stefano giaccone e marco pandin "nel cuore della bestia"
   

 

nessuna prefazione vi aiuterà a capire
il mondo è fatto a triangoli a quadrati a morti di fame
il sole è alto
la gente crepa all'ultima moda.

[da "anche ieri ho dimenticato di morire" di carmine mangone, ed. traccedizioni, piombino 1993]


un'introduzione.

passando attraverso una buona dose di disavventure, com’è del resto storia "normale" di qualsiasi progetto autogestito e indipendente, questo libro è nato con presupposti diversi ed intenzioni diverse, come diversi sono stati gli orientamenti e molte le forme che ha assunto prima di diventare il pacco di carta che tenete tra le mani. l'idea iniziale partiva, un paio d'anni fa o forse tre, da una lunga intervista in forma di chiacchierata con stefano giaccone a cura di un compagno delle edizioni antistato. una discussione diciamo "politica" sulla sua storia personale nel mondo di quella musica bastarda di cui di solito non parlano i libri né i giornali. è stato proprio prendendo spunto dagli argomenti affrontati nel corso di quella conversazione che ci si è resi conto che il cuore della bestia era ancora lontano: le cose da dire erano ancora tante, e c'era dell'altro su cui valeva la pena soffermarsi. altro materiale, altre persone, altre idee. si è pensato allora, assieme a stefano, di integrare quell'intervista con altri contributi: cose scritte, note e informazioni tratte da materiali discografici e stampati del periodo, proprio per dare un'idea più concreta della complessità ideologica del movimento che c'era e della turbolenza dell'aria che allora tirava. una parte consistente di questo libro è fatta appunto di frammenti, ritagli, cose sparse: una zona di comunicazione composta prevalentemente dalle stesse parole ripetute all'eccesso, ma raggruppate da moduli e forme espressive diversissime. d'altra parte, il mondo dell'autoproduzione musicale degli anni ottanta era ricco di così tante idee, di così innumerevoli e mutevoli sfaccettature e, soprattutto, si poneva così polemicamente e violentemente in rottura con la società e le forme d'espressione (sotto/contro)culturali ad esso contemporanee da risultare un fenomeno sfuggente, ostico a classificazioni ed interpretazioni anche per chi lo ha in qualche modo vissuto. stefano ed io ci abbiamo provato, e lavorando di memoria, fotocopiatrice e forbice abbiamo costruito questo libro: un resoconto disordinato, ovviamente, spontaneamente e naturalmente parziale che, ne siamo certi, non mancherà di suscitare reazioni positive e contrarie, di innescare discussioni e magari chissà quali polemiche.
sia chiaro, e da subito: in queste pagine non c'è la pretesa di scrivere l'enciclopedia dell'autoproduzione musicale italiana. c'è solo l'intenzione di raccontare per iscritto un po' di quella tensione, dell'aria che si respirava nelle nostre teste, nei nostri progetti d'allora. vogliamo raccontare di nostre musiche, storie, idee e congetture, e raccontare di come si sia in qualche modo arrivati al punk, chiamando così "certa" musica e filosofia strettamente connesse, vissute con semplicità, "in buona fede" e con un certo "spirito alternativo" (le virgolette tutt'attorno a queste parole sono praticamente d'obbligo) a partire dalla fine degli anni settanta, e per quasi tutta la prima metà dello scorso decennio. adesso che il 1984 è acqua passata e si misura in giorni e ore la distanza che ci separa del 2000, ci si ritrova con le stesse convinzioni: che il punk, nonostante sia finito com'è finito, non sia stato soltanto un'occasione per fare un po' di