponde
al mistero del processo creativo: la strettoia attraverso la
quale passano le esperienze, le letture, le tecniche, le frequentazioni,
gli appunti, i fermenti di rabbia, ispirazione, desiderio, per
farsi opera, composizione musicale, poesia. Sono condizioni
a lungo preparate e poi accese e bruciate, come una candela
che ardendo si consuma, ma trasforma la concretezza della materia
nella consistenza lieve dell'arte. A volte il racconto ci porta
appena vicino a questa soglia misteriosa: quando muore Tenco,
e De Andrè compone in una notte Amico fragile;
il periodo passato a comporre con De Gregori in una condizione
di particolare fervore produttivo; l'alternarsi di momenti di
concentrazione e altri di espansione creativa: i mesi passati
solo a lavorare i campi, a leggere nei giornali le notizie del
mondo, senza pensare alla musica, e quindi il momento in cui
la scrittura si fa necessaria e improrogabile. Ma di tutto questo
non ci sono che brevi passaggi del racconto, quasi sviste, fra
un episodio e l'altro, nell'intenzione di trasmettere piuttosto
i fatti, ritenuti - come si sa - "più interessanti".
Dove nascono i fiori
Esplicito fino a parer didascalico lo è invece nel
dichiarare il suo serbatoio di idee, l'universo degli autori
che l'hanno ispirato, dai grandi classici della letteratura
ai padri dell'anarchismo. Molte citazioni, seppure esposte senza
pretesa di organicità (uno stile di pensiero che ha fatto
proprio, dopo che l'accusa di non essere "organico"
gli fu rivolta ai tempi del liceo). Addentrandosi nei modi del
processo creativo lascia in ombra le questioni tecniche, per
affermare piuttosto che ciò di cui non può fare
a meno per comporre sono le "idee forti", attorno
alle quali si costruisce ogni suo disco. I suoi dischi li definisce
"concept album" in quanto "mantengono le singole
canzoni del tutto indipendenti l'una dall'altra, ma le fanno
ruotare attorno a [...] un concetto di base, da sviscerare via
via, da un brano all'altro".
Dice a proposito di Nuvole: -"Ho cercato di narrare aspetti
e protagonisti delle due realtà, il potere e il popolo,
evitando di raccontare me stesso e cioè trasformandomi
in interprete che sostiene dei ruoli, dò voce a personaggi
diversi. E questa è la novità di questo album
che tuttavia è venuto fuori più duro e teso, io
credo, degli altri, e che ho vissuto, anche nel cantarlo, con
un'emozione e magari un'angoscia diverse". Con straordinaria
lungimiranza parla della sua rabbia "per questo mondo senza
più rabbia", che "si prepara a essere governato
da un'unica potenza mondiale" e nel quale "la politica
si è impadronita di qualsiasi espressione umana".
E si rammarica del fatto che lui e tutti gli artisti avrebbero
"dovuto stimolarla di più, questa protesta".
Forse risiede qui la ragione vera della ritrosia di De Andrè,
che ha tenuto in ombra il proprio volto per farsi tramite di
altre storie, per far parlare attraverso di sé la protesta
dei suoi personaggi, il suo mondo di esclusi e di reietti, ma
anche di eroi senza speranza, portatori di sentimenti semplici
e spesso eccessivi, di una bellezza imprevedibile e fragile,
come quella scovata in mezzo al "letame" da cui "nascono
i fiori". Le denunce vibrate, la rabbia e l'indignazione,
ma anche i sentimenti di calda e dolorosa partecipazione, De
Andrè ha saputo fonderli in personaggi, storie e situazioni,
drammatizzandoli, se così si può dire, e per questo
esponendoli in maniera mai sentenziosa né retorica, ma
rivelandoli sull'onda e dall'interno di un'esperienza.
A proposito della sua vocazione di artista, delle ragioni prime
che l'hanno fatto cantautore impegnato, dice: "Ebbi abbastanza
chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia
per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l'illusione
di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del
mondo"; poi la disillusione: "la seconda [l'illusione]
si è sbriciolata presto, la prima [l'ansia di giustizia]
rimane". Ed quest'ansia ad accomunare quelli che ha definito
i "santi senza Dio" dell'anarchismo: Errico Malatesta
in primo luogo.
Dove le utopie si fanno realtà
In un altro luogo, sempre a proposito della sua prima vocazione,
Fabrizio De Andrè scrive: "Ma la musica fu anche
una necessità. In casa mia tutti si esprimevano in modo
non truccato, in assoluta coerenza con le scelte di ciascuno:
l'avvocatura, il management, la politica, l'insegnamento. Io
non ero capace di esprimermi a quei livelli, con quel misto
di vocazione genuina e, si dice oggi, di professionalità.