casino o per stupire e scandalizzare i passanti (e meno che meno un'apologia elitaria dell'emarginazione), ma un "sogno" dove, a proposito e a sproposito come in tutti i sogni, si è respirata l’aria frizzante e pura dell'anarchia. non è vero, come dicono alcuni, che nel nostro paese non si sia riusciti a creare delle situazioni originali, non è vero che qui si sia sempre e comunque vissuti all'ombra della cultura anglosassone: in questo libro ve ne offriamo le prove. sono spunti, tracce, testimonianze e citazioni tratte da una produzione musicale e letteraria non ufficiale, marginale, sotterranea, tutta nata e cresciuta dentro le nostre città, comunque non solo ed esclusivamente inquadrabile come "punk", nel senso che nel raccogliere questi materiali abbiamo preferito guardare al sentimento più che allo stereotipo. non troverete in queste pagine l'immagine standard del giovane sbandato dai capelli colorati e la spilla da balia all'orecchio, non le cronache dal fronte di concerti caotici fatti di spintoni e sputi e birra scaduta, né i giubbotti di pelle con le scritte indossati anche d'estate, o i reportage dal mondo a parte fatto di case occupate in sfacelo. tutto questo è stato solo la superficie di una tensione emotiva diffusa e sofferta: è su questa superficie che si sono fermati i vivisettori sociali, di questo che ancora oggi si riempiono bocca e pancia gli ayatollah.
dietro e dentro a questo libro, invece, non ci sono degli esperti del settore nel senso più normale e deteriore del termine: ci sono delle persone tuttora dentro con un certo impegno a storie musicali non allineate con le direttive culturali di regime, ufficiali o alternative che siano. dentro a queste musiche, fino al collo: come appassionati, come non-musicisti e, dice stefano con un mezzo sorriso, come "militanti". perché è successo che dell'espressione artistica libera e indipendente si sia fatta una specie di ideologia, di chiodo fisso, di sogno ricorrente, di quotidiana battaglia di strada combattuta con testardaggine e determinazione: immersi nei ritmi, nella fretta e nel rumore di una grande città come torino o nella provincia veneta immobile che offre una vita che sembra non cambiare mai. altra caratteristica bastarda di questo libro è che si è rimasti in italia, e non si sono prese in considerazione, per quanto possibile, le esperienze parallele all'estero: certo questa potrà essere una decisione discutibile, ma non c'è la pretesa, qui, di essere stati politicamente corretti, né di avere raccolto tutti i riferimenti. è ovvio che è rimasta fuori una fetta consistente di nomi, situazioni, segnalazioni. non è grave: non c'era l'idea di fare le pagine gialle, o meglio, visto com'è andata, l'elenco delle vittime dell'alternativa musicale nazionale.
è chiaro, per concludere, che non ci interessava pubblicare un'inchiesta sociopolitica sulla musica leggera o sul comportamento giovanile contemporaneo, né fare della dietrologia da due soldi. davvero, il discorso è un altro: più semplice però più complicato, più trasparente però più impegnativo: sapete quindi come dovete regolarvi nel leggere queste pagine. agli integralisti ed agli irriducibili, sempre e comunque presenti e mai tanto di moda quanto in questi tempi, non servirà comunque alcuna spiegazione, né alcuna parola in più. si saranno già fermati alla superficie anche loro: al titolo del libro (che avrebbero certo scelto meglio), alla copertina (che senz'altro avrebbero voluto diversa), magari ai nostri nomi, visto che dei loro qui non c’è traccia. (marco pandin, febbraio 1996)


due parole ancora.

l'oro brilla sui sentieri per l'inferno
che se poi l’oro è solo un'altra pietra e l'inferno è solo un posto senza stagioni...
se chiudo gli occhi su un treno d'estate
tutte le cicale e le onde senza fine
si affollano nel buio della testa come passeri sui fili della luce.
è strano come il mio calendario sia scandito dai mondiali di calcio
dalle parole gridate da un palco e dalle stragi di stato.
qualcuno passa a dirmi oggi è diverso ma come allora non mi fa cantare
perchè non so sembrare intelligente dicendo cazzate con una fisa al collo.
a torino certe volte c'è un freddo bastardo, non riesco a capire come facciamo a parlare
ma ci stringiamo le mani mentre io canto stonato
di quella volta che non c’era nessuno ma poi gli altri sono arrivati
qualcuno passa a dirmi oggi è diverso ma come allora non mi fa cantare...

siamo andati avanti a suonare, scrivere canzoni, far uscire dischi e cd, suonare dal vivo e anche recitare poesie e teatro. facevo prima a dire che siamo andati avanti a vivere. non per scelta, coerenza, per portare avanti "la splendida utopia della libertà e dell'indipendenza", ma per un motivo molto più semplice: perchè siamo esseri umani, per natura insomma. come siete andati avanti voi. perchè questi anni sono andati avanti. senza attribuire significati positivi o negativi: avanti nel senso che è il tempo a scandire l'esistenza di ogni essere biologicamente finito. come me e te.
crescendo dentro, quando sono riuscito (cosa diversa dall'invecchiare) mi sono spesso sentito stretto dalla mancanza di distacco e di ironia. anche da parte mia, voglio dire. "gli dei sono divenuti malattie", e così la cultura pop(ular) è il luogo dove si cercano, e si trovano, miti ed eroi. anche in scala ridotta. agli eroi è destinato morire, perchè "chi muore non cambia". oppure trovarsi sotto il tiro incrociato di chi vorrebbe tu suonassi sempre la stessa canzone (con la stessa t-shirt addosso, possibilmente) oppure che tu fossi sempre nuovo, innovativo. come se l'innovazione di per sé fosse una qualità, e non una merce ...o una nevrosi. tralasciando di discutere cosa sia innovativo rispetto all'odissea voglio dire, tanto per essere polemico.
io vorrei riconoscere come comunità solo quella definita dal suo appartenere ad un genere, quello umano. vivere questa realtà oggettiva con consapevolezza e desiderio libertario, con/vivere con etnia, lingua, educazione, età, sesso etc. con le meraviglie e gli orrori che da tutto questo nasce, né da servo, né da padrone (bum!). le parole e le musiche, i libri, i film e i quadri, fuori da questo perimetro, per me cessano di farmi da sciamano: per vedere dentro, sentire caldo, sognare, ricordare e dimenticare, sentirmi unico e quindi parte. diventano ninnoli, chincaglieria di cristoforo colombo. ed ecco i parvenu che tutto leggono e tutto ascoltano e, inevitabilmente, s'annoiano. ecco i censori dei costumi non consoni al mito della coerenza, ecco il passato-prigione, ecco quello che, spesso, io sono.
sono certo che tanti di quelli che in questo libro parlano, cantano e suonano ci sono stati dentro alle cose col più grande amore, totalmente, e magari lo fanno ancora. io, per me, lo so. stritolato dal potere dello stato e delle cose, ma anche dalla voglia di tenermi tutto stretto, bruciando il presente. così come molte volte mi sono "visto" vivere il tempo con rimpianto di quello passato o come aspettativa di quello futuro.
quando un po' mi lascio andare, allora il presente lo sento. in momenti magari strani, 500 km. fatti in furgone, un pomeriggio passato a bere e a far finta d'essere bruce springsteen, una lettera che scrivo, un fiore per tuo padre al cimitero. che molti di voi questo lo sappiano, lo so. anzi, è quasi tutto da voi che l'ho imparato anch'io.
ai compagni, a "quelli come noi", quelli diversi, quelli e basta, un saluto. (stefano giaccone, marzo 1996)

 

 storie di stefano
(.pdf scaricabile | downloadable)
intervista al collettivo punx anarchici di milano
(da a/rivista anarchica, ottobre 1983)
 storie di marco
(.pdf scaricabile | downloadable)

 i concerti italiani di annie anxiety
(da a/rivista anarchica, novembre-dicembre 1984)

 nel cuore della bestia
(.pdf scaricabile | downloadable)

 intervista ai punx anarchici bolognesi
(da frigidaire, gennaio 1982)

 

 intervista a marco pandin (.pdf scaricabile | downloadable)
(da venetica, rivista di storia contemporanea anno xvii iii serie n. 8, 2003)

 

         

marco e stefano alla presentazione di "nel cuore della bestia" al circolo anarchico "ponte della ghisolfa", milano 1996 (foto di mauro de cortes)

 

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