E così scelsi la prestidigitazione [...]. E allora scoprii
che, se prendevo la chitarra, la suonavo meglio di tutti, e
stupivo gli altri più che con un tema in classe. Ed ero
esonerato dai loro cerimoniali, perché a un musicista
nessuno rimprovera di essere un tipo ruvido, chiuso in se stesso,
o di mangiare con le mani. A un avvocato o a un insegnante,
sì".
La musica come necessità di espressione autentica, non
truccata, e l'arte come luogo in cui è possibile trasformare
la realtà [acquisita l'arte della "prestidigitazione"]
e darsi regole proprie, costruendo un universo alternativo.
Interrompendo il racconto indiretto, De Andrè ha scritto
in prima persona il suo Epilogo all'Amico fragile: "Aspetterò
domani e magari cent'anni ancora finché la signora Libertà
e la signorina Anarchia verranno considerate dalla maggioranza
dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza
civile, non dimenticando che in Europa, ancora verso la metà
del Settecento, le istituzioni repubblicane erano considerate
utopie. E ricordandomi con orgoglio e rammarico la felice e
così breve esperienza libertaria di Kronstadt, un episodio
di fratellanza e di egualitarismo repentinamente preso a cannonate
dal signor Trotzkij".
Cristina Valenti
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Santi
senza dio

Nella foto
l'anarchico Errico Malatesta (1853 - 1932)
durante uno sciopero della fame
nel carcere milanese di San Vittore, nel 1922.
"Qualche
mio collega sostiene che io sia un falso proletario.
Proletario io? Né falso, né vero. A parte
che spesso mi sono trovato in bolletta, perché
non c'è gusto migliore che spendere i propri
soldi, per bagordare e viaggiare con gli amici.
E d'altronde quella di proletario è pur sempre
un'etichetta, sicché la rifiuterei in ogni caso,
come tutte le etichette che via via hanno provato ad
appiccicarmi addosso - di comunista, di democristiano,
di socialista, di borghese, perfino di fascista.
Se sono, "più modestamente", un anarchico
è perché l'anarchia, prima ancora che
un'appartenenza, è un modo di essere. Lo ero,
del resto, fin da bambino, quando preferivo giocare
a biglie e, in anticipo sul mio mestiere futuro, inventare
parolacce, per strada, con una banda di compagni, piuttosto
che stare in casa a fare il signorino di buona famiglia
- quale comunque ero, e quale sono rimasto per tanto
tempo, vivendo sulla mia pelle la drammatica schizofrenia
di chi abita contemporaneamente da entrambi i lati della
barricata.
Fu grazie a Brassens che scoprii di essere un anarchico.
Furono i suoi personaggi miserandi e marginali a suscitarmi
la voglia di saperne di più.
Cominciai a leggere Bakunin, poi da Malatesta imparai
che gli anarchici sono dei santi senza Dio, dei miserabili
che aiutano chi è più miserabile di loro.
Santi senza Dio: partendo da questa scoperta ho potuto
permettermi il lusso di parlare anche di Gesù
Cristo, prima in Si chiamava Gesù, poi in La
buona novella, e oggi mi viene il dubbio che anche lui
non fosse che un anarchico convinto di essere Dio; o,
forse, questa convinzione gliel'hanno attribuita altri.
Intanto, da Bakunin ero passato a Stirner, e da una
visione collettivista ne scoprii una più individualista:
dopo tutto ci vuole troppo tempo a trovare gente con
la quale vivere le mie idee e così me le vivo
da solo. Con una sola regola da osservare, e la osservo
proprio perché nessuno me l'ha imposta: anarchico
non è un catechismo o un decalogo, tanto meno
un dogma, è uno stato d'animo, una categoria
dello spirito. E perciò scandalizzatevi pure,
se tante volte ho cantato alle feste dell'Unità,
ma di rado sono andato in televisione, se firmo contratti
discografici che d'altronde non rispetto, e se ho perfino
votato per la DC: tra i suoi candidati, in Sardegna,
c'era un mio amico, una persona capace, quindi un pessimo
politico. Che infatti non fu eletto.
"De Andrè, il suo tema non è organico",
mi diceva sempre, al liceo, il mio insegnante d'italiano.
Allora ho cercato di essere organico da adulto, nella
coerenza di una ribellione che passa anche attraverso
le proprie viltà e le proprie contraddizioni.
Senza le quali, ecco l'organicità, un uomo non
è un uomo, ma un burocrate, o una macchina, o
un cinghiale laureato in fisica".
(Da Amico fragile. Fabrizio De Andrè si racconta
a Cesare G. Romana,
Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1991, pp. 60-61).
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